Capitolo 13·
L’Illuminismo: metodo scientifico e letteratura
martelliani»), di Gravina che si invetustò in una abnorme imitazione del dramma greco, di Varano terribiloquente, di Zaccaria Valaresso che nel suo Rutzvanscad fa morire ironicamente tutti i personaggi (i Mameluc, i Muezim, le Culicutidonie), di Ippolito Pindemonte i cui personaggi sono privi di vita interiore. L’unica eccezione, la Merope (1713) di Scipione Maffei, dovette la sua grande fortuna proprio alla mancanza di affetti tragici, alla compostezza serena. In luogo della tragedia trionfavano la commedia realistica, la lacrimosa, trionfava il teatro di Goldoni.
L’illuminismo rousseauiano gli è congeniale nell’affermare il proprio libertarismo che è assoluto anche sul piano politico (contro il tiranno, l’aristocrazia, la plebe), ma la prospettiva centrale in cui si colloca Alfieri è quella del classicismo illuministico.
natura» illuministica e avente nel suo interno proprie regole di unità e di armonia e perciò classiche (ma non classicistiche che significherebbe appartenenti a scuola).
La sublimità, ossia il vertice esistenziale della condizione umana, si raggiunge con la lotta a oltranza e disperata, titanica, contro il tiranno o contro la volontà superiore a quella del tiranno: l’elemento classico del Fato comporta l’intervento di forze sovrumane che agiscono in modo ineluttabile e irrefrenabile sulle passioni degli uomini.
Radici classiche, creazione nell’atmosfera della libertà illuministica ma esito non razionale, non storico, non borghese ha il titanismo di Alfieri. Titanismo è pessimismo nel tragico scrittore ed è legato al nodo esistenziale: questo sviluppo di lucida e insieme appassionata, agonistica opposizione (che è negazione del superiore intervento ma affermazione dell’individualismo) da Alfieri penetra nell’Ottocento italiano in cui non è da confondere con i molto più tenui — carichi di compromessi — motivi romantici, costituisce una delle più potenti nervature di Leopardi.
poeta puro» o estraneo a ragioni letterarie (sarebbe impossibile ed egli ha una precisa poetica, una ideologia letteraria) né è più atipico, nella sua età, di altri poeti che per motivi di religione creano, come il Parini, originali equilibri etico-culturali.
Il suo personalismo (al quale taluno chiede, senza causale, «
più indulgente tenerezza» e altri la colloquialità che aveva Goldoni) risalta nella vita in cui hanno particolare rilievo: la lettura di Plutarco fra un «
trasporto di grida, di pianti e di furori», fatta nella prima giovinezza e congeniale al desiderio di indipendenza e di grandezza eroica; gli irrequieti, lunghi viaggi alla ricerca di se stesso e non degli altri, della corrispondenza fra i pensieri eroici e la realtà (viaggi, perciò, in cui si maturano le negazioni e le opposizioni: al «
contegno giovesco» del re di Francia, alla «
universal caserma» della Prussia di Federico II organizzatore di eserciti stanziali strumenti di tirannide, alla «
musa appigionata» di Metastasio alla corte di Vienna, a Caterina II di Russia «
Clitennestra filosofessa»); l’entusiasmo, durante i viaggi, per i paesaggi scandinavi desolati e selvaggi, dominati da «
lagoni crostati», «
cupe selvone», «
vasto e indefinibile silenzio» evocatore di «
idee fantastiche, malinconiche e grandiose», e per i paesaggi deserti dell’Andalusia percorsi a cavallo leggendo il Don Chisciotte; la scoperta della vocazione tragica e il rifiuto della ammuffita letteratura accademica; l’amore per Luisa Stolberg di Albany, moglie di Carlo Stuart pretendente al trono d’Inghilterra; la prima stampa delle proprie tragedie iniziata a Siena nel 1783; il «
pellegrinaggio poetico» alle tombe di Dante, Petrarca e Ariosto; lo scoppio della rivoluzione che lo coglie a Parigi e per la quale scrisse l’ode Parigi sbastigliata; il disgusto per le conseguenze della rivoluzione, per la «
prepotenza militare» e la insolenza avvocatesca» dei rivoluzionari; la fuga da Parigi (1792) e la permanenza a Firenze.
