Capitolo 13·
L’Illuminismo: metodo scientifico e letteratura
saggio» breve ed elegante, il verso sciolto.
Con questo verso seppe scrivere sopra il commercio ma soprattutto nelle prose del Newtonianismo per le dame (1737), espose in modo gradevole e brillante le teorie ottiche di Newton affinché il pubblico delle donne sapienti potesse intenderle. Libera letteratura in libere istituzioni fu il suo ideale di cosmopolita amante dello spirito italiano, di scrittore alleggeritosi dalla pesantezza del classicismo tradizionale con la frequentazione di intellettuali «
filosofi» e raffinati.
L’ispirazione galante è nel romanzo erotico Il congresso di Citera (1745) che ricorda il celebre Tempio di Cnido di Montesquieu mentre nei Viaggi di Russia è spregiudicato osservatore di politica e di cultura. Scrisse anche di pittura, architettura, musica, commercio disinvoltamente e con eleganza cercando sempre di far conoscere idee e non parole; né gli mancò la consapevolezza di essere iniziatore di un nuovo genere di letteratura.
lumi» penetrava come motivo di gusto e di curiosità, non come elemento attivo e trasformatore e la cui funzione si esauriva in notazioni di costume.
Con queste limitazioni, a cui si aggiunsero le difficoltà economiche familiari (cinque figli avuti dalla moglie Luisa Bergalli, poetessa Irminda Partenide in Arcadia) che lo costrinsero a sfruttare il lavoro letterario (la sua casa diventò un’officina in cui moglie, figlie e fidanzati scrivevano per i giornali, componevano, traducevano, preparavano raccolte di rime, commedie, favole etc.), Gozzi ebbe la funzione di mediatore tra vecchio e nuovo. Il serio e dignitoso classicismo veneto in lui s’incontra con il gusto moderno e la letteratura lo tempera con lo stile tanto che i «
letterati» del Novecento lo videro come scrittore di pagine d’arte.
dettatore» di galatei e di comportamenti perché il suo moralismo alquanto accidioso e sfiduciato lo manteneva in una sfera di non ardente saggezza.
Gazzetta Veneta», 1760-61), di avere ritratto il mondo e il costume contemporanei spargendo semi di tolleranza attraverso fiabe, facezie, parabole, aneddoti, novellette, caricature con un tono lontano dalla predica e dalla normativa («
Osservatore», 1761-62, che ebbe come modello lo «
Spectator» di Addison). Una delle prose più interessanti dell’«Osservatore» è quella in cui il giornalista incontra una contadina la quale demitizza la vita idillica della campagna (l’ombra del bosco, l’amore):Ma non sì tosto si è detto quel benedetto sì, che ci ha legato, il giorno dietro delle nozze, la prima gentilezza, avanti che spunti il sole, è piantarci una zappa o una vanga in mano e condurci con la nuova famiglia a dilombarci in un campo, dove noi altre povere sciocche […] diventiamo magre, nere come il carbone, e siamo tutte slogate come una botte che abbia perduto i cerchi, e cui si siano sfasciate le doghe, le quali si rovesciano da tutti i lati quando abbiamo fatto il primo fanciullo […] e per aggiunta quel nostro bel sole ci abbrustolisce le cuoia, che diventiam zingare.La sua mancanza di ufficialità, di sarcasmo e di invettiva, nasce dall’uomo e dall’ambiente ma ha l’importantissima funzione culturale della diffusione di una concezione di vita civilmente moderna in un pubblico abbastanza largo. Gozzi moderato e classicista è l’artefice della riduzione a cronaca garbata e commentata, popolarmente utile, dei più diversi avvenimenti veneziani; questa funzione esercitò un «
letterato» che artisticamente alieno dall’«utile» dovette sperimentare sulla propria pelle (nonché di Irminda e dei figli) la durezza professionale del rapporto tra utile e letteratura.
