Capitolo 20·
L’età del Fascismo
Solaria»), Nei Morlacchi. Viaggio in Sardegna (1936), carichi di vitalità, di avanguardia, di ricerca di verità, di oltranza umana, preludio agli «
astratti furori» di Conversazione in Sicilia (iniziato nel 1937, cominciò ad apparire nel 1938 su «
Letteratura», fu edito in volume nel 1941) in cui unisce la sua tradizione regionale con i modi e gli umori della narrativa nordamericana.
sangue contro l’oro», della nazione «
proletaria e fascista» contro le nazioni demoplutocraticomassoniche che l’assediavano dall’esterno e contro gli aspetti di costume degradati della borghesia che la divorava dall’interno. La «
fronda» di questi fascisti non raramente era borghese: essi stessi scrivevano in funzione di difesa della vita borghese contro il militarismo o contro l’autarchia, delle tradizioni monarchiche contro lo «
Stato fascista», della cultura europea o russa o americana contro lo strapaesanismo volgare di Malaparte di «
qui si canta in italiano — chi non intende è gran ruffiano» o del «
rutto del piovano» dell’Italiùncola del campanile che vale più del mondo americano, della cultura umanistica e liberale contro il culto della vita fisica, delle esibizioni dei gerarchi che si misuravano in salti mortali, attraversamento del cerchio di fuoco etc.
la maledizione del villaggio è quel poco di vita che i figli ereditano dai padri, inchiodata alla sua immobilità […] vita senza luce d’intelletto avvilita dal bisogno e dalla superstizione, giro di anni lento, monotono, ossessionante». Il mondo delle baracche di Seminara è un magma di sottovita. Quando fu pubblicato il romanzo apparve anche in Italia un film che creava un linguaggio nuovo, realistico, che nasceva da una desolata «
bassa» ferrarese, Ossessione di Luchino Visconti.
una piccola bestia, con due file di denti bianchi e puntiti e una voglia feroce di sbranare qualcuno». In, questo ambiente l’amore per Cesare fa sorgere in Caterina la personalità eccezionale che la fame aveva annientata e Caterina precipita in altre esperienze di vita brillando come una triste meteora, superiore alle stesse disgrazie che ha intorno a sé («
Il giorno della stanchezza ella si sarebbe uccisa […] Si rialzava superbamente. E riprendeva con un largo sorriso e voluttuoso la sua fulgida vita»).
ore rotundo», che gonfia i muscoli, esige rispetto e vuole incutere paura con la propria impotenza. In Gli anni perduti (1941) e nel divertente Don Giovanni in Sicilia (1941) Brancati vede anche con tristezza quella condizione amara che più tardi, sviluppata in Il vecchio con gli stivali (1945), in Il bell’Antonio (1949) e in Paolo il caldo (1955) si allarga alla società nazionale con tinte drammatiche di dissoluzione di una società medicata prima con l’ironia, compianta poi nella sconfitta senza speranza.
simulazione onesta», nell’impossibilità di chiarire le ambiguità, sono il vischio della condizione psicologica dello scrittore. La diplomazia religiosa, la doppia verità, l’ambiguità della verità, l’idea che «
ogni virtù si ricava dal vizio», il male che si purifica nella luce della tristezza, la pietà che circonfonde anche gli oppressori sono motivi che non hanno sviluppo nell’arte. Non che l’artista non sia raffinato (lo è fino ad essere decadente, prezioso, analizzatore finissimo della psicologia complicata) ma i suoi problemi da sagrestia profumata, da Inquisizione, da confessionale, da tribunale ecclesiastico rimandano sempre all’ambiguità della coscienza e alla belletta odorosa di Fogazzaro; sicché dalle Lettere di una novizia (1941) alle Stelle fredde (1970), pur attraverso le tappe di Gazzetta nera (1943), Pietà contro pietà (1946), La coda di paglia (1962), Le furie (1963), dissimulazione, prudenza, polivalenza della verità sono sempre gli emblemi di una irresolutezza quasi morbosa, masochistica.
