Capitolo 13·
L’Illuminismo: metodo scientifico e letteratura
Fu allievo di Vico e insegnò metafisica nell’università di Napoli ma dopo avere conosciuto Bartolomeo Intieri, un toscano napolitanizzato fautore delle riforme giurisdizionali e agrarie, dalla prima cattedra europea di economia politica venne divulgando — per la prima volta in lingua italiana — le teorie economiche collegandole con la necessità di una riforma che abolisse i privilegi dei baroni, le ingerenze cattoliche nel potere temporale.
Illustrava la distanza infinita che esisteva fra gli uomini colti e le masse contadine, tra i grandi proprietari e gli affittuari senza terra, i compiti che spettavano agli uomini colti nella diffusione dei lumi dell’istruzione.
Le sue Meditazioni sulla religione e sulla morale e le Lezioni di commercio lo resero un caposcuola; nel Discorso sul vero fine delle lettere e delle scienze (1753) esaltò le nuove idee illuministiche:
L’Europa cambiò faccia. Ciascuna delle generose sue nazioni ebbe un Ercole uccisore de’ mostri che la infestavano, e dimostratore delle vie del vero sapere. L’Italia […] all’antica gloria del saper militare, della politica, delle belle arti, aggiunse quella di aver prodotto Galileo, una di quelle oggimai che le può essere invidiata. Si vide allora un’astronomia, senza essere mentitrice astrologia, una geometria non oziosa, ma perfettrice delle meccaniche […] Eravamo avvezzati alla gloria delle inutili sottigliezze e della ciarleria….
I seguaci di Genovesi furono schiere e cominciarono a lottare contro il legalismo degli avvocati che saldava l’assolutismo tradizionale del potere monarchico e gli abusi sterminati dei poteri locali in tutto il Regno. Un gruppo (Gaetano Filangieri, Francescantonio Grimaldi, Francesco Mario Pagano) acuì la polemica contro il feudalesimo e si volse al passato per rintracciare le origini degli abusi; un altro gruppo (Giuseppe Maria Galanti, Giuseppe Palmieri, Melchiorre Delfico), pur esso antifeudale, si legò ai problemi concreti e cercò i mezzi per abbattere il potere baronale che verrà abolito, anche in seguito alla polemica, da Giuseppe Bonaparte e da Gioacchino Murat.
(Il popolo non è più schiavo, ed i nobili non ne sono più i tiranni. Il dispotismo ha bandito nella più gran parte dell’Europa l’anarchia feudale, ed i costumi hanno indebolito il dispotismo. Se prima non si urtava la gran macchina de’ feudi, niuna riforma utile era da sperarsi nelle leggi).
Giuseppe Maria Galanti3 (1743-1806) di Santacroce nel Molise, allievo di Genovesi, scrisse delle Relazioni dei suoi viaggi in Puglia, nel Molise, in altre regioni e la Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie, un’opera di statistica comparata e di analisi delle ingiustizie feudali. Lo stato dei contadini nel Molise è uno spaccato importante dei contributi illuministici allo studio della questione dell’arretratezza meridionale, problema fondamentale della vita italiana fino ai nostri giorni. Oltre le decime feudali i contadini dovevano pagare le decime ecclesiastiche, le tasse dello Stato sui beni e sulla persona:
Deve [il contadino] alimentare i monaci mendicanti […], alimentare un medico, e quell’altro genere di persone bisognose, che diconsi governatori. I piccioli reati, che in Napoli meritano l’indulgenza, in provincia si espiano col denaro […]. Per ogni menomo trascorso, e talvolta supposto, un povero contadino è imprigionato, e per le cause più ingiuste gli si sequestrano e vendono i beni, fino un asino che talvolta è tutto il suo patrimonio, fino gli strumenti del suo lavoro. […] Le loro case non sono che miserabili tuguri, per lo più coperte di legno o di paglia, ed esposte a tutte l’intemperie della stagione. L’interno non offre a’ vostri sguardi che oscurità, puzzo, sozzura, miseria e squallore; un misero letto insieme col porco e con l’asino. Chi ‘l credebbe! in seno di Terra di Lavoro vi è un villaggio, quindici miglia lontano da Napoli, dove una popolazione di duemila contadini abitano nelle pagliaie, e non hanno modo da fabbricarsi una casa. La prima volta che io vidi questo luogo, imaginai di trovarmi tra’ selvaggi […]. Tal è la miseria in cui vive il coltivatore che non potendo, per povertà, cuocere il pane nel forno, usa le focacce che diconsi cinericie, perché cotte sotto la cenere. Questa è la sola libertà che talvolta gli accordano gli abusi feudali.
