Capitolo 20·
L’età del Fascismo
religione della libertà» — che era il ritorno al vecchio Stato liberale — senza preoccuparsi di individuare le forze che avrebbero restaurato la democrazia, altri oppositori del fascismo, che non erano collegati alla concezione di una borghesia intellettuale colta, ricercavano dall’interno della situazione che vivevano attivamente i modi di trasformare la società nelle strutture e nelle sovrastrutture.
conosceva l’agente delle tasse, conosceva il carabiniere, conosceva il pretore e la Corte d’Assise: la sua Italia». Ma il principio del secolo XX
- segna per l’Italia un nuovo Rinascimento, il Rinascimento della sua plebe, il Rinascimento dei più umili strati dell’umanità italiana, l’immissione nella vita sociale, nella lotta politica, nella vita del mondo, di milioni di nuovi cittadini operosi, sinceri, fiduciosi della propria energia […] L’Italia è diventata una unità politica perché una parte del suo popolo si è unificato intorno ad un’idea, ad un programma unico. Quest’idea, questo programma unico l’ha dato il socialismo, solo il socialismo […] Il partito liberale ha polverizzato l’Italia. Ha incrudito il distacco tra nord e sud, con la legislazione doganale, ha creato un feudalesimo industriale per il quale l’Italia si è spezzettata in tante zone dagli interessi antagonistici […] Voi volete togliere al popolo italiano, a milioni d’italiani, la luce degli occhi, la luce che illumina per loro il mondo, che ormai è l’unica ragione per cui si sentono uomini, per cui credono la vita degna di essere vissuta.
Qui divenne segretario della sezione del Partito Socialista, nel 1919 fu fondatore e segretario di redazione del periodico (poi diventato quotidiano) «
L’ordine nuovo» ed ebbe parte del moto per l’occupazione delle fabbriche, nel 1921 a Livorno fu tra i fondatori del Partito comunista d’Italia del quale fu segretario dal 1924. Aveva sposato a Mosca (1922) Julia Schucht quando fu eletto deputato al Parlamento italiano. Nel 1926 nel congresso di Lione ebbe il controllo del Partito prevalendo sull’ala guidata da Amedeo Bordiga, nello stesso anno fu arrestato in seguito alle leggi eccezionali del regime fascista e inviato a Ustica per scontarvi cinque anni di confino, nel 1928 venne processato e condannato a venti anni di carcere da scontare nel carcere di Turi (Bari).
In questo carcere svolse i problemi di politica, cultura, sociologia, antropologia nei Quaderni del carcere (Letteratura e vita nazionale, Materialismo storico, Passato e presente, Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura, Il Risorgimento, Note sul Machiavelli pubblicati parzialmente tra il 1948 e il ’51 e integralmente in quattro volumi nel 1975 a cura di Valentino Gerratana) e le Lettere dal carcere (1947) che nel loro insieme costituiscono uno dei più concreti momenti di meditazione del rapporto fra teoria e prassi della cultura italiana di tutta la nostra storia.
- Oggi, con l’occupazione operaia, il potere dispotico nella fabbrica è spezzato; il diritto di suffragio per la scelta dei funzionari industriali è passato alla classe operaia […] Noi diciamo che il periodo attuale è rivoluzionario perché la classe operaia tende con tutte le sue forze, con tutta la sua volontà a fondare il suo Stato, […] il processo rivoluzionario è affiorato alla luce, entra nella fase in cui può essere controllato e documentato […] Il partito e il sindacato non devono porsi come tutori o come superstrutture già costituite di questa nuova istituzione […] essi devono porsi come agenti consapevoli della sua liberazione dalle forze di oppressione che si riassumono nello Stato borghese.
Con questo sistema — che ha come base il materialismo storico quale scienza dell’analisi sociale e politica concreta — Gramsci, in situazione diversa, nel periodo di crisi del fascismo (delitto Matteotti, ritiro dei deputati sull’Aventino) cerca di riorganizzare le masse come centri del processo rivoluzionario («comitati operai e contadini
» etc.).