Nuovi argomenti». Gli indifferenti subì stroncature dai fascisti («
ignobile romanzaccio tutto giudeo», «
ultima immondizia», «
Povero giovinotto, fa pietà. Compatirlo bisogna, il povero Moravia, egli è sordo e cieco, seppellito com’è nel truogolo») ma quasi tutta la critica comprese che lo scrittore aveva posto il problema del rapporto tra il borghese del tempo e la realtà, dell’alienazione borghese come malattia che non consente speranza di salvezza. Nella narrazione di due giornate di una famiglia, gli Ardengo, Moravia rappresenta gli atti rassegnati, indifferenti o disperati di chi, appartenendo a un mondo borghese, è condizionato dall’ambiente o, avendo coscienza dello squallore in cui vive, è impotente a reagire. I personaggi di Carla, Michele, Lisa, Leo, Mariagrazia diventano emblematici di uno stato negativo che prosegue con approfondimenti sperimentali in Le ambizioni sbagliate (1935, del quale il regime impedì si parlasse), in I sogni del pigro (1940), La mascherata (1941) in cui trasferiva in un paese sudamericano la dittatura fascista, in L’epidemia (1944, il fascismo-malattia che ai clinici di parte appariva salute), in Agostino (1945) che inizia una nuova felice analisi psicologica della condizione borghese continuata attraverso numerosi racconti. Moravia guarderà lucidamente, come vedremo, nella falsa armonia borghese-natura per portare alla luce la crisi dall’interno dei personaggi fino al pessimismo senza recupera. Lo sguardo lucido è anche, però, quello di un virtuoso di estrema abilità che verrà accusato di snobismo, dilettantismo, monotonia di temi.
Solaria» emerge con la forte personalità di scrittore colto, manipolatore della lingua da grande stilista di manierismo europeo il milanese Carlo Emilio Gadda7 (1893-1973) che dopo essere stato prigioniero durante la prima grande guerra si laureò in ingegneria e lavorò in Sardegna, Argentina, Ruhr, Lorena. Guerra e fascismo, cioè fine del mondo del liberalismo, costituiscono per Gadda un’offesa alla sua vita morale di borghese credente in un ordine di valori individuali. Da quei fenomeni deriva un disordine generale, una sorta di deformazione grottesca e barocca nei fatti e nei particolari.
Letteratura» (1946-47 del primo romanzo e 1938-41 del secondo). Le idee di Gadda sono soprattutto nei quattro quaderni di Meditazioni milanesi (del 1928 ma editi postumi nel ’74) e sostengono anche (con Meditazione breve circa il dire e il fare del 1936 e Tecnica e poesia del 1940) la sperimentazione dei temi e della lingua dei grandi romanzi. Nella Cognizione Gonzalo Pirobutirro scopre l’immensa distanza tra la fede nella ragione e la variabilità senza misure del reale e l’impossibilità di controllare alcunché. Nel Pasticciaccio — l’inchiesta sull’omicidio di una donna di classe nella Roma fascista degli anni Trenta — il possibile, l’apparenza dissolvono la realtà in un groviglio di inestricabilità che fa perdere la fiducia nelle cose.
uno stadio della civiltà umana». Era un mito borghese quello dell’America «
pensosa e barbarica, felice e rissosa, dissoluta, feconda, greve di tutto il passato del mondo, e insieme giovane innocente» presentato da Cesare Pavese. L’America per Vittorini era certezza di cultura, «
mondo nuovo per l’uomo nuovo» quando la guerra di Spagna allontanò lo scrittore dal suo fascismo di sinistra, anzi causò la sua espulsione dal Partito. Era un mito diventato ragione di vita per lo scrittore che si era dedicato a tradurre Lawrence, Faulkner, Steinbeck, Saroyan, Caldwell; la lettura di Saroyan è contemporanea alla primissima stesura di Conversazione in Sicilia e nel romanzo si trovano diverse analogie con lo scrittore americano. La censura fascista proibì nel 1941 l’antologia Americana alla quale avevano collaborato con traduzioni Pavese e Montale.
insormontabile catalessi», in una «
profonda narcosi»).
non era un altro paese […] ma soltanto il gigantesco teatro dove con maggior franchezza che altrove era recitato il dramma di tutti» e, più tardi, per opera di Mann, Jung e Vico, può interpretare la realtà attraverso le rifrazioni della coscienza. È sempre la scoperta dell’oggetto in relazione alla coscienza ciò che interessa Pavese il quale in Carcere (1938-39) esprime la solitudine di un confinato politico (egli stesso era stato condannato nel 1935 a tre anni di confino in Calabria, a Brancaleone). I motivi dell’isolamento, del vuoto diventano essenziali attraverso il simbolo e il mito. Lo scrittore scende nella realtà in diversi racconti e romanzi (La bella estate, 1940; Paesi tuoi, 1941; La spiaggia, 1942) — e si tratta di realtà carica di eventi e ossessioni — per coglierne i significati ultrareali. Fra il 1938 e il ’43 Pavese giunge a vedere il reale come caos, prigione, frattura, incomunicabilità e in Del mito, del simbolo e d’altro (1943-44) elabora il motivo del mito che è nei popoli e negli individui. Nei popoli c’è un’infanzia dell’umanità, negli individui un’infanzia in cui le cose si vedono attraverso segni che le rendono assolute, intense, in rapporto con un universale fantastico. Più tardi, al di fuori dei paradigmi fantastici, la vita si svolge con dolore su un altro piano, l’esistenza stessa è lacerazione che si attua attraverso la ragione, ri-cognizione del mito e dell’assoluto ma in modo costretto e non autentico.
