Capitolo 20·
L’età del Fascismo
Era diritto davanti a lei, chiuso in un elegante abito grigio che disegnava l’alta e forte persona aristocratica. Da lui emanava un lieve profumo di buone sigarette, di finissimo sapone, di fresca acqua di colonia […] — Andremo in un luogo che vi piacerà, Yvelise. Sapete la geografia? — No. — Allora è inutile che vi dica dove andremo!»), o di quella per adolescenti di Anna Vertua Gentile, di Wanda Bontà etc. Erano i lettori dei primi rotocalchi ma anche consumatori di film dai telefoni bianchi, di gite dopolavoristiche, di treni popolari.
italiano di Mussolini» ma si lasciava la libertà di un’atmosfera idillico-populistica.
improvvisa: tragica e burlona», terra di «
omeriche risate» e «
pantagrueliche combutte», terra un tempo patriarcale in cui «
il canto lasciò il posto alla bestemmia» e al «
grigiore accorante» del livellamento socialista. Il romagnolismo per Beltramelli consiste anche nel ripudio della critica (il critico è un «
erudito», l’erudito un «
eunuco», chi insegna appartiene alla «
genia tardigrada, serrata e barricata nella umanità di un vocabolario enciclopedico»), nella turbolenza, nella mancanza di mezzi termini e nel ribellismo.
Dovendo discutere di politica, in Romagna non è mai male disporre di buoni muscoli»), «
sclassificato», «
fuorisacco» che diventa teppista del fascismo. L’«
anima romagnola» di cui spesso parla Beltramelli è un’astrazione su cui volentieri si sono soffermati i folkloristi attardati, antipopolari — nonostante il conclamato amore per la propria terra e la sua gente — per la retorica che faceva dei romagnoli una popolazione immobile nella bizzarria, nell’individualismo e nella mancanza di ragione e di critica.
La bella bocca rossa attendeva il suo bacio, dischiusa come la corolla del geranio», «
giovane corpo di madonna, in un giardino di melograni in fiore»). Erotico-estetici sono anche i romanzi Ahi Giacometta, la tua ghirlandella! (1921) e Fior d’ulivo (1925), mentre nel Passo dell’ignota (1927) Beltramelli esalta l’uomo forte difensore del tradizionalismo agrario contro i contadini socialisti nonché la vecchia Romagna di telai, madie, focolari, maceri di canapa, lande e paludi, «
arzdore» [donne reggitrici di case] etc.
Beltramelli fu, in sostanza, un epigono camuffato da rivoluzionario, uno scrittore con fortissimi limiti culturali, portatore dell’ideologia del possesso agrario e di paradisi erotici stranieri e nostrani.
I giganti hanno formato il grande edificio della civiltà», essi stanno sopra le parti, come Carducci che da repubblicano può diventare monarchico (Panzini scrisse l’Evoluzione di G. Carducci, 1894) perché non può «
portare la livrea del pubblico».
idealità superiore greca e romana», in nome del mondo degli eroi e del passato umanistico, di un Risorgimento ridotto ad aneddoti e figure, culla del moderatismo, Panzini combatte una battaglia culturale arretrata e letteraria, ricca di luoghi comuni ideologici reazionari, contro il presente, la scienza positivistica, il socialismo che avanza per «
livellare e scancellare». Dal 1894 al 1937 egli fu un commentatore, scontento e insofferente, del costume e della vita politica, scettico, didascalico, moralistico. Le sue pagine, che oppongono all’intensità di vita economica del suo tempo il paradiso perduto del pauperismo patriarcale, mescolano maccheronicamente (Panzini si laureò con una tesi sulla poesia maccheronica) l’antico e il moderno, il classico col quotidiano (come faceva il fascismo), finiscono nella studiosa, stridula, schiumosa ironia.
invase e dilagò il torrente de le idee le quali tutte sembravano vere perché erano nuove. Era per le vie un affollarsi di giovani che discorrevano di politica, di elezioni, di filosofia, di mirabili conquiste ne l’avvenire». In Panzini circola il pessimismo dell’homo homini lupus appena si accorge che la forza crea la storia, che gli idealismi devono cedere alla realtà e che i carmina sono altra cosa dalla realtà. Ma tutte le piccole idee sono scollegate e vengono commentate con molte smorfiosaggini.
dissipatrici dell’enorme lavoro dell’uomo», borghesia e proletariato sono equivalenti.
comunismo» nel Dizionario moderno scrive: «
Filosofia di livellazione umana, abolizione dell’individualità specialmente se geniale. Sostituzione dei metalli alla intelligenza». Le donne moderne lo spaventano; quelle nelle pellicce si muovono così snodate che sembra si possano levare da esse «
come le lumache con uno spillo fuor del suo guscio: levar nude e con una membranella appena di seta».
