Capitolo 15·
Il Romanticismo e Alessandro Manzoni
Conciliatore» fu soppresso dalla polizia e i processi del 1821 dispersero i patrioti in esili e galere contribuendo sempre più a identificare i romantici con i liberali. Le polemiche fra classici e romantici continuarono nelle regioni italiane, riaccese nel 1825 da Monti il quale nel Sermone sulla mitologia lottava ancora contro l’«
audace scuola boreal» portatrice dell’«
arido vero» che «
de’ vati è tomba»; per quasi tutto l’Ottocento la scuola classica tradizionale visse in Italia ma soprattutto in Romagna e in una regione periferica, la Calabria (con il retrivo Diego Vitrioli e con la cultura dei seminari). Il gruppo cattolico moderato fiorentino dell’Antologia ebbe una importante funzione culturale frenante nel terzo decennio dell’Ottocento, premessa della soluzione moderata la quale avrebbe avuto l’unità d’Italia che sarà compiuta in modo da non risolvere il problema agrario e da non modificare le strutture esistenti.
liberale» la prima e «
democratica» la seconda.
pietas» borghese-letteraria espressa non, certamente, ormai in lingua petrarchesca ma in una lingua ibrida in cui i letterati calavano i loro tentativi e i loro compromessi.
- Tutte le femmine,
- so giudicarne,
- odian lo spirito,
- aman la carne;
ma più tardi Padula guarderà seriamente il posto che la donna occupava nella società calabrese e ne propugnerà il riscatto).
- Va per la selva bruna
- solingo il trovator
- domato dal rigor
- della fortuna;
- […]
- De’ cari occhi fatali
- più non vedrà il fulgor;
- […]
- e gli scoppiava il cor
- come per morte;
- […]
- E supplice al geloso
- ne contenea il furor
(in cui è già «il geloso furore
» del melodramma); in altra romanza, Il romito del Cenisio, in cui è raffigurato il padre di Silvio Pellico, dolore e pianto sono tipica manifestazione romantica: «le pupille venerabili | una lacrima velò
»; ma tipiche sono anche la rappresentazione di un’Italia politicamente sistemata dai sovrani assoluti della restaurazione:
- la parola uscì dei re,
- che narrò composta in pace
- tutta Italia, ai troni immobili
- plauder lieta, e giurar fé;
- Non è lieta, ma pensosa;
- non v’è plauso, ma silenzio;
- non v’è pace, ma terror;
- Da quest’Alpi fino a Scilla
- è delitto amar la patria,
- è una colpa il sospirar.
- Maladetto chi usurpa l’altrui,
- chi’l suo dono si lascia rapir!;
- […]
- Su! nell’irto, increscioso Allemanno,
- Su! Lombardi, puntate la spada;
- […]
- Presto, all’armi! Chi ha un ferro l’affili;
- chi un sopruso patì s’el ricordi!
- Via da noi questo branco d’ingordi!;
- […]
- Questa terra ch’ei calca insolente,
- questa terra ei la morda caduto;
e furono sentiti come simbolo di unità contro l’oppressione.
- trarre a fallimento
- le finanze dello Stato,
- intimando, giurabacco!
- guerra al Lotto ed al Tabacco.
Il romanzo storico, «
un misto di storia e d’invenzione» come lo definì Manzoni, era stato creato da Walter Scott (1771-1832) e in Italia — dove l’ambientazione storica fu variamente manipolata — servi come veicolo di ideologia politica e pedagogica. Alla letteratura di consumo appartiene Il castello di Trezzo (1827) del novarese G. B. Bazzoni per una vicenda d’amore contrastata sullo sfondo di un medioevo di maniera; romanzi storici scrissero Carlo Varese di Tortona con la Fidanzata ligure (1829), Cesare Cantù di Brivio (Como) con Margherita Pusterla (1838), Tommaso Grossi3 (1790-1853) romantico proiettato nel medioevo, ricchissimo notaio amico di Manzoni nella cui casa visse per quindici anni fino al 1837. Autore di un freddo poema eroico, I Lombardi alla prima crociata, Grossi scrisse il romanzo Marco Visconti (1834) la cui azione si svolge nel 1329. La vicenda di Bice del Balzo, sposa di Ottorino e amata da Marco Visconti, morta vittima di perfidie, si svolge in ambiente medievale che sa di scenario. Generici sono i personaggi ma fortuna popolare ebbe la famosa romanza Rondinella pellegrina (inserita nel romanzo) per la cantabilità quasi metastasiana del motivo dell’infelicità.
Guerrazzi non è privo di contraddizioni fra le sue irruenze verbali e le idee sociali ma è vero che i suoi sentimenti laici e democratici trasfusi nei romanzi storici attraverso toni romantici estremi caratteristici nell’uomo (che conobbe Byron), dell’ambiente livornese (che non era quello filisteo e moderato di Firenze), ebbero divulgazione popolare per diversi decenni.
Anticlericalismo, antimoderatismo («
empia setta» erano per il Livornese i moderati), desiderio di «
eccitare la sensibilità della patria caduta in miserabile letargia», sono nei romanzi La battaglia di Benevento (1828), L’assedio di Firenze (1836), il primo sulla catastrofe degli. Svevi, il secondo sulla caduta della repubblica fiorentina. Veronica Cibo (1838), Isabella Orsini (1844), Beatrice Cenci (1853) sono libri di storia romanzata con finalità democratiche, scritti con stile appassionato e retorico, con fantasia ricca di invenzioni talvolta truci e orrende, con ironia sincera.