Consapevole della battaglia che si combatteva accusò i «
ragionamenti geometrici e filosofici, la brutalità dei sensi», del materialismo mascherato di «
sensibilità», rifiutò di scrivere per compenso (come il fratello Gaspare, Goldoni, Chiari), fu nemico del realismo goldoniano e scrisse che lo Stato ha come base la religione, la religione il boia e ammise la necessità, per salvare la morale, di bruciare libri e scrittori di libri.
Coerentemente con una ideologia aristocratica non critica rigettò le verità che non servivano alla sua classe, anzi, come si vede, accumulò tutti i divieti acritici, la negatività senza elaborare una concezione dialettica e storica.
Nel 1757 pubblicò contro Goldoni e Chiari un lunario burchiellesco, la Tartana degli influssi invisibili e nel poema satirico in ottave Marfisa bizzarra (1761-68) scherni, con stile pulciano e bernesco, la società illuministica e i due commediografi («
sicché ogni mese uscian da’ torchi al varco — due tomi: un di Matteo, l’altro di Marco», «
e s’eran dati alla poetic’arte — per guadagnarsi il vitto in qualche parte»).
Gozzi rimprovera a Goldoni i soggetti tenui, i personaggi di basso stato, di deprimere i nobili e accarezzare il popolo e, per dimostrare che qualunque novità è capace di attirare gente al teatro e che egli stesso avrebbe conseguito lo stesso risultato «
come una fiaba qualsiasi, di quella che le nonne e le serve narrano ai, bimbi accanto al fuoco», scrisse il canovaccio essendo egli sostenitore della commedia dell’arte — dell’Amore delle tre melarance raccolta già dal napoletano Basile.
La fiaba qui assume forma drammatica, i personaggi sono delle maschere, gli avversari sono satireggiati. La rappresentazione (1761) ebbe grande successo e Gozzi continuò a scrivere Il corvo, Il re cervo, Turandot, Augellin Belverde, La donna serpente etc., dieci commedie per le quali resuscitò il teatro delle maschere e contrappose il fiabesco al presunto naturalismo di Goldoni. Ma nelle nuove commedie Gozzi scrisse, per intento d’arte, quasi tutto. La scarsa fortuna che ebbero queste fiabe (derivate anche da novelle arabe, persiane, cinesi) in Italia sarà compensata presso i romantici tedeschi. Ma della fiaba le opere di Gozzi non hanno il carattere popolare che deriva dal meraviglioso e dall’inverosimile.
Gustose sono ancora oggi, invece, le Memorie inutili, un’autobiografia moralisticamente incisiva in cui sono indimenticabili le pagine sul ritorno di Gozzi dalla vita militare in Dalmazia e sulla scoperta del disastro economico della sua famiglia riunita in una villa di campagna governata con «
pindarica amministrazione» da Luisa Bergalli autrice di «
poetiche bestialità».
polemica» — contro il dottrinarismo, l’accademia, il purismo, il grammaticalismo — serve anche a dare un taglio a una tradizione e ad affermare contro l’autorità di essa il gusto dell’individuo, del suo modo di sentire, delle sue scelte. L’uso della polemica, in quanto distrugge ciò che è finito, è in vigore presso gli illuministi i quali intendono colpire la letteratura frivola e accademica dell’Arcadia.
Caffè».
Per opporsi al «
genio dell’imitazione» rivede la letteratura italiana secondo un criterio razionalistico e un gusto francese del simmetrico e del verosimile. Nella Commedia vede un «
trattato scientifico» difficile, scritto in stile barbarico, «
un caos di confusione, un imbroglio non diffinibile», un «
monumento d’antichità» del quale sono leggibili circa cinque canti. Petrarca dovrebbe essere purgato di un terzo delle rime, l’Orlando furioso privato di alcuni canti e di tutti gli incantesimi e buffonerie, la Liberata dimezzata etc.
In appendice alle Lettere è il Codice di leggi del Parnaso italiano in cui propone, in merito alla nostra letteratura, alcuni rimedi che avrebbero contribuito alla pubblica utilità: inibire lo studio delle lettere ai giovani nati per la milizia, il foro, l’aratro, eliminare gli argomenti amorosi, porre il dazio sulle raccolte per nozze, lauree etc. L’Arcadia dovrebbe restare chiusa per cinquant’anni.