Questo è il desolato quadro plurisecolare delle condizioni di vita del contadino meridionale a cui era, inoltre, proibito macinare il suo grano in mulino diverso dal feudale, cuocere il pane fuori del forno feudale. Il suo destino, conclude Galanti, è «di essere sempre oppresso ed ingannato […]. Come si tratta d’implorare il soccorso del magistrato superiore, il contadino si spaventa, e soffre in pace qualunque vessazione». Francesco Mario Pagano4 (1748-99) nell’opera Del civile corso delle nazioni studia le leggi del progresso storico.
splendore regio» («
Di qui deriva la sorgente indisseccabile dei tributi e dei dazi […]. In oltre si paga per lo bue, per lo cavallo, per la pecora. Infine per la casa, vigna, industria […]. Il campagnuolo è più d’ogni altro premuto, vessato, tribolato») o anche per opera dei baroni (i quali impedivano a chi lavorava «
di non poter estrarre l’oglio, macinarsi il grano, macerarsi il lino, vendere le sue derrate, tagliarsi un arbore, pascolare i propri bestiami»).
Longano studia, prima che Padula lo faccia per la Calabria, lo stato delle persone in Capitanata. La classe «
di oziosi» è ordinariamente ritenuta
un propugnatolo ed una rocca del trono. Da ciò nacque una quasi separazione del popolo, diviso in nobili e in plebei. Arricchito il primo ceto collo spoglio de’ plebei, cominciò a insolentirsi e a riputare i campagnuoli tanti vili giumenti destinati a formare la loro opulenza e a soddisfare ai loro smoderati desideri. Di qui l’abbiezione della gente di campagna e il suo massimo avvilimento.
l’idea d’ignominia scioccamente attaccata» all’agricoltura e che disanima chi coltiva i campi e allontana chi vorrebbe coltivarli.
Ben diversa era la funzione degli intellettuali lombardi viventi presso i centri di potere e perfino superati dai grandi disegni riformatori dei sovrani austriaci e dei loro politici come il Beltrame e il Firmian.
Seminara per opera sua diventò un centro di sperimentazione di macchine agricole straniere, di coltivazione degli agrumi, del grano saraceno e soprattutto dell’erba detta «
sulla» che avrebbe avuto un posto notevole nell’economia meridionale. All’aratro locale «mal concio ed irregolare» sostituì l’aratro mantovano, migliorò la pastorizia, dedicò grande cura all’irrigazione prendendo esempio dalle campagne padane. Dalla Svizzera, da Genova fece venire in Calabria tecnici ed esperti.
Si devono istruire persone idiote, sempre tenaci delle vecchie credenze») per mezzo di scuole di applicazione. Istruire, rinnovare, trasformare per migliorare sono i concetti di Grimaldi le cui idee vennero esaltate da un teorico illuminato come il Salfi, dai riformatori napoletani ai quali fu vicino quando, dopo il 1783, andò a risiedere più abitualmente nella capitale.
La delusione per incomprensione dei suoi propositi, la rovina economica dopo il terremoto del 1783 accompagnano il declinare della vita di Grimaldi che per avere accolto le idee massoniche è arrestato a Reggio nel 1797 e imprigionato a Messina. Suo figlio Francescantonio fu decapitato dalla Santa Fede. Nelle opere Saggio di economia campestre per la Calabria Ultra (1770), Istituzioni sulla nuova manifattura dell’olio (1773), Piano di riforma per la pubblica economia (1780) dimostrò di aver compreso le necessità della Calabria: istruire il popolo, preparare tecnici dell’agricoltura, contrastare il clero sopraffattore.
affliggente aspetto della miseria, la mancanza assoluta di quel piacevole superfluo che rende sopportabile la vita, e la degradazione di quella specie umana, così scarsa in una contrada ove potrebbe esser molto abbondante». Casanova osservava anche che i contadini erano schiacciati dal feudo, paralizzati da un’economia arcaica, dalla mancanza di commercio e l’abate Ferdinando Galiani, invitato dal re Ferdinando per riferire sulle conseguenze del terremoto del 1785 scriveva che i mali principali erano la prepotenza dei baroni, il peso della manomorta del clero, l’arretratezza del popolo che non avendo mezzi per ricorrere al sovrano cadeva «sotto il braccio del barone».
