Capitolo 20·
L’età del Fascismo
Funzione di «
obiettore di coscienza» ebbe, come scrisse lo stesso primo direttore Alberto Carocci, la fiorentina «
Solaria» (1926-36), incubatrice dell’ermetismo, del racconto di memoria, della critica stilistica di Gianfranco Contini. La nuova poesia e la nuova narrativa degli anni Trenta fecero in essa significative prove ma vi ebbero i primi riconoscimenti anche Proust (già fatto conoscere da Giacomo Debenedetti sul «
Baretti»), Joyce, Kafka.
Da «
Solaria» nacquero a Firenze «
Letteratura» (dal 1937) diretta da Alessandro Bonsanti, moderna e raffinata (ad essa collaborarono Montale, Saba, Solmi, Luzi, Landolfi, Contini, P. Bigongiari etc.) e «
La riforma letteraria» (1936-39) diretta da Carocci e Giacomo Noventa, aperta alla «
fronda» fascista e a cui collaborarono Giuseppe Bottai, Franco Fortini, Giorgio Spini, Raffaello Ramat, Geno Pampaloni etc.
Fin da «
Primo tempo» (1922-23), rivista torinese, Giacomo Debenedetti che la dirigeva studiava Saba con critica psicanalitica, Sergio Solmi sottolineava il travaglio di Montale e tutti i collaboratori usavano le più moderne esperienze critiche.
Anche la rivista cattolica fiorentina «
Frontespizio» (1929-40), che ebbe tra i direttori Bargellini e Giuliotti, fu attraversata (in forma mistico-religiosa) dalla poesia pura e dai suoi critici (Lisi, Betocchi, Bo, Fallacara, Fasolo); diciamo attraversata perché i giovani evasero dall’atmosfera chiusa e conservatrice verso «
Campo di Marte».
Fu questa nella sua breve durata (1938-39, diretta da Enrico Vallecchi) una testimonianza bruciante, individuale, di quella solitudine e di quello scacco esistenziale che alimentano la poesia ermetica (Alfonso Gatto, Vasco Pratolini, Ruggero Jacobbi, Elio Vittorini, Mario Luzi, Carlo Bo, Eugenio Montale, Romano Bilenchi etc. figurano tra i collaboratori).
Più ricca di pensiero e di aperture, di concrete insofferenze verso il regime, fu «
Corrente» (1938-39) diretta a Milano da Ernesto Treccani, ricca di problemi figurativi, filosofici, alimentata dalla collaborazione dì Raffaele De Grada jr., Piero Bigongiari, Carlo Cassola, Luigi Bartolini, Antonio Banfi, Luciano Anceschi, Remo Cantoni etc.
Verso il surrealismo europeo si apri «
Prospettive» (1937-43), diretta a Roma da Malaparte, che fece conoscere Breton, Lorca, Eluard, Joyce.
Infine ricordiamo «
Primato» (1940-43), diretta a Roma da Giorgio Vecchietti e Giuseppe Bottai, sorta per conquistare intellettuali non fascisti o antifascisti, sicché tra i collaboratori si incontrano Mario Alicata, Carlo Muscetta, Giaime Pintor, Vitaliano Brancati, Cesare Pavese, Vasco Pratolini, Alfonso Gatto, Guido Piovene etc.
Voce». Questa lirica, che ha origine con i versi di Ungaretti scritti durante la guerra, si fonda sul concetto di indefinibilità e incomunicabilità psicologica della poesia, sullo scavo formale in modo da rendere la parola più pura possibile e perciò capace (al di là dell’oratoria, del sentimento pratico) di far intendere le analogie che sono nella realtà.
poeta» scoprono l’aldilà, la poesia. L’approdo poetico è la grazia concessa, la sola illusione per l’uomo sacrificato in una torre d’avorio e assente al fluire della vita inteso come condanna. Le metafore e le analogie tendenti in molti casi all’oscurità — poiché la poesia è intuizione, non concetto né comunicazione —, a vortici, spirali di oscurità, lo stile raffinato e ricco di simboli fecero chiamare ermetica, da parte di critici pigri e accademici, questa lirica diventata, invece, densa e limpida soprattutto fra il 1930 e il ’40. Con l’assunzione della forma e della parola a realtà i poeti intesero protestare contro il flusso disorganico della vita, dei suoi modi empirici, civili, sociali, politici; ma il loro disimpegno fu ambiguo perché, diversamente, ad esempio dai surrealisti, nulla essi intendevano modificare e il loro limbo costituì un parcheggio nell’ineffabile, nei «
pomari», negli «
orti di limoni», in un mondo di pena individuale.