- Vasco Pratolini. Di umile famiglia, VASCO PRATOLINI trascorre un’infanzia infelice (per la morte della madre, il nuovo matrimonio del padre e l’avversione per la matrigna) in quei rioni popolari di Firenze in cui sono ambientate molte sue opere.
Passato attraverso l’esperienza ermetica, conosce Vittorini e nel ’38 dirige con Alfonso Gatto la rivista «Campo di Marte», presto soppressa dalla censura fascista. Trasferitosi a Roma, impiegato presso il ministero dell’Educazione nazionale, si avvicina all’antifascismo militante e partecipa alla Resistenza. Dopo la guerra, svolge una intensa attività letteraria, saggistica (collabora anche al «Politecnico») e cinematografica (scrive la sceneggiatura dell’episodio fiorentino del film Paisà di Rossellini).
Nell’evoluzione della sua narrativa sono stati generalmente distinti due momenti: quello intimista e quello realista.
↩ - Elio Vittorini. Figlio di un ferroviere, ELIO VITTORINI interruppe nel 1924 gli studi tecnici e lasciò la Sicilia, lavorando per un certo tempo come contabile in una impresa edile in Friuli. Nel 1930 è a Firenze, segretario di redazione della rivista «Solaria», di cui condivise la tendenza alla sprovincializzazione della cultura italiana e a soluzioni narrative diverse dalla prosa d’arte dei rondisti.
L’incontro con la letteratura americana e la conseguente attività di traduttore segnano un momento importante nell’evoluzione di Vittorini e, in genere, della cultura italiana del tempo. Controllato e osteggiato dalla censura e dal regime fascista, nel 1938 si trasferì a Milano; nel ’43 venne arrestato e chiuso in carcere, da cui uscì l’8 settembre per partecipare attivamente alla Resistenza.
Nel dopoguerra Vittorini (che per qualche tempo, nel ’45, diresse l’edizione milanese dell’«Unità») ha svolto un’intensa attività culturale, imponendosi come una delle personalità più vivaci e significative di quegli anni: il «Politecnico» (con la clamorosa polemica con Togliatti sul rapporto tra politica e cultura), la direzione della collana einaudiana «I gettoni» e il «Menabò» sono, con i suoi romanzi, le tappe principali di questa attività.
↩ - Francesco Jovine. Di umile famiglia, FRANCESCO JOVINE trascorse l’infanzia e la prima giovinezza nella natia Guardialfiera (che costituirà il luogo ideale e storico della sua narrativa).
Diplomatosi all’istituto magistrale, esercitò la professione di maestro elementare e, dopo aver conseguito la laurea presso il Magistero di Roma (1929), vinse il concorso di direttore didattico. Per qualche tempo (1937-40) soggiornò a Tunisi e al Cairo, quindi si stabili a Roma dove strinse amicizie (con Debenedetti, Levi, Muscetta) che affrettarono la sua maturazione politica e letteraria.
Dopo aver partecipato alla Resistenza, aderì nel 1948 al Partito comunista, ma nel ’50 morì precocemente per attacco cardiaco. La sua fama è legata soprattutto al romanzo Le terre del Sacramento ma tutta la sua narrativa (che comprende, tra l’altro, i volumi Il pastore sepolto, 1945, e Tutti i nostri peccati, 1948) è testimonianza del suo impegno nella rappresentazione sia della miseria della campagna molisana che dell’annoiata vita cittadina.
↩ - Corrado Alvaro. Laureatosi in lettere all’Università di Milano, combattente nella prima guerra mondiale (da questa esperienza nacquero le Poesie grigioverdi, 1917), CORRADO ALVARO svolse un’intensa attività giornalistica collaborando a vari giornali («Resto del Carlino», «Corriere della Sera», il «Mondo», la «Stampa», «Novecento» di Bontempelli) e compiendo come inviato speciale numerosi viaggi all’estero (gli articoli scritti in quelle occasioni sono stati poi raccolti in vari volumi).