Nelle Lettere inglesi (1766) Bettinelli osserva che in Italia la mancanza di un centro culturale causa disgregazione, accademismo, immobilismo intellettuale. Più tardi, però, nel Discorso sopra la poesia italiana (1780) disapprova la nuova letteratura imitatrice degli oltremontani Ossian, Young, Harvey, Gessner e lontana dalle regole classiche. Dal suo gusto restavano lontani anche Goldoni, Alfieri («
un politico che vuoi fare il poeta»), Metastasio, Monti.
Nel saggio Dell’entusiasmo la ragione è guida dell’entusiasmo (come negli arcadi) ma questo è il risultato di sensazioni che derivano dalle parole, dallo stile sicché qui si avverte l’influenza del sensismo. Antitetica alla cultura accademica da lui criticata gli appare l’età comunale, unitaria nel suo fervore economico, politico e culturale nel Risorgimento dell’Italia dopo il Mille.
La critica di Bettinelli, ora sfrecciante modernamente, ora allumacata nel buon gusto e nella tana del decoro, non arriva a una chiarificazione: è il salto nell’Illuminismo di un cattolico che, pentito, ricade nel senso comune.
filosofi» e mantenne una ortodossia politico-religiosa) né simpatizzante degli Enciclopedisti né del gruppo del «
Caffè» il torinese Giuseppe Baretti5 (1719-89) ma si trovò d’accordo con essi nella polemica per una cultura fatta di cose e non di «
ciance», volta all’utile, avversa alla tradizione petrarchesca, bernesca, sonettistica, bembiana, chiabreresca, alla prosa boccaccesca. Il temperamento energico e sanguigno e non una concezione estetica originale gli faceva prediligere una letteratura fondata sul naturale, sul semplice, sull’entusiasmo, sul vigore creativo che ha il modello di Shakespeare. I modelli inglesi e francesi sono più vicini al suo ideale antiretorico e antipedantesco e tra, gli italiani, Cellini, Machiavelli, Redi.
Al temperamento energico l’educazione bernesca (la quale non era l’imitazione sciatta che ne facevano gli arcadi) aggiunse note dirompenti di satira nella creazione geniale, quella di Aristarco Scannabue, vecchio soldato con una gamba di legno, nemico della pedanteria che dalla «
Frusta letteraria» (1763-65) lanciava i suoi trincianti giudizi senza curarsi dell’autorità di alcuno.
Baretti visse a lungo a Londra, in diverse riprese, scrivendo (difese anche la nostra letteratura dagli attacchi di Voltaire). Viaggiò in Francia, Spagna, Portogallo, scrisse le Lettere familiari a suoi tre fratelli e un grande saggio Discours sur Shakespeare et sur monsieur de Voltaire (1777) in cui sostenne l’impossibilità di leggere la poesia attraverso le traduzioni. La «
Frusta» comparve a Venezia (con l’indicazione di Rovereto) poi ad Ancona (con l’indicazione di Trento) quando il governo veneto ne proibì la pubblicazione.
Nell’impostazione artistico-critico-morale di Baretti la polemica contro l’Arcadia, «
letteraria fanciullaggine», è emblematica di un gusto energico che ridicolizza la leziosaggine dei sonettisti, la futilità degli eruditi:
- Per decider se chiome aurate o scure
- monna Lucrezia avea, sanno que’ dotti
- scriver importantissime scritture;
- e il gran punto discutono, se cotti
- o crudi i cardi Andromaca mangiava,
- prima che i muri d’Ilio fosser rotti.
- una povera ragazza
- dall’amante abbandonata,
- sconsolata e sconsigliata,
- e per giunta alquanto pazza
- [decide di monacarsi]
- ecco i zefiri leggieri
- che le rubano i capelli,
- sempre biondi e ricciutelli,
- vale a dir distesi e neri;
- di suo padre non è figlia:
- è del seme degli déi.
- Non pensare che sia donna,
- e nemmeno che sia dea:
- è la bella Citerea
- scesa a noi in mortal gonna.