Campo di Marte». I suoi compagni di università (Rosario Assunto, Giacinto Spagnoletti) concordarono nel ritenere fin d’allora un genio Jacobbi, esperto di letterature straniere, estetica, teatro, arti figurative, lirica, critica. Il più attento periegeta del primo Novecento, Jacobbi, nel 1946 lasciava l’Italia per il Brasile come regista della compagnia teatrale di Diana Torrieri; rimase in Brasile fino al 1960 e là fu un rinnovatore della cultura teatrale, cinematografica, poetica. Campana, seguito da Arturo Onofri, è per Jacobbi il capostipite della nuova poesia lirica che si svolgerà sotto i segni del surrealismo e dell’ermetismo libertari e antiaccademici. La “veemenza dei rapporti irrazionali” di Campana è l’emblema della nuova poesia novecentesca.
esperienza strettamente personale» e portante il segno dell’individualità. Giuseppe Ungaretti1 (1888-1970) nacque da famiglia lucchese ad Alessandria d’Egitto dove il padre si era recato per i lavori del canale di Suez. Studiò nelle scuole francesi di Alessandria e poi a Parigi dove conobbe Modigliani, Apollinaire e il pittore Léger. In Italia conobbe Mussolini, fu combattente volontario come soldato semplice, nel 1916 pubblicò con prefazione di Mussolini il Porto sepolto. Seguì Allegria di naufragi (1919 e, col titolo Allegria nel 1933).
Ungaretti
uomo di pena
ti basta un’illusione
per farti coraggio;[…]
poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento.
L’impossibilità di esistere nel tempo storico induce il poeta a rivolgersi alla Pietà:
Sono un uomo ferito
e me ne vorrei andare
e finalmente giungere,
Pietà, dove si ascolta
l’uomo che è solo con sé […]
nei vivi la strada dei defunti,
siamo noi la fiumana d’ombre…
In Il dolore (1947), sono le liriche per la morte del figlio:
Ora dov’è, dov’è l’ingenua voce
che in corsa risuonando per le stanze
sollevava dai crucci un uomo stanco?…
La terra l’ha disfatta, la protegge
un passato di favola.
Noi non amiamo l’ermetismo, perché sappiamo che esso nasconde un processo (psicologico) involutivo anziché evolutivo e il mondo ha più bisogno di chiarezza che di oscurità» (il contrario di ciò che scriverà Carlo Bo nel 1938 in Letteratura come vita: «
la chiarezza non è che un’oscurità travestita, non offre cioè il senso della ricerca, la possibilità di vita»). Le sue esperienze culturali principali furono quelle, non facili, con i vociani a Firenze, lo studio di Nietzsche (il persuasore, non il superumano) e di Freud. Nel 1921 radunava nel Canzoniere (edito dalla sua stessa libreria antiquaria) le raccolte pubblicate; dal 1945 usciranno altre edizioni del Canzoniere. Traduzione ottocentesca e metrica tradizionale caratterizzano le poesie di Saba il quale adopera la chiarezza lirica per esprimere l’amore verso Trieste, il desiderio di comunicare con altri uomini, di esprimere una vitalità cordiale,
di vivere la vita
di tutti,
d’essere come tutti
gli uomini di tutti
i giorni.
perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.
In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.
Primo tempo»), affronta il problema dell’uomo nel suo tempo e ne coglie la consapevolezza dell’impotenza ad agire in un universo degradato. Dalla sfiducia nella realtà nasce un virile mondo interiore fondato sulla ragione e sulla consapevolezza del tragico destino individuale:
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
[…] s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara, amara l’anima.
Solo barlumi, nebbie, segmenti del reale possiamo comprendere nel caos indifferente, nella labilità senza certezze che ci circonda:
Ahimè non mai due volte configura
il tempo in egual modo i grani!;[…]
Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina.
L’attimo che rovina l’opera lenta di mesi | giunge») domina la poesia di Montale:
Assente, come manchi in questa plaga
che ti presente e senza te consuma:
sei tornata e però tutto divaga
dal suo solco, dirupa, spare in bruma.
La vita è questo scialo
di tristi fatti, vano
più che crudele.
male di vivere»), nelle Occasioni (1939) cadono anche le sfumature dell’arcano e dell’incantato. Il leopardismo di Montale, che negli Ossi è definito nell’antimetafisica e nella demitizzazione del posto dell’uomo nell’universo, adesso si rafforza nella negatività dell’esistenza e nella lettura dell’esistenziale attraverso il fenomeno. Le labili figure femminili sono perdute e assenti e non ricordano e non comunicano:
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera;
altro tempo frastorna
i tuoi pensieri;
Non recidere, forbice, quel volto
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre;
la moneta incassata nella lava»).