Inviso al regime fascista, nel 1940 ottenne il premio dell’Accademia d’Italia per la letteratura. Dopo la seconda guerra mondiale fondò con Libero Bigiaretti e Francesco Jovine il Sindacato nazionale degli scrittori, di cui fu segretario fino alla morte, e continuò l’attività letteraria e giornalistica. Scrisse, tra l’altro, saggi, opere teatrali e un diario di impressioni e memorie (Quasi una vita. Giornale di uno scrittore) che nel ’51 ottenne il premio Strega.
↩ - Vitaliano Brancati. Di famiglia in cui erano vivi gli interessi letterari, VITALIANO BRANCATI si formò nell’ambiente catanese, dove conseguì la laurea in lettere e insegnò negli istituti medi superiori. La sua adesione al fascismo e la pubblicazione delle prime opere (tra cui il romanzo L’amico del vincitore, 1930) gli assicurarono le simpatie del regime e gli aprirono le porte di riviste e quotidiani quali «La Stampa» e «Convegno».
Trasferitosi a Roma, si avvicinò al liberalismo crociano e alcuni suoi scritti (come Singolare avventura di viaggio e la commedia Don Giovanni involontario) furono sequestrati o boicottati.
Autore di soggetti e sceneggiature cinematografiche, vivace elzevirista, Brancati — che è morto precocemente per emorragia postoperatoria — ebbe noie con la censura anche nel dopoguerra (per la commedia La governante) ed assunse un atteggiamento polemico nei confronti della società uscita dalla Resistenza.
↩ - Alberto Moravia. Polemista, saggista (una sua introduzione ai Promessi sposi di Manzoni, del 1960, ha suscitato polemiche e discussioni), giornalista (inviato speciale del «Corriere della Sera», critico cinematografico dell’«Espresso»), soprattutto narratore, ALBERTO MORAVIA occupa un posto notevole nel panorama italiano degli ultimi decenni.
Una disposizione etica a cogliere gli aspetti deteriori della società borghese, la tendenza all’analisi puntigliosa espressa in un tono freddo e impassibile, il linguaggio sobrio e schivo di ornamenti (ma anche, talora, un po’ arido), una innata vocazione narrativa e la propensione alla diagnosi di «malattie» moderne come la noia e l’incomunicabilità, costituiscono alcuni dei caratteri, precipui della sua vasta produzione letteraria.
↩ - Carlo Emilio Gadda. Dall’esperienza della prima guerra mondiale nacque la prima opera di CARLO EMILIO GADDA, il Giornale di guerra e di prigionia che, come altri suoi scritti (si pensi alla Cognizione del dolore e alla Meccanica), fu pubblicato molto più tardi, nel 1965.
Ingegnere, nel 1931 Gadda lasciò la sua professione (che avrebbe ripreso solo saltuariamente e per urgenti esigenze economiche) e si dedicò alla letteratura. Collaboratore di «Solaria» e «Letteratura», nel 1940 si stabilì a Firenze dove fondò con Sonanti, Loria e Montale la rivista «Il Mondo», e nel 1950 si trasferì a Roma, addetto alla redazione del terzo programma della radio.
Autore di prose saggistico-memorialistiche, di novelle (tra l’altro si ricordino le Novelle nel Ducato in fiamme, 1953, e gli Accoppiamenti giudiziosi, 1963) e di romanzi, Gadda ha dato vita a una produzione artistica che da lettori superficiali è stata accusata di formalismo, e la cui straordinaria inventiva verbale, commista di inserti dialettali e di espressioni auliche, ha indotto a confronti con scrittori come Folengo e Rabelais. - Cesare Pavese. CESARE PAVESE studiò a Torino dove ebbe come professore di liceo Augusto Monti (che esercitò una notevole influenza su di lui) e si laureò in lettere con una tesi su Walt Whitman. Collaboratore della rivista «La Cultura» di Cesare De Lollis e traduttore di scrittori americani, strinse amicizia con Leone Ginzburg ed altri intellettuali e collaborò attivamente alla nuova casa editrice Einaudi.
Arrestato per sospetto antifascismo nel 1935, fu condannato a tre anni di confino a Brancaleone Calabro. Delusioni sentimentali e crisi politiche ed esistenziali caratterizzano gli anni successivi, in cui Pavese cerca conforto in una intensa attività letteraria.
Alla fine della guerra, nel tentativo di rompere la solitudine e di superare il lacerante dissidio interiore, si iscrive al Partito comunista; collabora all’«Unità», si interessa di mitologia e etnologia, dirigendo la collana di «Studi religiosi etnologici e psicologici». Il 27 agosto 1950 si suicida nella camera di un albergo torinese.