vano e nocevole» lo studio che non avesse come fine «
la soda utilità degli uomini» e con lui l’economia politica si distingue dalla filosofia morale che l’aveva assorbita (con il commercio interno, egli scrive, «
le classi lavoratrici, base della repubblica, trovando a faticare, trovano da vivere onestamente e da dilatarsi»); Filangieri rifiutò la politica di potenza perseguita dai principi, richiamandosi alle condizioni dei popoli del Regno («
Tutti i calcoli, che si sono esaminati alla presenza de’ Principi, non sono stati diretti che alla soluzione d’un solo problema: trovar la maniera di uccidere più uomini nel minor tempo possibile»).
guarigione dei grandi mali dell’umanità, la superstizione e la schiavitù» che possono causare, per la regolarità del reddito delle imposte che producono, per l’equilibrio che ristabiliscono alla precaria economia dell’agricoltura alterata dall’incerto andamento delle stagioni.
le idee alle parole», che nessun timore del Casa, del Crescimbeni, del Villani poteva trattenerli dal richiedere la libertà di esprimersi al di fuori del purismo cinquecentesco («Se il Mondo fosse sempre stato regolato dai Grammatici, sarebbero stati depressi in maniera gl’ingegni, e le scienze che non avremmo tuttora né case, né morbide coltri, né carrozze, né quant’altri beni mai ci procacciò l’industria, e le meditazioni degli uomini»).
aristotelici delle lettere», «
tenaci adoratori delle parole»: «
immergeteli in un mare di parole […] sono essi al colmo della loro gioia. Mostrate loro una catena ben tessuta di ragionamenti utili, nuovi, ingegnosi, grandi ancora; […] ve lo ributtano come cosa degna di nulla»), alcune pagine favorevoli al Goldoni le cui commedie hanno per base «un fondo di virtù vera, d’umanità, di benevolenza, d’amore del dovere, che riscalda gli animi», altre contrarie al Parini per l’eccessivo ossequio del poeta del Mezzogiorno alla tradizione.
Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice»), quelle ingiuste vi sono derise come la tortura il cui esito è risolvibile con un ragionamento matematico: «
Data la forza dei muscoli e la sensibilità delle fibre di un innocente, trovare il grado di dolore che lo farà confessare reo di un dato delitto».
l’arte di condurre gli uomini al massimo di felicità, o al minimo d’infelicità». Per reprimere in modo assoluto «
bisognerebbe privare l’uomo dell’uso dei suoi sensi» liberandolo dalla sollecitazione a ogni tipo di azione. Beccaria per la prima volta distingueva il delitto dal peccato e affermava che la legge non riguardava le colpe ma i guasti apportati alla società. La pena è un risarcimento dei danni e non un’espiazione: in tal modo è negata la connessione tra la concezione religiosa del male e la scienza della legislazione, la pena è sottratta all’ideologia religiosa. Solo una società di liberi e di uguali può dare alla società stessa il diritto di punire, il privilegio è un impedimento al ristabilimento dell’equilibrio turbato dal delitto.
i più cattivi costumi e le più perniciose leggi d’Italia». Il successo di quest’opera anticurialista fu europeo perché trattava il problema della tolleranza religiosa e condannava violentemente i religiosi settari:
Prìncipi e repubbliche, date la caccia a costoro […]. Non ci sia più inquisizione, ed il nome solo d’inquisitore sia di perpetuo aborrimento negli animi italiani […]. La vera religione non domina i corpi, ma gli animi; e però non col ferro e col fuoco, ma colla persuasione si ha da propagare.
(Noi tremiamo al pensiero che abbiamo mangiato del butirro e del latte in giorno di vigilia e raccontiamo con piacere quante donne ci sia venuto fatto di sedurre e quanti nostri concittadini abbiamo uccisi […]. Noi siamo cattivi sudditi, cattivi cittadini e cattivi uomini perché siamo cattivi cristiani. E siamo cattivi cristiani, perché veniamo malamente nella nostra religione istruiti)
e propugnava la riforma che creasse un clero virtuoso, colto, che combattesse «i bacchettoni, gl’ipocriti, i nicchiapetti ed i falsi devoti, perché costoro sono propriamente quelli che hanno fatto nascere la miscredenza
».
- Antonio Genovesi. Ordinato sacerdote nel 1737 e trasferitosi a Napoli, ANTONIO GENOVESI dal 1741 insegnò metafisica nella locale Università, ma la pubblicazione delle sue prime opere di carattere filosofico — cadute in sospetto di eresia presso le autorità ecclesiastiche per le citazioni in esse contenute di filosofi deisti e protestanti — non gli consentì di ottenere la cattedra di teologia cui aspirava. Titolare dal 1754 della cattedra di «commercio e di meccanica», divenne uno dei maggiori economisti del tempo e formò generazioni di intellettuali.
