Capitolo 13·
L’Illuminismo: metodo scientifico e letteratura
Gazzetta di Milano», poi a nominarlo alla cattedra di Belle lettere nelle scuole Palatine e più tardi soprintendente delle scuole pubbliche. Nel 1791 venivano pubblicate ventidue Odi. Quando i Francesi vennero a Milano Parini fu chiamato a fare parte della Municipalità, un’accolta di cittadini ragguardevoli tra i quali era Pietro Verri ne apprezzò la rettitudine in quegli uffici. Al ritorno degli Austriaci scriveva, nel 1799, il sonetto Predaro i Filistei l’arca di Dio contro gli eccessi giacobini. Poco dopo moriva.
concettino» e lo adornavano «
di poche lasciviuzze toscane».
- Possibil, che dottor non s’incoroni,
- non si faccia una monaca o un frate,
- senza i sonetti, senza le canzoni? […]
- E dalle, e dalle, e dalle, e dalle, e dalle
- con questi cavolacci riscaldati!
- Ella poppava quand’ell’era in culla;
- poi per forza di Cerere e Pomona
- è venuta una bella pollastrona
- che finor dette al Mondo erba trastulla.
Osservatore», dalla «
Frusta letteraria», dal «
Caffè», dal trattato di Beccaria: il Mattino (1763) e il Mezzogiorno (1765) si iscrivono in questo moto antiarcadico e già illuministico. Intanto nelle Varie c’è il distacco dall’accademismo conservatore nella polemica contro coloro che verseggiano per nozze in modo lubrico:
- Ti conducono all’uscio a far la spia;
- fànti veder Coniugio che vien drento
- e la Verginità che scappa via
Il consolidarsi dei binomi Natura-Ragione e Piacere-Virtù che l’illuminista innerverà nel cuore cittadino della civitas moderna il quale persegue «il vero e il retto
», ha sentimenti di solidarietà umana, collabora con i reggitori per costruire una civiltà sana e operosa, guidata da sentimenti umanitari e nemica delle guerre, delle stragi, della violenza, della ragion di Stato.
aureo costume» è «
custode a le leggi», la «
giustizia e il retto esempio» sono le luci della civitas, la poesia ha l’ufficio di difendere le buone istituzioni e diffondere, piacendo altrui, i motivi che derivano dalla Ragione e dalla Virtù. I temi del bisogno che mette in tribolazione i poveri:
- O povertà che da natio soggiorno
- fai le dolenti turbe errar lontane,
- e per somma dell’uomo ingiuria e scorno
- le costringi affamate a cercar pane…;
giovando a l’uomo, a Dio si piace»), della satira contro gli ipocriti che vedono dovunque il male:
- Lascia gracchiar a questi baciapile
- che voglion pur che il mascherarsi sia
- una cosaccia disonesta e vile;
- Il marito aspettando a casa stàlli;
- e della melonaggin del marito
- ridono i consapevoli cavalli;
dei roghi con cui la Spagna soleva «far delizioso obbietto — della morte degli empi
», delle guerre di religione, delle imprese di rapina e violenza dal poeta condannate ci immettono nella cultura illuministica pariniana che ha come sue nervature la solidarietà operosa guidata dalla ragione.
- Io non gustai del maritale amore,
- però che giovanetto a la sua rete
- San Pier m’ha colto papa e pescatore;
- La mia povera madre non ha pane e
- se non da me, ed io non ho denaro
- da mantenerla almeno per domane. [1762]
- Oh beato colui che può innocente
- nel suo letto abbracciar la propria sposa,
- ed amoroso insieme e continente
- coglie con parca man la giovan rosa.
pochi e chiari precetti, ripetuti immediatamente dalla natura e dai cuore dell’uomo».