Gli ascetici francesi non fanno giuocar il diavolo in ogni pagina, come giuoca ne’ vostri; non ischiamazzano ogni tre righe contro le donne che si vestono pulitamente, secondo la loro condizione; non minacciano fuoco e fiamme ad ogni putto che guarda una fanciulla; non precipitano in somma nell’inferno chiunque s’arrischia di porgere il braccio ad una dama che scende una scala, o che monta in una carrozza o in una gondola.
Pur muovendosi criticamente in modo contraddittorio (predilezioni e scelte nascono in lui dal temperamento), tanto da non comprendere Goldoni e da elogiare Metastasio, massimo rappresentante della poesia arcadica, Baretti indipendente nella vita (che molto spesso in Italia gli scrittori avevano fatto dipendere dal mecenate) lo fu anche nella critica aperta e coraggiosa che il frazionamento politico e l’angustia classicistica provinciale avevano resa accademica e stantia.
Le trasgressioni linguistiche di Baretti, l’originale corposità del suo linguaggio derivano certamente dal temperamento dello scrittore torinese ma appaiono storicamente e culturalmente plausibili perché egli appartiene alla generazione della rivolta antiarcadica che ha la sua forza vitale nell’Illuminismo. Da questo movimento le forze vecchie della cultura sono logorate e intorno ad esso si aggruppano, con diverse trasformazioni e aggregazioni, i nuovi elementi.
Tutto il nostro apparato sintattico tradizionale regolato da canoni, da purezza, da proprietà di vocaboli era un fardello carico di secolare addottrinamento. Vetusto e non flessibile, strumento di comunicazione dei dotti, cedeva alle necessità dello spirito critico e pratico.
Idee nuove espresse con linguaggio faticosamente toscano e letterario (così era avvenuto al Genovesi) potevano essere accolte con difficoltà. Inoltre nuovi termini introdotti dalla cultura scientifica ed economica e nuovo pubblico non costituito soltanto da dotti imponevano una soluzione del problema. Melchiorre Cesarotti6 (1730-1808), nobile padovano, sacerdote, professore di greco ed ebraico, traduttore dal greco, dal francese, dall’inglese era già in gran fama di dotto quando scrisse il Saggio sulla filosofia delle lingue (1785) in cui accordando il razionalismo illuministico con il sensismo di Condillac propose di sottomettere la lingua al governo della regione e del gusto, combattendo sia il rigorismo che il libertinaggio per sostituirvi una «
temperata e giudiziosa libertà».
La lingua, interprete del pensiero, non è immobile ma si trasforma e si arricchisce di vocaboli, «
seguendo l’impulso progressivo dello spirito», provenienti anche da altre nazioni. Per Cesarotti la supremazia culturale francese legittima l’uso di francesismi. Infatti bisognava considerare che le scienze e lo spirito filosofico avevano modificato tutta la nostra lingua.
La ragione è direttrice della lingua (come base ne è l’uso e consigliere l’esempio) in tutte le fasi, anche negli arricchimenti: «
Le arti, le scienze, il commercio presentano ad ogni momento oggetti nuovi, che domandano d’esser fissati con nuovi termini».
toglier la lingua al despotismo dell’autorità e ai capricci della moda e dell’uso, per metterla sotto il governo legittimo della ragione e del gusto» perché gli Italiani fossero «
italiani moderni che fanno uso con sicurezza naturale d’una lingua libera e viva, e la improntano dalle marche caratteristiche del proprio individuai sentimento».
L’influenza di questa malinconia tocca Herder, Goethe, Monti, Foscolo, Leopardi. Cesarotti credette in Ossian «
poeta per eccellenza» della natura, vissuto «
sotto un cielo nebbioso, fra lo squallor dei deserti, in mezzo al rugghiar dei torrenti e delle tempeste», creatore di «
scene silvestri spiranti un orrore angusto» con un linguaggio «
or di foco or di lampo» che non trova l’eguale «
in tutto il regno poetico».