Favorevole alla politica riformatrice del Tanucci e sostenitore, sul piano economico, di un neomercantilismo liberista, cercò di combattere gli ostacoli che nel Meridione si opponevano a una più intensa produzione e circolazione di ricchezza (leggi antiquate, vincoli, pregiudizi, consuetudini dannose, inerzia della classe dirigente); vide nel commercio lo strumento più efficace per lo sviluppo della civiltà e difese anche il lusso, inteso come stimolo alla produzione di beni materiali e all’incremento degli scambi commerciali.
↩ - Gaetano Filangieri. Discendente di nobile famiglia napoletana e avviato alla carriera militare, GAETANO FILANGIERI fu ufficiale nel corpo dei volontari di marina e gentiluomo di camera alla corte di Ferdinando IV di Borbone. Nel 1787 — un anno prima della morte per tisi — ottenne l’incarico di membro del Supremo Consiglio della Finanza e cercò di realizzare almeno in parte le sue idee di riforma.
La sua breve vita fu quasi interamente dedicata alla composizione della Scienza della legislazione che, presto tradotta in varie lingue, ebbe enorme successo nei circoli illuminati di tutta Europa.
Accusato dagli idealisti di astrattismo, Filangieri — che fu in relazione con Goethe e Franklin — affrontò nella sua opera anche problemi educativi (l’istruzione è per lui essenziale ai fini della rigenerazione della società) ed espresse ottimistica fiducia nelle riforme e nella «rivoluzione pacifica» condotta dai «filosofi».
↩ - Giuseppe Maria Galanti. Destinato alla professione legale e trasferitosi, come tanti altri giovani provinciali, dalla regione natia a Napoli, GIUSEPPE MARIA GALANTI si entusiasmò per le scienze economiche sotto la guida di quel Genovesi che esaltò nell’Elogio storico (1772) e al cui indirizzo rimase fedele per tutta la vita.
Maestro e amico di Vincenzo Cuoco, esperto ed entusiasta degli illuministi francesi (soprattutto Voltaire), progettò un’edizione — osteggiata dalle autorità — delle opere di Machiavelli (fu pubblicato solo l’Elogio di N. Machiavelli, 1779) e si interessò di problemi letterari, rivelando aperture di gusto preromantico.
Impronta rilevante ha lasciato nel campo delle indagini sulle condizioni del Meridione con opere quali la Descrizione dello stato antico ed attuale del Contado di Molise (1781), la Nuova descrizione storica e geografica d’Italia (1782) e la Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie (1787-1790); la seconda edizione, arrivata al secondo volume, fu interrotta per intralci burocratici. - Francesco Mario Pagano. Nato a Brienza in Basilicata, FRANCESCO MARIO PAGANO compì gli studi giuridici ed esercitò a lungo l’avvocatura a Napoli, ottenendo (1775) la cattedra di diritto penale e, dal 1789, la nomina ad avvocato dei poveri nel Tribunale dell’Ammiragliato (in tale veste difese alcuni giacobini e sostenne la necessità di aiutare le classi meno abbienti).
Ammiratore degli illuministi francesi e legato alla massoneria, per le sue idee fu imprigionato (1796) e mandato in esilio; tornato a Napoli nel 1799, fu membro attivo del governo della Repubblica partenopea e morì sul patibolo, vittima della repressione borbonica.
Studioso di Vico (da cui derivò il gusto del primitivo e la concezione dei corsi e ricorsi storici), Pagano coltivò molteplici interessi — storici, politici, giuridici, estetici — e la sua opera maggiore è costituita dai Saggi politici.
↩ - Domenico Grimaldi. Tipico rappresentante dell’illuminismo concreto e sperimentatore di nuove tecniche di coltivazione, DOMENICO GRIMALDI — che discendeva da famiglia di proprietari terrieri — rifuggì da astrazioni e intellettualismi e indirizzò la sua azione ai fini del miglioramento delle condizioni dell’agricoltura meridionale.
Recatosi a Napoli per studiare legge, fu presto attratto dagli studi di economia e viaggiò in Italia e in Europa, frequentando società e accademie agrarie (alcune sue memorie agronomiche furono comunicate a società di Berna e Parigi) e acquistando un’esperienza che cercò di mettere in pratica nei suoi poderi e di fare apprezzare dai grandi feudatari.