mottetti» del libro c’è il dolore per l’instabilità delle cose, per la catastrofe che incombe su tutto. La ricerca dei mezzi espressivi più sintetici e fulminati è coerente in Montale con le tonalità della pittura pura, con gli stacchi della cinematografia: la necessità di abolire gli sviluppi oratori della lirica induce Montale a disegnare a saetta, a folgorare l’attimo poetico della memoria, l’«
occasione» diventa emblema, il fatto-guida che è illuminazione esistenziale. L’immagine della donna non ha evidenza fisica o di senso, giunge da un’altra regione attraverso una bufera come per portare salute:
Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose: hai le penne lacerate
dai cicloni.
enorme-presenza dei morti». In Satura (1971) e in Quaderno di quattro anni (1977) non c’è più alcuna speranza, la storia è negata in ogni sua qualità positiva. Montale cade in una filosofia dell’esistenza che non ha più nulla del pessimismo radicale e virile di Leopardi e il grande intellettuale di fronte ai fatti degli anni Settanta non riesce a concretare un atteggiamento diverso da quello del 1952 quando scriveva: «
L’uomo, in quanto essere individuato, individuo empirico, è fatalmente isolato. La vita sociale è un’addizione, un aggregato, non una unità di individui. L’uomo che comunica è l’io trascendentale che è nascosto in noi e che riconosce se stesso negli altri […] solo gli isolati parlano, solo gli isolati comunicano». Ma anche le immagini poetiche non riescono a scandire i tempi mutati.
Solaria» Quasimodo, ricollegandosi a Ungaretti e Montale ma anche ai decadenti francesi che il sodalizio degli amici Luca Pignato, G. A. Di Giacomo (Vann’Antò) e Salvatore Pugliatti aveva fatto conoscere in Sicilia, riduce all’essenzialità la parola, pura, solitaria espressione di un mondo non toccato dal dolore. I miti dell’isola, dell’infanzia abitata da immagini assolute di purezza, da simboli viventi in un paesaggio metafisico scendono in forma di alta letteratura che ha il sentore dei lirici greci tradotti (1940) in modo genialmente moderno dal poeta. La parola ermetica è in Quasimodo una cosa sola con lo scavo esistenziale nel mondo perduto o dal quale egli si sente esiliato:
Aspro è l’esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d’armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire.
Ma l’esperienza della guerra e le fitte vicende del dopoguerra fanno precipitare l’habitus ermetico di Quasimodo, che si apre alla poesia civile con un canto più disteso in cui la tecnica analogica cede spesso al realismo in Giorno dopo giorno (1947), La vita non è sogno (1949), Il falso e vero verde (1953), Dare e avere (1966), qualche volta alla cronaca e al recupero esistenziale delle ragioni poetiche in una sostenuta eloquenza.
ostile e irreparabile», «
senza speranza di ritrovare qualcosa che si è smarrita». Il poeta vive come in un esilio, in una sorta di espiazione decadente, in un «
soffrire impietrato». Pignato fu uomo di avanguardia, traduttore e divulgatore di Mallarmé, collaboratore del «
Baretti», tra i pochissimi nel suo tempo che videro l’estetica di Croce come un fenomeno tardivo e inattuale, puntualizzato sull’interesse esclusivo per la forma.
La nostra vita non s’inventa sul foglio di carta, sotto il paralume verdognolo, ma giorno per giorno si crea sulle strade del mondo e nella passione dell’opera;
[…]
la vita brucia l’innocenza col fuoco delle passioni e l’uomo sospirerà sempre il paradiso perduto
[…]
Ma non ci sono serre per custodirti nell’innocenza delle favole
e la passione della vita arderà su di te, come su tutti i rosai l’estate
e il nostro amore non potrà darti che un sorso d’ombra.
Ogni creatura si ritrova sola […]
come l’animale innocente e sgozzato
i cui occhi nel freddo di morte
hanno il colore d’acqua chiara.
Ma l’elemento precipuo nella Florio è quello drammatico, il canto per la perduta presenza umana:
Sei più povero delle pietre
in cui non vive alcun seme […]
Sei più povero del buio […]
Ma tu non sei nessuno,
docile hai reso quello che fu tuo,
e non sai com’è triste cadere
fra le cose dimenticate.
spazi aerei che sovrastano su «
rupi, acque marine, tempeste»:Ora coi passi spezzati
e la carne trafitta
stai solo;
O tu che non potrai tornare
al fiato lucente dei giorni…;
Ora che tu non sei
sterile il tempo consumo.
Tutto si afferma ansioso di durare:
ogni cosa che vive patisce il tempo,
con dolore si muta in altre forme.
Dopo breve stagione
ci stacchiamo dall’albero di vita,
ma nuove foglie s’aprono sui rami
e colmano di sé la nostra assenza.
colloquio estenuato con se stessa» e la poesia un «
sofferto silenzio» egli discorreva «
in prosa e in versi con villani, operai, sabbiatori, prostitute, carcerati, operaie, ragazzi».