di un fascista in camicia nera» che «
sta di guardia e vi saluta col saluto romano»; a proposito del ruralismo fascista Panzini scrive: «Se l’Italia non ha le miniere che stanno entro la terra, ha la grande miniera che sta nel cielo: il sole». Che cosa porta Panzini nel fascismo? Il vecchio letterato italiano incapace di verificare nella storia la cultura, scettico sulla funzione dell’intelletto, della scienza. Le ideologie di Panzini erano congeniali alla sostanza del letterato che subordina la storia alla letteratura ma anche al fascismo conservatore, misoneista, antiscientifico.
le dame del Novecento premono l’accelleratore, e via che vanno senza paura»; «Fu così che alla antica ruota del carro fu aggiunta la ruota del progresso che va, che va!»). Il romanzo si disarticola in Panzini negli umori diffidenti e brontoloni.
violento e improvviso», che si apparta per non avere contatto con gli uomini. Pietro di Con gli occhi chiusi (1919 ma scritto nel 1913) non sa reagire contro il padre-padrone, in Il podere (1921) Remigio è ucciso dal mezzadro, in Tre croci (1920) uno dei tre fratelli Gambi, falliti in commercio, si colpevolizza e si suicida.
Tu sei uguale a noi! È inutile che tu cerchi d’evitarci!». Clima vociano, incontro col cattolico fanatico Giuliotti, studio dei mistici senesi, possono avere influito sul soggettivismo di Tozzi ma i modi in cui lo scrittore sente l’ossessione esistenziale sono quelli della cultura europea da Dostojevskj (che Tozzi conobbe bene) a Svevo.
jazz-band» in cui strumenti seri e solitari lasciano la voce all’impazzare del commento di grancasse e tamburi, all’ironia commentatrice disperata. Tutto si svolge come in un gran gioco, che non è tale, con un apparato ludico quasi teatrale che non lascia spazio al respiro e ai modi del romanzo moderno.
Ronda» lasciò i suoi segni nel gusto letterario, nell’impegno stilistico di Antonio Baldini (1889-1962) nato a Roma ma di famiglia romagnola, scrittore di prosa d’arte, sereno e ariostesco, nel libro di guerra Nostro purgatorio (1918), in Amici allo spiedo (1932), Michelaccio (1924), Beato tra le donne (1940).
premio Mussolini» e accademico d’Italia, esperto di cinematografia, insigne critico d’arte e studioso di letteratura angloamericana, insegnante a Berkeley in California), come in Savinio, critica e arte sono aspetti fondamentali della personalità. Studioso di Kipling (1911), Pascoli (1912), della pittura italiana dell’Ottocento (1926), di Giotto (1937), si venne creando un originalissimo stile tendente alla trasfigurazione magica e irreale nei libri di saggistica, invenzione, viaggi, da Pesci rossi (1920) a L’osteria del cattivo tempo (1927), Corse al trotto (1936), Et in Arcadia ego (1936), America amara (1940). Il raffinatissimo gioco di Cecchi, creatore di atmosfere arcane, è impegno di stile ma anche capacità di montaggio letterario, esperienza tecnica di trasfigurazione a cui, però, partecipa l’eccezionale sensibilità.
Solaria» e «
Letteratura» sulle quali lo scrittore si venne aprendo all’Europa. Novelle e racconti di Bonsanti non si muovono sul piano dell’intreccio ma dell’analisi minuziosa e lentissima, distesa in un tempo interiore che richiama Proust. Cosi in La serva amorosa (1929), I capricci dell’Adriana (1934), Racconto militare (1937) e, più tardi, in La buca di San Colombano (1964) e La nuova stazione di Firenze (1965).
Solaria» la narrativa, così nella pistoiese Gianna Manzini (1896-1974) autrice di Incontro col falco (1929), Lettera all’editore (1945), La sparviera (1956), Ritratto in piedi, è sempre in compromesso con il lirismo.
Letteratura», traduttore dal russo, rappresenta un suo mondo artistico di incubi, assurdi, minacce, popolato da ragni, vermi, blatte, serpenti, scimmie, simboli di un universo malato e sopraffatto dall’irrazionale. Nei racconti e romanzi di Landolfi (Il Mar delle Blatte, 1937; La pietra lunare, 1939; Le due zitelle, 1945; Cancroregina, 1950; Racconti impossibili, 1966) si cerca la liberazione dai mostri e l’atmosfera è contrassegnata da una dimensione surrealista e grottesca che investe anche le parole: «
mi sciacquai la bocca e sputai. Ma ecco che […] vennero fuori loro, le parole. Non so come spiegarmi: erano parole, ma erano vive e guizzavano qua e là nel lavandino».
- Antonio Beltramelli. Nato a Forlì da cospicua famiglia, ANTONIO BELTRAMELLI svolse un’intensa attività giornalistica, collaborando a giornali regionali e nazionali e compiendo, in qualità di corrispondente, numerosi viaggi in Italia e all’estero (fu quasi in tutti i continenti).
Nazionalista e poi fascista, ebbe una lunga relazione con Barbara Jacobbi (testimoniata da varie lettere) e visse a lungo nella sua villa «la Sisa» tra Forlì e Ravenna, dove nel 1925 portò una giapponese, Yoshiko-San, divenuta poi sua moglie.