Fiducioso nell’azione autonoma delle classi dirigenti e favorevole alla soppressione di controlli e monopoli, Grimaldi era convinto che la causa della depressione economica in Calabria dovesse ricercarsi non in ragioni politiche ma nella arretratezza dei sistemi di lavorazione.
↩ - Antonio Jerocades. Nato da famiglia di contadini, sacerdote, insegnante (nel collegio di Sora, all’Università di Napoli), ANTONIO JEROCADES si aprì ben presto alla conoscenza delle ideologie avanzate e moderne e fu polemico contro le ingiustizie, l’ipocrisia della chiesa, le oppressioni politiche.
Perseguitato per le sue idee e più volte processato e incarcerato, viaggiò a lungo (fra Napoli, Marsiglia e la Calabria) e unì all’attività letteraria una intensa azione pratica e politica (fu illuminista, massone e giacobino).
Esperto di letteratura greca, latina ed ebraica, tradusse scrittori antichi (Pindaro, Orazio) e fu autore di opere (drammi, poemi, liriche, scritti di filosofia, economia) incentrati prevalentemente su problemi politici e morali.
↩ - Ferdinando Galiani. Dopo aver studiato a Napoli sotto la guida di uno zio professore e protettore del giovane Genovesi, FERDINANDO GALIANI percorse una rapida carriera di scrittore e funzionario che lo fece apprezzare in Italia e all’estero.
Membro di varie Accademie (gli Emuli, la Crusca, l’Accademia di Ercolano etc.), ottenne importanti incarichi politici e amministrativi dal governo borbonico (segretario d’ambasciata a Parigi, presidente del Consiglio del Regio Demanio nel 1776, assessore al Consiglio Supremo delle Finanze nel 1782), scrivendo memorie e consulte.
Il periodo più vivace della sua vita (ma già aveva acquistato fama con il giovanile trattato Della moneta) coincide con il decennio trascorso a Parigi dal 1759, e Galiani provò sempre nostalgia di tale soggiorno e degli intellettuali che vi aveva frequentati, sebbene con il tempo conducesse una polemica sempre più decisa contro le dottrine fisiocratiche dell’illuminismo francese.
↩ - Pietro Verri. Giornalista e organizzatore di cultura, filosofo e scrittore multiforme, polemista e uomo politico, PIETRO VERRI incarnò nella maniera più rigorosa e coerente la figura dell’intellettuale illuminista nella Lombardia del secondo Settecento.
La sua vita fu caratterizzata da un susseguirsi di vivaci e appassionate polemiche contro quanto di retrivo e inattuale permaneva nella società e nella cultura: l’ambiente familiare conservatore e opprimente, la letteratura tradizionale oziosa e vuota, gli anacronismi dell’ordinamento economico e amministrativo, l’inerzia e il burocratismo dei governi etc.
La sua produzione, ricca e varia, comprende opere economiche, storiche, politiche, estetiche, filosofiche: ricordiamo, tra le altre, la Storia di Milano (1783-98), le Osservazioni sulla tortura (1784), le Riflessioni sulle leggi vincolanti il commercio dei grani (1796), il Dialogo sul disordine delle monete nello Stato di Milano (1804) etc.
↩ - Cesare Beccaria. Dopo aver studiato nel collegio farnesiano di Parma ed essersi laureato in giurisprudenza all’Università di Pavia, CESARE BECCARIA divenne amico di Pietro Verri con il quale fondò la Società dei Pugni e redasse il «Caffè», assimilando in breve tempo le idee degli Enciclopedisti francesi.
Lo straordinario successo europeo del trattato Dei delitti e delle pene — che, tradotto in varie lingue, contribuì alla riforma della legislazione penale — lo indusse nel 1766 a intraprendere un viaggio a Parigi, ma a causa del suo carattere scontroso e instabile il soggiorno fu breve (si ebbe allora un temporaneo distacco dai Verri) e interrotto da una partenza precipitosa e clandestina.
Tornato a Milano, gli fu affidato dalle autorità austriache (1769) l’insegnamento di economia civile presso le Scuole Palatine e tenne lezioni raccolte e pubblicate postume (Elementi di economia pubblica, 1804). In seguito ebbe altri importanti incarichi (nel Supremo Consiglio dell’Economia pubblica, nella Commissione di riforma del sistema criminale e di polizia etc.) e redasse numerose Consulte, ma si venne sempre più distaccando dalle polemiche e dall’attività letteraria.
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