Le accensioni e le enfasi di Guerrazzi appaiono nella biografia romanzata Pasquale Paoli, nell’allegoria La serpicina (1829) sull’inferiorità dell’uomo rispetto alle bestie, nell’Asino (1857), nel Buco nel muro (1862) breve romanzo moderno e in Il secolo che muore (1885, postumo) in alcune delle quali opere ci sono un nuovo gusto umoristico, interessi sociali e di costumi che dal romanticismo ci conducono nella narrativa psicologica francese.
- Vincenzo Padula. Considerato da De Sanctis tipico esponente del «romanticismo naturale» calabrese, studiato da Croce che ne sottolineò lo «strano miscuglio di vecchiumi da seminario e di ardimenti moderni», imposto all’attenzione della critica contemporanea dalla pubblicazione (1950) degli articoli sulle «persone in Calabria» curata da Carlo Muscetta, VINCENZO PADULA fu poeta e prosatore di notevole efficacia e originalità, animato da vigorosa coscienza morale e attento ai problemi della sua terra.
Di temperamento sensuale e immaginoso, avviato al sacerdozio dopo gli studi compiuti nei seminari di Bisignano e di S. Marco Argentano, frequentò l’ambiente napoletano e fu perseguitato dai «galantuomini» e dalla polizia borbonica per le sue idee liberali. Dopo l’unità fu a Firenze segretario del ministro della pubblica istruzione Cesare Correnti (1867) e insegnò nei licei di Cosenza, Napoli e (dal 1878, per due anni) all’Università di Parma.
Avverso al temporalismo pontificio e al Sillabo, svolse un’intensa attività giornalistica collaborando tra l’altro al «Calabrese» e fondando (1864) e dirigendo «Il Bruzio», presto soppresso forse per le minacce degli agrari a proposito della questione dell’usurpazione delle terre demaniali della Sila.
↩ - Giovanni Berchet. Nato da famiglia borghese di origine ginevrina, GIOVANNI BERCHET studiò le lingue straniere per assecondare il padre che intendeva avviarlo alla mercatura, ma ben presto prevalsero in lui gli interessi letterari (la conoscenza delle lingue, comunque, gli consentì letture e traduzioni dalle letterature europee). Impiegato governativo sotto il Regno italico e nei primi tempi della dominazione austriaca, passò dalla giovanile educazione pariniana e neoclassica all’adesione alle idee romantiche.
Polemista vivace, autore della Lettera semiseria, collaboratore del «Conciliatore», iscritto alla Carboneria, svolse attività politica clandestina e nel 1821 fu costretto a fuggire in esilio.
Negli anni dell’esilio si colloca la sua produzione letteraria, in cui la fondamentale componente patriottica anima l’ispirazione storica e la ricerca — non sempre realizzata — di una popolarità di linguaggio. Salutato «poeta della patria», disposto a sacrificare, se necessario, i «doveri di poeta ai doveri di cittadino», nel 1837 pubblicò una traduzione di romanze spagnole che rivela il suo romantico entusiasmo per la poesia popolare «ingenua e primitiva». - Tommaso Grossi. Di modesta famiglia, TOMMASO GROSSI crebbe sotto la protezione di uno zio sacerdote e si laureò in giurisprudenza nel 1810.
Amico di Porta e frequentatore della «cameretta», compose inizialmente opere in dialetto milanese (il poemetto satirico La Prineide, 1815, ispirato alla morte del ministro Prina e per il quale fu sottoposto a processo; la novella in versi la Fuggitiva, 1816, in cui è delineata una figura femminile delicata e sofferente che si ritrova anche negli scritti successivi).
Dopo il successo dell’Ildegonda (1820) che concilia i motivi patetici con il gusto delle atmosfere ossessive e allucinanti, Grossi — che cercò sempre di evitare contrasti con il governo austriaco — compose I Lombardi (poema lungamente atteso nell’ambiente milanese dove suscitò perplessità e polemiche) e il Marco Visconti che si ispira, nel linguaggio e in certe situazioni, al modello manzoniano. - Massimo D’Azeglio. Discendente di nobile famiglia, MASSIMO D’AZEGLIO è notevole figura del Risorgimento italiano di cui sostenne la soluzione moderata e antirivoluzionaria.
Polemista vivace, autore di opuscoli politici su fatti contemporanei (Degli ultimi casi di Romagna, I lutti di Lombardia), fu fautore di una letteratura civilmente impegnata. Nei suoi scritti, soprattutto nell’autobiografia I miei ricordi, l’intento pedagogico è animato da una vena impressionistica di gusto pittorico.
Dei romanzi storici, l’Ettore Fieramosca non cura molto la veridicità storica, mentre più attento nella documentazione è il Niccolò dei Lapi, scritto per contrastare l’ideologia democratica espressa da Guerrazzi nell’Assedio di Firenze. - Francesco Domenico Guerrazzi. FRANCESCO DOMENICO GUERRAZZI fu intellettuale organico della media borghesia produttiva e democratica del primo Ottocento di cui, muovendo dal particolare angolo visuale offerto dall’ambiente livornese, interpretò esigenze e aspirazioni nel campo politico-economico come in quello culturale.
Svalutato da De Sanctis e da Croce (che negò l’esistenza di una evoluzione nella sua narrativa), fu fautore della partecipazione rivoluzionaria delle masse popolari al moto risorgimentale, ma ne sostenne anche la strumentalizzazione ai fini dell’ordinamento borghese della società.
Di carattere focoso e intemperante, amico di Bini e Mazzini (da cui si distaccò per contrasti politici), fondò e diresse nel 1829-30 il giornale «L’Indicatore livornese», presto soppresso dalla censura granducale. Avvocato (aveva studiato nel ginnasio dei Barnabiti e all’Università di Pisa), autore di un epistolario in parte pubblicato dal Carducci, maturò una concezione pessimistica che si venne incupendo dopo la soluzione moderata del moto unitario.
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