Al di là della mistificazione Cesarotti nella celebre traduzione versificata esprimeva il suo gusto del sublime, della poesia di natura e sentimento animata solennemente da una presenza terribile e sovrumana:
- Oh tu che luminoso erri e rotondo
- come lo scudo de’ miei padri, o Sole,
- donde sono i tuoi raggi? e da che fonte
- trai l’immensa tua luce?
Tutti i monumenti che rappresentano vicende strepitose, tutti quelli che svegliano alcun sentimento profondo relativo alla Divinità, all’Eternità, alle forze del tempo, alle vicissitudini della fortuna, tutti hanno una bellezza assai maggiore di quelli che ci dilettano per la squisitezza dell’arte».
- Francesco Algarotti. La vasta esperienza europea (dal 1735 al ’53, tranne brevi ritorni in Italia, fu in viaggio per il continente), la fitta rete di relazioni con uomini di cultura, l’accordo fra interessi letterari e scientifici, la fiducia nel dispotismo illuminato (ebbe incarichi da Federico II di Prussia e dall’elettore di Sassonia) fanno di FRANCESCO ALGAROTTI un esponente significativo del nuovo orientamento culturale settecentesco.
Avverso al razionalismo cartesiano e pieno di ammirazione per la cultura francese e inglese moderna e concreta, Algarotti — che trascorse gli ultimi anni a Venezia, a Bologna (dove fondò l’Accademia degli Indomiti) e a Pisa — fu favorevole a una letteratura didascalica e discorsiva e polemizzò contro il principio di imitazione dell’Arcadia.
Svalutato dagli uomini del Risorgimento ma apprezzato da Giordani e Leopardi, scrisse in uno stile che risente dell’influenza francese. Le sue numerose opere (di argomento scientifico, linguistico, storico, economico, critico, rime, tragedie, epistole etc.) testimoniano, oltre a una certa dispersività, la complessità e varietà dei suoi interessi.
↩ - Gasparo Gozzi. Inquieta e contristata da perenni difficoltà economiche fu la vita di GASPARO GOZZI, poligrafo e «paziente Giobbe» della letteratura, alla costante ricerca di impieghi (fu precettore, soprintendente della Scuola di Padova nel ’74, copista della libreria di San Marco, incaricato di tracciare un programma di riforma scolastica dopo la soppressione dei Gesuiti etc.) e deluso nella speranza di ottenere una cattedra all’Università di Padova.
Contrario agli ardimenti innovatori degli illuministi lombardi (fu membro autorevole dell’Accademia dei Granelleschi) ma non chiuso alle novità imposte dai tempi, studioso e difensore della tradizione letteraria e linguistica del Trecento e Cinquecento, Gozzi scrisse in una prosa elegante ed esperta pur nel tono dimesso e conversevole e fu apprezzato per questo da Foscolo e Giordani.
Il moralismo bonario, l’incapacità di approfondire i problemi, il gusto dell’osservazione minuziosa, lo scetticismo contenuto sono da lui passati attraverso il filtro della bella letteratura e danno alle sue pagine una patina di distacco contemplativo.
↩ - Carlo Gozzi. Fratello minore di Gasparo, anche CARLO GOZZI ebbe a patire del dissesto economico che travolse la famiglia e, come egli diceva, la trasformò in un autentico «ospedale di poeti».
Stabilitosi a Venezia dopo aver rinunciato alla carriera militare (per cui era stato tre anni — 1741-44 — in Dalmazia), si dedicò all’attività letteraria frequentando compagnie di comici (soprattutto quella del Sacchi per la quale compose fra il ’71 e il ’76 le Fiabe) e dimostrando in diverse occasioni il suo carattere intollerante (clamoroso fu lo scandalo che nel 1777 travolse il nobile Antonio Gratarol segretario del Senato veneziano).
Con foga polemica e in uno stile che non aveva le eleganze squisite del fratello, si scagliò contro vari aspetti della società e cultura del suo tempo: l’illuminismo, il dilagare delle discussioni filosofiche, le influenze straniere, le mode, l’arte goldoniana. Autore, fra l’altro, di drammi di cappa e spada, novelle e versi, fu rattristato negli ultimi anni dalla caduta della Repubblica e dall’affermazione delle idee rivoluzionarie.
