Capitolo 15·
Il Romanticismo e Alessandro Manzoni
scherzi» satirici esprimono un riso amaro, privo di simpatia umana e di una qualsiasi fede, un riso senza sangue che lascia freddi. Sembra che la vena del Giusti sia cerebrale e generi convenzioni bizzarre, trovate, ingegnosità che colpiscono per la glacialità, la secchezza, le rime asciutte e dispettose: più che satira sembra esprimere rancura. Si avverte che il poeta è arenato nello scetticismo e che i suoi giochi satirici non lo liberano. Eppure i versi di Giusti furono popolarissimi ma per un motivo negativo. Quei versi secchi e nervosi costituivano un materiale di consumo idoneo a diversi usi ideologici e mirabili per la qualità: parevano stagionati e insostituibili. Vi si trovava di tutto: contro i principi austriacanti, il papa, i re, la politica, gli arricchiti, i giovani smidollati, le idee nuove, gli eroi, i demagoghi, i letterati, i birri, i ministeri, le utopie, la servitù, la nobiltà etc. Un elemento contraddiceva mirabilmente gli altri e ciascuno era perfettamente, icasticamente, descritto.
- In due scuole vaneggia il popol dotto:
- la vecchia al vero il torbo occhio rifiuta,
- la nuova il letterato abito muta
- come il panciotto.
Guardatevi, nelle vostre scuole del popolo, dalle seduzioni della metafisica, guardatevi dallo spingere l’insegnamento tropp’oltre […]. Voi dovete educar le masse, e le masse debbono esser manifattrici». Vieusseux scriveva a Tommaseo: «
Ma quanto ci vorrà ancora perché gli italiani si persuadano dell’urgenza di simili istituti (gli asili d’infanzia) per l’educazione morale delle masse che ci minacciano?». La base pedagogica dei moderati toscani nasceva dalla paura delle rivoluzioni e mirava a perpetuare la base contadina ai contadini. Tommaseo scriveva che la «
provvida inuguaglianza» era voluta dalla «
legge universale di tutto il creato» e nel 1846, dando dei consigli ai fondatori del periodico «
Il povero», raccomandava di parlare al povero «
de’ doveri, delle noie della ricchezza e de’ compensi della povertà». Aggiungeva che non era necessario «
inasprire l’animo degli infelici contro chi possiede un pezzo di pane maggiore del loro, né parlar di que’ diritti che allora meno son goduti quando più se ne ciancia». Altri consigli erano:
di religione il popolo ha sempre bisogno […] Quegli esempi e quelle dottrine che possono irritare gli animi, inebriarli di folli speranze, chi li presenta al popolo è nemico, è traditore di lui […] Parliamo al popolo delle leggi che lo stringono alla società: non disputiamo della giustizia loro, che queste non sono dispute da tenersi col popolo […] deponiamo la boria scientifica; prendiamo più che si possa il linguaggio del popolo, ch’è il più poetico, il più filosofico, il più gentile di tutti….
Giovanetti, non vergognatevi d’attendere al mestiere dei vostri di casa. Meglio un buon ciabattino che un cattivo dottore […] Un ubbriaco più beve più ha sete. Così avviene dei nostri desideri […] Chi ha poco panno, porti la veste corta […] Che amarezze, che dolori di capo toccano ai ricchi!». Anche Giovanni Prati tocca il populismo reazionario dei poveri felici e dei ricchi insonni (1843):
- Chi possiede tesori il sonno perde;
- chi possiede intelletto il cor consuma […]
- Se questi ricchi che ci dan le glebe
- qualche volta con noi miti non sono,
- noi dolorosa ma non trista plebe
- rispondiamo con l’opra e col perdono […]
- Lavoriam, lavoriam; l’ora che avanza
- di lavor sia tessuta e di speranza.
L’abate Pietro Paolo Parzanese assorbe la lezione di Tommaseo tanto da versificarne la prosa:
- Fatichiamo! Ci tradisce
- chi ci chiama alla rapina,
- chi c’infimma e invelenisce
- al tumulto e alla rovina,
- promettendo un’altra età
- senza stenti e povertà.
- Dio ci fece quel che siamo;
- fatichiamo, fatichiamo.
- Giuseppe Giusti. Dopo il successo e gli entusiasmi della generazione risorgimentale che vide in GIUSEPPE GIUSTI una sorta di simbolo dell’indipendenza nazionale, il valore artistico della sua produzione letteraria è stato ridimensionato dalla critica più recente (limitativo fu già il giudizio di Croce che lo inserì fra i cosiddetti «poeti prosastici»).
La nozione della «paesanità», la vena facile e discorsiva, la tendenza a ridurre i problemi alle proporzioni dimesse e confidenziali della medietà benpensante, il procedimento sornione e «gattesco» (secondo la definizione di Pancrazi) caratterizzano gli «scherzi» di Giusti sugli ordigni reazionari tagliatori di teste (La ghigliottina a vapore), sul papato riformatore (Il Papato di prete Pero) etc.
Di carattere umbratile e malinconico, di salute cagionevole, esercitò per qualche tempo l’avvocatura (si era laureato, di malavoglia, nel 1834) e godé sempre di una soddisfacente condizione economica. Fra i suoi scritti in prosa si ricordano la Cronaca dei fatti di Toscana, le Memorie inedite e il saggio Della vita e delle opere di Giuseppe Parini.
↩ - Niccolò Tommaseo. Di carattere litigioso e irrequieto, tormentato da insanabili contraddizioni interiori (Manzoni lo definì argutamente «un pasticcio di venerdì santo e di giovedì grasso»), NICCOLÒ TOMMASEO manifestò nella sua immensa produzione (comprendente centinaia di volumi) la vastità e varietà degli interessi umani e culturali che spesso condizionarono in senso negativo la profondità della sua concentrazione fantastica.
Dopo aver ricevuto una educazione umanistica e rettorica da ecclesiastici al seminario di Spalato e all’Università di Padova (dove studiò legge), strinse rapporti con gli ambienti culturali milanese e fiorentino e si aprì alla problematica politica. Quasi completamente cieco dal 1852, continuò fino alla morte una intensa attività letteraria.
La molteplicità degli interessi e la complessità del carattere hanno dato luogo a diverse interpretazioni critiche che ne hanno sottolineato o l’assimilazione al cosiddetto «secondo romanticismo» o la ripresa di temi del romanticismo europeo o l’anticipazione di motivi decadenti o (elemento questo presente in quasi tutti gli studiosi) l’irrimediabile frammentismo della produzione letteraria.
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