Capitolo 15·
Il Romanticismo e Alessandro Manzoni
visione» montiana, Il trionfo della libertà (1800), un poemetto, L’Adda e, più importante, il Carme in morte di Carlo Imbonati (1805) sono i principali scritti di Manzoni ancora seguace del neoclassicismo, influenzato da Parini, Alfieri, Foscolo, Gessner e credente nell’illuminismo. Il Carme è stretto intorno a una severa moralità
- […] Di poco
esser contento: da la meta mai- non torcer gli occhi: conservar la mano
- pura e la mente […]
- Non far tregua coi vili: il Santo Vero
- mai non tradir: né proferir mai verbo
- che plauda il vizio, o la virtù derida
far torto o patirlo» è il destino inesorabile che il giudizio divino emenderà. Dio lenisce soltanto, come Spirito rianimatore, le creature umane. Inutile è l’arte che non rappresenti il dramma della vita dell’uomo e che non indaghi nel cuore umano, sugli affetti semplici e umili che esso contiene, sulle tempeste del sentimento che nascono dagli errori. La realtà dell’arte romantica è cristiana quando ha come materia i misteri della fede e la lotta dell’umanità per l’affermazione dei valori cristiani.
cui fu donato in copia» (discutibilissimo il dono che già Parini chiamava rapina) continua ad accumulare profitti. Manzoni raggiunge in questo celebratissimo inno un equilibrio tenero (di pargoli, bamboli, donzelle, vergini, canizie, franchigie, mercede) fra cattolicesimo tradizionale e spirito moderno ma la nuova pace interiore non consente altra correzione al «
violento» che la «
pietà» nata da «
sgomento», altro cambiamento al povero che il valore della povertà. Con quest’inno, notevole per la tagliente rapidità nello scorciare, per la solennità nell’esaltare, per l’imposizione nel persuadere, Manzoni è sulla linea del moderato neocattolicesimo del tempo suo.
Un’immensa moltitudine d’uomini, una serie di generazioni, che passa sulla terra, sulla sua terra, inosservata, senza lasciarvi traccia, è un tristo ma importante fenomeno; e le cagioni di un tale silenzio possono riuscire ancor più istruttive che molte scoperte di fatto.
La storiografia degli oppressi, dei popoli soggetti diventava un suggestivo elemento romantico per scrutare il passato della nazione, ritrovarvi un’effigie cristiana, riproporre una nuova tragedia romantica, che fondesse la storia con i sentimenti degli uomini; «le loro decisioni e i loro progetti, i loro successi e i loro insuccessi
». Le tragedie storiche di Manzoni si fermano sul destino dei popoli e degli uomini, condannano la tirannide, la ragione di Stato, la regalità, la violenza, gli odi fra le nazioni. In tal modo la poetica tragica unisce il vero della storia con il sentimento poetico per esaltare cristianamente i vinti secondo il fondamento ideologico delle Osservazioni. Manzoni cristiano si differenziava dalla tragedia classica e da Alfieri, rifiutava le unità di tempo e di luogo come pastoie accademiche, interpretava modernamente gli elementi drammatici di Shakespeare. Le idee sulla poetica tragica furono manifestate da Manzoni in una lettera del 1822 a Chauvet sulle unità di luogo e di tempo nella tragedia. Il Carmagnola narra la vicenda del comandante di ventura Francesco Bussane che, già al soldo dei milanesi; guida quindi i veneziani contro i Visconti di Milano.