- Giuseppe Ungaretti. La prima esperienza umana e culturale di GIUSEPPE UNGARETTI avvenne nella natia Alessandria d’Egitto, dove rimase fino al 1912 ed entrò in contatto con Enrico Pea e le tendenze letterarie presenti nei gruppi di emigrati europei. Trasferitosi a Parigi, frequentò gli ambienti culturali dell’avanguardia del primo Novecento e pubblicò i primi versi di stampo futurista sulla rivista «Lacerba».
La partecipazione alla guerra mondiale (prima sul fronte italiano e poi su quello francese) fu decisiva per Ungaretti: la macerazione espressiva e l’essenzialità lirica delle poesie del Il porto sepolto esprimono l’esigenza di restituire alla parola la primitiva purezza e forza di suggestione, liberandola dalla retorica, e rivelano lo sforzo di cogliere la realtà autentica dell’essere non con procedimenti razionali ma per via analogica.
Fra le altre raccolte poetiche di Ungaretti — che visse prevalentemente a Roma e fu, tra l’altro, giornalista e traduttore dall’inglese, francese, spagnolo — abbiamo La terra promessa (1940), Un grido e paesaggi (1952), Il taccuino del vecchio (1960), Dialogo (1968). - Umberto Saba. Cresciuto nel fervido e inquieto ambiente triestino di fine Ottocento, UMBERTO SABA trascorse un’adolescenza infelice in una famiglia ormai disgregata e fece il mozzo su una nave.
La sua vocazione poetica si manifestò precocemente (Il mio primo libro di poesie è del 1903) e il servizio militare prestato a Salerno (1907-08: Saba era cittadino italiano benché vivesse nella Trieste asburgica) fu l’occasione per la composizione di un altro gruppo di sonetti (Versi militari). Sposatosi nel 1911 con quella Lina che è la figura femminile dominante nel Canzoniere, partecipò alla guerra e nel 1918, tornato a Trieste, apri una libreria antiquaria.
Trascurato a lungo dalla critica ufficiale ma rivalutato da Debenedetti e dagli intellettuali solariani (nelle edizioni di «Solaria» apparve nel 1928 Preludio e fughe), dovette lasciare la sua città in seguito alle leggi razziali e fu a Parigi e in varie città italiane.
La produzione poetica di Saba — che fu anche autore di scritti in prosa (come Scorciatoie e raccontini, 1946) e di una Storia e cronistoria del Canzoniere che è un commento alle sue poesie — occupa circa un cinquantennio e presenta, nella sua indiscussa originalità e unità, una notevole varietà di temi e prospettive. - Eugenio Montale. EUGENIO MONTALE trascorse l’infanzia e l’adolescenza a Genova e a Monterosso, al cospetto di quel paesaggio scabro ed essenziale che nelle poesie divenne la trascrizione oggettiva dell’aridità interiore del poeta.
Collaboratore del «Baretti» di Gobetti (che fu anche l’editore di Ossi di seppia) e di «Primo tempo», la rivista torinese di Debenedetto, nel 1925 sottoscrisse il Manifesto degli intellettuali antifascisti e pubblicò il famoso articolo su Svevo. Trasferitosi a Firenze nel 1927, divenne direttore del Gabinetto Vieusseux, ma nel ’38 fu allontanato dall’incarico per antifascismo.
Dopo l’esperienza della seconda guerra mondiale (che si riflette nelle liriche de La bufera, le quali, però, non costituiscono una svolta ma un approfondimento dell’inchiesta esistenziale), si stabilisce a Milano dove dal ’47 è redattore del «Corriere della Sera»; nel ’66 è nominato senatore a vita del Presidente della Repubblica. Autore di traduzioni e di volumi in prosa (Farfalla di Dinard, 1956; Auto da fé, 1966), Montale è stato spesso accusato di oscurità, ma ormai si riconosce che l’essenzialità del suo linguaggio scaturisce dalla dolorosa scoperta della assurdità del reale. - Salvatore Quasimodo. Figlio di un capostazione delle ferrovie, SALVATORE QUASIMODO studiò all’Istituto tecnico di Messina e fece diversi mestieri prima di ottenere (1926) un impiego come geometra del Genio civile a Reggio Calabria.
Nel 1929, per interessamento del cognato Elio Vittorini, entrò in contatto con l’ambiente culturale fiorentino di «Solaria» e presso le edizioni della rivista pubblicò (1930) il suo primo volume di versi, Acque e terre. Stabilitosi definitivamente a Milano, si dedicò al giornalismo attivo (fu vicino al gruppo di «Corrente») e nel 1941 ottenne l’incarico di letteratura italiana al Conservatorio.
Dopo la guerra, che segnò nella sua produzione un notevole rinnovamento tematico e stilistico, continuò l’attività di poeta e traduttore. Nel 1959 ottenne il premio Nobel per la letteratura.
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