Dominano anche nella Vita gli affetti malinconici e i furori («
e sempre fantasticando, delirando, piangendo e tacendo, arrivai finalmente soletto in Parigi»), il disprezzo per chi non sa essere libero («
codesti schiavi dominanti francesi» e «
i loro schiavi serventi»), per le carte burocratiche (i passaporti sono le schiavesche patenti»), per i popolani francesi di guardia al passaggio della frontiera («
manigoldi della plebe, scamisciati, ubriachi e furiosi», «
scimiotigri»): vi dominano in quanto simboli di un modo di sentire esemplarmente teso verso la grandezza e sprezzante di ciò che è diverso.
Le Rime confermano nell’imitazione del Canzoniere di Petrarca il ritratto eroico, quasi tragico («
pallido in volto, più che un re sul trono») di Alfieri, la malinconia che lo spinge in luoghi solitari in mezzo alla grandezza della natura (fra «
orridi massi», «
nere selve», «
cupi abissi» che sono intorno alla certosa di Grenoble).
facoltà illimitata di nuocere». Tiranno e suddito si temono a vicenda e l’uomo si può mantenere libero col suicidio, con la solitudine sociale, col tirannicidio. L’avversione di Alfieri al dispotismo del sovrano coinvolge oligarchie e democrazie in cui potere esecutivo e legislativo sono uniti. Negli ultimi anni Alfieri, deluso per gli avvenimenti francesi e italiani, ammiratore della costituzione inglese, vagheggiò una sorta di monarchia costituzionale in cui il potere legislativo appartenesse a un’assemblea di nobili. Delle rivoluzioni Alfieri amò solitamente l’ardore insurrezionale e subì la delusione del riflusso in un ordine determinato (così anche per la rivoluzione americana per la quale scrisse le odi di L’America libera).
essere quasi che un Dio». Del libero scrittore è caratteristico «
l’impulso naturale», cioè «
un bollore di cuore e di mente […], una sete insaziabile di ben fare e di gloria». Il Panegirico di Plinio a Traiano (1785) s’immagina tenuto da Plinio per persuadere l’imperatore a ristabilire la repubblica.
or fremente ed or sogghignante», contro la mancanza di libertà e ciò che egli disprezzava della società del suo tempo (re, commercio, pedagogia, plebe, ceti medi, umanitarismo); gli Epigrammi e il Misogallo (1793-99), quest’ultimo scritto in odio ai Francesi e per esaltazione dell’Italia che «
inerme, divisa, avvilita, non libera ed impotente» sarebbe un giorno risorta «
virtuosa, magnanima, libera ed una»; le commedie in endecasillabi sciolti di cui quattro (L’uno, I pochi, I troppi, L’antidoto) sono dirette a svelare i danni di tirannide, oligarchia, democrazia e a proporre una monarchia costituzionale aristocratica e due (La finestrina, Il divorzio) di satira morale.
- Sperar, temere, rimembrar, dolersi;
- sempre bramar, non appagarsi mai;
- dietro al ben falso sospirare assai;
- […]
- ira, vendetta, libertade, amore,
- suonava io sol, come chi freme ed ama.
Sono questi alcuni dei nuclei tragici che esaltano l’individuo nel suo desiderio di libertà. Il presente mediocre, intricato e caliginoso, ostacolo alla manifestazione della volontà eroica, sospinge lo scrittore a sentire il classicismo come cultura contemporanea.
Il vigore della prima ispirazione scendeva così nel reticolato lirico e gli effetti da cui la tragedia era animata insegnavano agli uomini ad essere «
liberi, forti, generosi, trasportati per la vera virtù, insofferenti d’ogni violenza, amanti della patria, veri conoscitori dei propri diritti e in tutte le passioni loro ardenti, retti e magnanimi».
patriottico» giacobino del quale alimentarono anche le rappresentazioni di vita contemporanea.
molto poetico» che da essa può nascere.