provvida sventura» può salvare l’uomo dal fare il male e consegnandolo alla sola giustizia, quella divina. Questi vinti manzoniani sono desolatamente tristi e sconsolati. Vaghissime per bellezza sono le atmosfere di infelicità che li circondano ma il loro «
cupio dissolvi» nella rassegnazione è già una pietra tombale, i loro alti discorsi poetici e lirici (più lirici che drammatici poiché essi non si possono cimentare nell’azione, nel contrasto) sono claustrali o precemeteriali e nella loro profondissima interiorità guardano solo al cielo e a se stessi, non agli altri uomini. Questi afflitti celestiali sono dei grandi esuli che sospirano il ritorno, hanno già nelle loro fibre il male dell’esistenza terrena. C’è, però, nell’Adelchi, nel primo coro, l’indicazione moderata del problema politico del «
volgo disperso» da rigenerare. Il problema politico a sé stante non può esistere, è sempre un atto del disegno provvidenziale e nell’ode Marzo 1821 (scritta in previsione del passaggio del Ticino da parte dei piemontesi per aiutare i lombardi e pubblicata nel 1848 dopo le Cinque giornate di Milano) Iddio è garante della legittimità della libertà degli ai quali già gli Austriaci oppressi da Napoleone avevano promesso la libertà. Al di sopra dei popoli e delle loro lotte è «
quel Dio» che solo può giudicare e punire («
chiuse il rio che inseguiva Israele», armò e «
il colpo guidò» della coraggiosa Giaele), evitare che un popolo opprima l’altro. Nella pessimistica filosofia della storia manzoniana rientra anche l’ode Cinque maggio (1821) scritta per la morte di Napoleone e nella quale, dissolta la gloria dell’uomo, la sua azione rimane strumento dell’onnipotenza divina. Anche al Napoleone manzoniane la «
provvida sventura» apre i «
floridi sentier / della speranza» cancellando ogni altro trionfo rappresentato nella prima parte dell’ode.
- Alessandro Manzoni. L’ideologia illuministica e i modi neoclassici caratterizzano il tirocinio giovanile (1801-10) di ALESSANDRO MANZONI che, animato da un’ansia di gloria poetica e sulla scorta di modelli, sperimentò in quegli anni diversi generi di componimenti (scrisse, tra l’altro, quattro Sermoni di gusto pariniano, polemici contro la società contemporanea, e il poemetto Urania celebrante la funzione civilizzatrice della poesia).
La conversione al cattolicesimo, che non fu determinata da illuminazione improvvisa ma fu risultato di una graduale e consapevole maturazione (anche se non vi è ragione di non credere all’episodio della chiesa di S. Rocco), coincise con l’accettazione dei dettami della poetica romantica e il conseguente ripudio di una concezione aristocratica della letteratura. La presenza di elementi giansenistici nel cattolicesimo manzoniano e la sopravvivenza di motivi illuministici reinterpretati in chiave cristiana sono alcune delle questioni connesse alla «mutazione» del 1810 su cui si è esercitata la critica.
Mentre gli Inni sacri hanno il loro motivo dominante e unificatore nel tema della redenzione, nelle tragedie Manzoni (che accettava sul piano teorico, ma non applicava, uno dei principi del dramma romantico, cioè la fusione di elementi comici e tragici) introduceva i cori, concepiti come indipendenti dall’azione e come «cantuccio» che gli consentiva di interpretare i fatti narrati senza alterare l’esigenza del «vero»: il Carmagnola comprende un coro sulla battaglia di Maclodio in cui si condannano le guerre fratricide fra Stati italiani, mentre due, sulla morte di Ermengarda e «Dagli atrii muscosi» (invito agli Italiani a non aspettare la liberazione dagli stranieri) sono nell’Adelchi.
Nella seconda tragedia il personaggio di Adelchi era stato inizialmente concepito come simbolo della estrema e sfortunata difesa dell’indipendenza italiana, in quanto Manzoni riteneva dapprima che i Longobardi non avessero oppresso le genti italiche ma si fossero fusi con esse; la correzione di questa ipotesi in seguito a ulteriori studi storici comportò la nuova e definitiva impostazione della tragedia e del suo protagonista.
Rappresentazione storica e meditazione religiosa coesistono anche nelle due Odi civili (già prima, però, erano state composte le canzoni Aprile 1814 e il Proclama di Rimini sulle vicende italiane successive alla battaglia di Lipsia), contemporanee alla prima stesura di quei Promessi sposi che, pur risentendo delle letture scottiane, furono certamente lo sbocco naturale e conclusivo dell’ispirazione manzoniana.
Negli ultimi anni, quando ormai la vena creativa si era esaurita, il concetto del «vero» si venne irrigidendo in Manzoni: nel 1845 pubblicò il trattato Del romanzo storico e, in genere, de i componimenti misti di storia e d’invenzione in cui era condannata come inconciliabile la fusione — che pure egli aveva realizzata nelle tragedie e nel romanzo — di storia e invenzione.