↩ - Saverio Bettinelli. Vasta è la produzione letteraria di SAVERIO BETTINELLI che, dopo avere insegnato in varie città (Brescia, Bologna, Venezia, nel Collegio dei Nobili di Parma, all’Università di Modena), trascorse gli ultimi anni intento a curare un’edizione completa delle sue opere e, vecchissimo, nel 1802 fu nominato membro dell’Istituto Nazionale.
La sua fama è affidata alle Lettere virgiliane (che contengono giudizi su scrittori e tendenze letterarie e il cui titolo deriva dal fatto che si immaginano scritte da Virgilio e inviate dagli Elisi all’Accademia dell’Arcadia) e soprattutto al giudizio stroncatore su Dante (i versi della Commedia, dice, non si possono leggere «senza svenir d’affanno o di sonno»).
Spregiudicato nelle posizioni critiche e favorevole all’uso del verso sciolto, Bettinelli fu vicino agli uomini del «Caffè» e ritenne, tra l’altro, che le opere storiografiche dovessero privilegiare non gli eventi politici o militari ma gli aspetti culturali.
↩ - Giuseppe Baretti. Dopo aver studiato a Torino, GIUSEPPE BARETTI viaggiò a lungo nell’Italia settentrionale e conobbe a Venezia e Milano i letterati che di lì a poco fondarono le Accademie dei Granelleschi e dei Trasformati.
Alcune polemiche, e la convinzione di non riuscire a trovare un impiego accettabile, lo indussero nel 1751 a trasferirsi a Londra e il contatto con la cultura inglese, l’amicizia con Johnson, lo studio delle lingue straniere (scrisse in inglese e, francese e contribuì a diffondere in Inghilterra la conoscenza della nostra letteratura) furono per lui esperienze fondamentali.
Nel 1760 tornava in Italia e poco dopo pubblicava la «Frusta» in cui rivelava clamorosamente la sua vigorosa personalità di critico stroncatore e le sue doti artistiche (si pensi all’originale e antiarcadica figura di Aristarco Scannabue e allo stile vivace e studiato al tempo stesso, ricco di vigore satirico e di inventività lessicale).
Nel 1766, deluso, ritornò in Inghilterra e qui, tranne brevi viaggi in altri Stati, rimase fino alla morte, continuando a partecipare a polemiche letterarie (difese la poesia shakesperiana dagli attacchi di Voltaire), facendosi apprezzare per la cultura e l’ingegno e ottenendo nel 1782 una pensione annua dal governo inglese.
↩ - Melchiorre Cesarotti. Fautore di una equilibrata conciliazione fra l’esigenza del rinnovamento e il rispetto della tradizione letteraria, ammiratore della cultura francese contemporanea (soprattutto Voltaire, di cui tradusse alcune tragedie) e sensibile ai nuovi orientamenti del gusto preromantico europeo, MELCHIORRE CESAROTTI trascorse quasi tutta la sua sedentaria vita di letterato e di professore (prima di retorica nel seminario, poi, dal 1769, di lingua greca e ebraica nello Studio) nella natia Padova: l’unico viaggio fuori del Veneto lo fece nel 1785 su invito dell’Accademia romana dell’Arcadia.
Amico di Gasparo Gozzi conosciuto durante un soggiorno a Venezia (1761-68) come precettore presso la famiglia Grimani, segretario dal ’79 dell’Accademia padovana di scienze lettere e arti, fu in corrispondenza con molti letterati ed ebbe onori e protezione da Napoleone.
Fra le sue molte opere, oltre ai fondamentali scritti di argomento linguistico ed estetico e alle traduzioni dal francese e inglese, ricordiamo il vasto epistolario (da cui si rivela il suo carattere di uomo «fondamentalmente lieto ma amante del “piacere delle lacrime”» (Bigi) e la traduzione dell’Iliade (cui egli, senza eccessivo rispetto della storicità del testo omerico, apportò correzioni e cambiamenti per adeguarlo al gusto settecentesco; ne cambiò anche il titolo in La morte di Ettore).
↩