La storia italiana era stata storia di ceti privilegiati, di alti prelati, di curiali ovviamente non meno cosmopoliti dei signori e degli umanisti, intesi a mantenere faticosamente e con compromessi continui gli equilibri esistenti; storia di scaltrezze e di violenze municipali, di piccoli territori.
Già il De Sanctis aveva indicato le scissioni tra essere e apparire, tra «
particulare» guicciardiniano e universale etico come sintomi di un male politico e civile trascinatosi per secoli nel buio degli aggiustamenti contingenti. Gramsci scopriva che alle strutture politiche e sociali di classe corrispondeva una cultura di classe, formalistica, aulica.
Secolari interessi comuni, resi omogenei dalla remota unificazione politica, hanno consentito in altre nazioni che gli scrittori vivessero come propri i sentimenti e gli interessi della maggioranza della popolazione, li elaborassero, e dalla matrice comune disegnassero le trame anche fantastiche delle loro opere. In ogni modo esisteva un substrato popolare che gli scrittori avvertivano come proprio e che interpretavano in termini artistici.
In Italia gli scrittori hanno attinto assai scarsamente dai temi popolari, il loro nutrimento è stato umanistico nel senso di libresco e nel senso di legame con una tradizione di casta: ha scritto Gramsci che «
l’intellettuale tipico moderno si sente più legato ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese e siciliano». L’egemonia direttivo-organizzativa delle classi dominanti ha impedito che si sviluppassero gruppi sociali esprimenti una autonoma attività culturale. Su una struttura culturale conservatrice e reazionaria si agitano i sogni degli artisti e i desideri del popolo.
Nell’umanesimo e nel rinascimento italiano ci furono elementi di progresso ma l’età del Rinascimento deve essere guardata nel suo bifrontismo e quindi anche nel suo versante di assimilazione formale del passato, di conservazione, di ritardo. Né in Italia vi furono grandi rivoluzioni culturali e sociali quali la Riforma e la Rivoluzione francese che fecero trionfare, contro l’autoritarismo, elementi sociali o di liberazione umana di vasti gruppi della società. Il nostro Risorgimento ha avuto uno svolgimento contraddittorio e senza l’adesione di quei sentimenti popolari che, in nome dell’uguaglianza, della fratellanza, della libertà, avevano portato avanti in Francia classi diverse ma animate da interessi e idee comuni.
transizione» al socialismo in cui gli operai, forniti di una visione complessiva della società, creano l’unità del «
blocco storico» del quale hanno, anche culturalmente, la guida.
sociologia ascetica», il socialismo quale «
risposta contro le offese della società alla sua solitudine di sardo emigrato», lo «
schietto marxismo» del pensatore, «
il primo rivoluzionario che entra a Montecitorio». Gobetti, morto a soli venticinque anni per le conseguenze di un’aggressione subita ad opera dei fascisti, nella breve vita fu maestro dei suoi giovani compagni (così lo ricorda Edmondo Rho) e organizzatore di cultura.
Se il popolo è ineducato e non ha il senso della libertà anche Mussolini può essere utile — scriveva nel 1922 — coll’insegnare concretamente […] che cosa sia la tirannide») giunse a scoprire la natura di classe del fascismo e i valori del movimento operaio al quale si venne avvicinando attraverso l’amicizia con Gramsci e Palmiro Togliatti e la collaborazione ad «
Ordine nuovo».
Energie nuove» (1918) che ebbe collaboratori Croce, Gentile, Einaudi, Ernesto Codignola, Rodolfo Mondolfo, Guido De Ruggiero, filiazione dell’«
Unità» di Salvemini. Nel 1918 conobbe Gramsci la cui esperienza dei Consigli di fabbrica eserciterà sul neoliberalismo di Gobetti che nella nuova rivista «
Rivoluzione liberale» (1922-25, soppressa dal fascismo) si allontana dai vecchi liberali e dai vecchi maestri (Gentile, Croce, Salvemini, Einaudi), combatte una larga battaglia contro il fascismo del quale studia il fenomeno squadristico, i legami con piccola borghesia, reduci, arditi etc.