hanno per oggetto l’uomo, sopra l’anima del quale cercano di fare impressione». Il piacevole non è un ornamento ma la realtà che con l’armonia delle sensazioni e con lo stimolo della natura dà diletto e, quindi, utilità. Bello e piacevole, diventati vuote forme nel classicismo degenere e nella tenuità arcadica, sono contenuti che provengono dalla costituzione dei sensi.
soltanto in un bel tornito periodo che per tortuose vie si ravvolga in se stesso a guisa d’un labirinto, o in uno zibaldoncello di rancide voci e di affettate maniere di dire».
indole» come la popolazione da cui è nato.
spirito filosofico» che «
scorre colla facella della verità accesa nelle mani […] dissipando le dense tenebre de’ pregiudizi autorizzati dalla lunga età e dalle venerande barbe de’ nostri maggiori» e che «
perviene a ristabilire nel loro trono il buon senso e la ragione». Lo spirito filosofico ha avvicinato l’uomo all’«
essenza della cosa», al «
vero», ha fornito «
nuovi lumi» alla poesia. Il diletto che nasce dalla poesia è quello sensistico, della natura benefica che ha assegnato all’uomo «
certi segni, sempre costanti ed uniformi in tutti i popoli del mondo, onde poter esprimere al di fuori il dolore o il piacere».
utile» alla società. Né egli dimentica l’incanto fantastico della poesia quando recensendo il poemetto didascalico di Lorenzi, La coltivazione de’ monti, desidera che i momenti di riposo poetico fossero stati più numerosi ed estesi. La tradizione classica — non classicistica: da ora in poi la distinzione è necessaria più che mai quando si parla di classicismo illuministico — è ricordata a proposito del genio dell’entusiasmo, dell’estro, perché i grandi esemplari del classicismo hanno forza di commuovere, riscaldare l’immaginazione, formare nuovi valori, fattori di civilizzazione e di progresso.
- Giuseppe Parini. Nella seconda metà del Settecento la produzione letteraria di GIUSEPPE PARINI fu accompagnata da un largo consenso di critica, e rari furono i giudizi negativi (come quelli dei fratelli Verri che vanno interpretati, però, anche sul piano dei risentimenti personali e nel quadro dei contrasti tra l’Accademia dei Trasformati e gli scrittori del «Caffè»).
La deformazione risorgimentale operata da Foscolo — che nello Jacopo Ortis idealizzò la personalità di Parini elevandolo a simbolo di virtù patriottiche e morali — caratterizza i giudizi della generazione romantica, incentrati sulla esaltazione dell’uomo sul poeta e sulla modernità pre-ottocentesca del mondo pariniano opposto alla società dei suoi tempi.
Tracce di tale interpretazioni si colgono anche nella critica di De Sanctis che vedeva sì nel Parini «il primo poeta della nuova letteratura, che sia un uomo, cioè che abbia dentro di sé un contenuto vivace e appassionato, religioso, politico e morale», ma rivelava anche, romanticamente, una certa tiepidezza nei confronti della sua poesia «riflessa e classica».
A partire dalla fine dell’Ottocento l’attenzione dei critici incomincia a spostarsi dal problema della umanità a quello della poesia di Parini e si avverte, in misura sempre più notevole, l’esigenza di storicizzarne la personalità e la produzione artistica.
Se Carducci, in parziale polemica con l’interpretazione risorgimentale, sottolineava i legami con la più sana tradizione arcadica («in Arcadia il tacco almeno del piè sinistro ce l’ebbe sempre»), per Croce Parini era un finissimo letterato, «di mente e di animo uomo del Settecento», mentre Momigliano ne assaporava le doti di descrittore di un mondo di eleganze e raffinatezze.
L’analisi dei motivi unitari e dello svolgimento della poesia, l’esigenza filologica mirante a risolvere i problemi testuali, la collocazione di Parini nell’ambito del classicismo illuministico (e la presenza nelle sue opere di motivi arcadici e preromantici), i rapporti con la cultura milanese sono stati alcuni dei principali problemi affrontati dalla critica più recente.
↩