Autore fecondissimo di racconti, romanzi, versi, scritti di viaggio, libri per ragazzi, Beltramelli ebbe un notevole successo di critica e di pubblico nel periodo compreso tra le due guerre, ma in questo dopoguerra la sua personalità artistica è stata notevolmente ridimensionata.
↩ - Alfredo Panzini. ALFREDO PANZINI studiò all’Università di Bologna, dove ebbe come maestri Carducci e Francesco Acri che esercitarono notevole influenza sulla sua formazione culturale.
Professore di scuole secondarie a Milano e a Roma (fino al 1924), giornalista (collaborò all’«Illustrazione italiana», alla «Nuova antologia» e al «Corriere della Sera»), aderì al fascismo e nel 1929 fu nominato accademico d’Italia. Luogo ideale di gran parte della sua produzione narrativa è la Romagna e soprattutto Bellaria, presso Rimini, dove aveva una villa in cui trascorreva i riposi estivi.
Oltre ad antologie scolastiche, manuali e al Dizionario moderno (1905; raccolta di neologismi che assunse sempre più l’aspetto di «supplemento ai dizionari italiani»), Panzini ha lasciato una vasta produzione di romanzi e novelle (Piccole storie del mondo grande, 1901; La Madonna di Mamà, 1916; Il diavolo nella mia libreria, 1920; Il padrone sono me!, 1921; La pulcella senza pulcellaggio, 1925; etc.) e scritti di rievocazione storico-culturale (come Santippe, 1913, e Il bacio di Lesbia, 1937). - Federico Tozzi. La figura del padre, un contadino violento e litigioso che si era arricchito, ha fondamentale importanza nella vita e nella produzione letteraria di FEDERICO TOZZI: l’ostilità e l’incomprensione che caratterizzarono i rapporti tra i due indussero l’autore a cercare di sottrarsi alla dipendenza economica e si espressero, nei suoi scritti, nella rappresentazione di figure maschili riflettenti i tratti psicologici del padre.
Dopo avere interrotto gli studi ed essersi iscritto, ma senza una precisa presa di coscienza, al Partito socialista (poco dopo se ne distaccherà), Tozzi divenne amico di Domenico Giuliotti e con lui, nel 1913, fondò la rivista «La Torre», che fu sostenitrice di un cattolicesimo reazionario e si oppose agli elementi moderni della società e della cultura italiane.
Dopo la morte del padre (1908), lasciò l’impiego alle ferrovie e visse nel podere di Castagneto, ma le ristrettezze economiche lo costrinsero a vendere o affittare i suoi beni e a trasferirsi a Roma (1914). Il podere e Tre croci, i due maggiori romanzi di Tozzi — che ebbe un amico ed estimatore in Borgese ed è stato attentamente studiato da Giacomo Debenedetti —, furono pubblicati poco dopo la sua morte.
↩ - Emilio Cecchi. Formatosi nell’ambiente culturale fiorentino, EMILIO CECCHI collaborò ad alcune delle principali riviste del Novecento italiano («Leonardo», la «Voce», la «Ronda»).
Affermatosi inizialmente nel campo della critica militante — in cui ha dimostrato doti di acuta intelligenza congiunta a una sensibilità sottile e impressionistica —, partecipò alla prima guerra mondiale e, corrispondente di Croce, firmò il manifesto degli intellettuali antifascisti.
Accademico di Italia nel 1940 e accademico dei Lincei nel ’47 per la classe della critica, compì, anche come corrispondente della «Tribuna» e poi del «Corriere della Sera», viaggi in tutto il mondo che offrirono spunti per numerosi libri (tra gli altri Messico, 1932, e Appunti per un periplo dell’Africa, 1954).
Autore di numerosi «saggi» e «capricci», Cecchi — che nel ’58 ha ottenuto dall’Università di Firenze la laurea in lettere honoris causa — rivela costantemente nei suoi scritti l’esigenza di un saldo dominio intellettuale e stilistico della materia.
↩ - Tommaso Landolfi. Dopo avere studiato al Cicognini di Prato, TOMMASO LANDOLFI ha soggiornato a lungo a Firenze (nella locale Università si è laureato in lettere), entrando in contatto con gli ambienti ermetici e collaborando a riviste come «Letteratura» e «Campo di Marte».
Perseguitato per il suo antifascismo e rinchiuso in carcere, ha esordito nel 1937 con i Dialoghi dei massimi sistemi, apparsi nelle edizioni di «Letteratura». Dopo la guerra ha compiuto viaggi all’estero e collaborato a «Il mondo» (1953-58) con prose d’arte, recensioni e note di viaggio.
Di carattere schivo e appartato, fornito di vasta e composita cultura e conoscitore di numerose lingue (francese, tedesco, soprattutto russo), Landolfi — che a lungo è stato considerato scrittore per lettori specializzati — svolge un discorso narrativo che ha dato luogo a varie interpretazioni critiche (caratterizzate spesso dalla difficoltà di riuscire a cogliere il nucleo essenziale del mondo dell’autore) e che si avvale di un ricamo inventivo-stilistico fitto e pregnante.