Saul titano prende coscienza del proprio fallimento, e con il sentimento e la volontà urta contro la ragione e i limiti. Egli vive nel contrasto fra le ambizioni e la realtà e la sua condizione perpetua è di chi vuole affermare la propria personalità ed è consapevole che gli sforzi finiranno nel nulla che egli invoca e desidera affrettare.
Il re ha l’individualità energica e dominatrice dei tiranni e degli eroi; David, Gionata, Micol sono gli affettivi, Achimelec e Abner i politici del sentimento religioso ma tutti costoro vivono nella tempesta di Saul, sono raggiunti dalle onde procellose.
Saul corre verso la morte in combattimento ma quando la morte gli sarà preclusa, perché è sopraggiunta la sconfitta, e quando i suoi figli saranno morti combattendo, egli si darà la morte contro la forza superiore e per affermare la propria libertà e il proprio eroismo.
Nel protagonista, titano sconfitto, l’individualismo ha una nota di tragica fatalità. Mirra innamorata del padre lotta contro se stessa e invano cerca di resistere alla passione che sente colpevole e peccaminosa. Il conflitto interno, nascosto a forza, è rivelato dopo lunga angoscia e la donna si uccide con la spada del padre stesso, in una disperazione che cerca la libertà nella morte.
- Vittorio Alfieri. Nato ad Asti da nobile e ricca famiglia, VITTORIO ALFIERI si compiacque sempre dell’origine gentilizia e dell’agiatezza del suo stato in quanto, disse nella Vita, gli consentirono di non «servire altri che al vero» e di potere poi, senza la taccia d’invidioso e di vile, «dispregiare la nobiltà per sé sola».
Refrattario ad ogni forma di disciplina esterna e proteso all’affermazione di un individualismo eroico, nel 1758 entrò nell’Accademia militare di Torino, dove trascorse otto anni di «ineducazione» e di insofferenza per l’antiquato sistema pedagogico.
Uscito dall’Accademia (1766), la sua ansia libertaria lo indusse a intraprendere lunghi viaggi in Europa, durante i quali fece importanti esperienze culturali (lesse gli Enciclopedisti, Montaigne, Cervantes, Machiavelli, Plutarco etc.) ma non placò la sua inquietudine: i vagabondaggi di Alfieri (Parigi, Londra, Olanda, Svezia, Russia etc.) sono diversi da quelli dei viaggiatori settecenteschi curiosi di nuovi costumi, hanno un valore essenzialmente interiore ed esprimono l’affannosa ricerca di se stesso e della propria vocazione.
Tornato a Torino nel ’72, ebbe la rivelazione delle sue capacità poetiche nel ’74, con la composizione della tragedia Cleopatra che gli fece intuire la possibilità di risolvere in arte la sua irrequietezza. Avverso alla letteratura arcadica e alla strumentalizzazione cortigiana dell’arte, cercò di formarsi uno stile autenticamente tragico, aspro ed efficace, e pose al centro della sua produzione i motivi del contrasto tra uomo libero e tiranno e dell’aspirazione alla libertà (che, lungi dall’esaurirsi in un significato meramente politico, si identifica nell’anelito a una vita libera da limiti e costrizioni).
Fra il 1766 e il ’77, dedicatosi ormai alla lettura dei classici italiani (Dante, Petrarca, Ariosto etc.) e deciso a sottrarsi alla soggezione alla cultura francese, soggiornò in Toscana per «avvezzarsi a parlare, udire, pensare, e sognare in toscano, e non altrimenti mai più», e l’anno dopo (1778) si «spiemontizza» rompendo ogni rapporto col re di Sardegna e donando i beni alla sorella. In poco più di un decennio (fino al 1787) scrisse tutte le tragedie che suscitarono perplessità e polemiche fra i contemporanei, soprattutto per l’oscurità e durezza dello stile, e ammirazione entusiastica fra i romantici che — con deformazione di gusto risorgimentale — esaltarono i contenuti patriottici e antitirannici della sua opera.
Molto dibattute sono state anche, nel Novecento, le questioni del cosiddetto preromanticismo alfieriano (Croce lo definì «protoromantico») e del carattere elegiaco e lirico delle sue tragedie.
↩