Punta avanzata dell’antifascismo borghese, ha come collaboratori Giovanni Amendola, Carlo Rosselli, Carlo Morandi, Lelio Basso, Guido Dorso, Augusto Monti, Natalino Sapegno, fonda i Gruppi della Rivoluzione liberale; a Prezzolini il quale propone (1922) la fondazione di una congregazione degli Apoti («
coloro che non le bevono») che pone sullo stesso piano fascisti e comunisti, liberali e socialisti, Gobetti risponde che egli sa che fare: preferisce «
Cattaneo a Gioberti, Marx a Mazzini» e se il fascismo abolisse al libertà di stampa e di voto egli formerebbe non il sodalizio degli Apoti «
ma la compagnia della morte».
Nel 1923 Gobetti fonda una casa editrice e nel 1924 la rivista «
Il Baretti» (1924-28) con aperture europee, con rigetto del dannunzianesimo, del futurismo, del dilettantismo. Il titolo della rivista nasceva dalla volontà di uno schieramento morale e culturale illuministico secondo una linea politica liberalsocialista.
Il Caffè» (1924-25) antifascista, diretto da Riccardo Bauer e che ebbe collaboratori Ferruccio Parri, Tommaso Gallarati Scotti, Lelio Basso. Quest’ultimo indirizzò contro il fascismo anche la rivista genovese «
Pietre» (1926-28).
- Antonio Gramsci. Solo a partire dal 1947 l’opera di ANTONIO GRAMSCI è entrata nel circolo vitale della cultura italiana, esercitando notevole influenza sui successivi orientamenti delle indagini storiche, sociologiche, demologiche, di critica letteraria, e determinando vasti consensi e accanite polemiche.
Accusata di essere frammentaria e incompleta da chi non coglieva al di là dell’apparente frammentarietà degli appunti la coerenza organica e costruttiva del pensiero dell’autore, l’opera gramsciana affianca alla prevalente tensione verso una nuova strutturazione della società l’interesse per una nuova arte. Oltre che con i testi fondamentali della cultura marxista, Gramsci è venuto maturando il suo pensiero in un costante rapporto (prevalentemente polemico) con la cultura idealistica italiana e specialmente con Croce: rigettò la critica meramente estetica fondata sulla distinzione tra poesia e non-poesia e contrappose al metodo crociano il modello della critica desanctisiana e l’esigenza di analizzare il valore culturale e il contenuto ideologico delle opere letterarie.
L’attenzione a forme letterarie fino ad allora ignorate dalla critica (come è il caso dei romanzi di appendice), il problema della comunicatività dell’opera d’arte e la conseguente indagine sociologica, gli spunti illuminanti per la comprensione di alcuni autori (si pensi all’interpretazione di Manzoni) sono alcuni dei fecondi contributi dati da Gramsci allo sviluppo della critica letteraria e, in genere, della cultura italiana dell’ultimo dopoguerra.
↩ - Piero Gobetti. Breve ma intensa fu la vita di PIERO GOBETTI, precoce pubblicista, fondatore di riviste (la prima, «Energie nove», vide la luce quando era ancora allievo del liceo Gioberti), editore, inesauribile promotore di iniziative culturali.
Convinto che il moto risorgimentale italiano avesse sostanzialmente mancato le sue mete ideali e che la soluzione politica più adeguata consistesse nella fusione delle istanze liberali con quelle socialiste, avverso al fascismo considerato non come un male passeggero ma come una malattia ereditaria e mortale, Gobetti fu animato da un severo intento etico-pedagogico e fu attento indagatore dei rapporti tra politica e cultura.
Fra le sue opere ricordiamo La frusta teatrale (1923, che raccoglie gli articoli di critica teatrale pubblicati su «Ordine nuovo»), La filosofia politica di Vittorio Alfieri (1923, in cui si avvertono ancora tracce della giovanile educazione idealistica), La rivoluzione liberale — Saggio sulla lotta Politica in Italia (1924) e, postumi, Risorgimento senza eroi (1926) e Paradosso dello spirito russo (1926).
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