Capitolo

5

L'età dell'umanesimo

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5 - § 3

La letteratura volgare del secondo Quattrocento in Toscana


Il «certame coronario» (1441) fu una pubblica gara di poesia promossa a Firenze da Leon Battista Alberti sul tema «la vera amicizia» in lingua volgare. Esso segna simbolicamente l'inizio della ripresa del volgare, espressione favorita soprattutto dai principi per rivolgersi al favore delle moltitudini. Ben si accorge Lorenzo dei Medici di avere nel fiorentino uno strumento di egemonia.
Affievolitosi l'umanesimo civile dei primi umanisti, è lontano il tempo in cui Leonardo Bruni scriveva, all'inizio del Quattrocento, che Dante, privo di latinità, era da lasciare «con i farsettai, i panettieri e simili» avendo il poeta parlato «in modo da esser familiare solo a gente simile». Lorenzo dei Medici ormai scriveva, invece, che i grandi toscani del Trecento avevano mostrato «assai chiaramente con molta facilità potersi in questa lingua esprimere ogni senso».
Il ritorno al volgare non è il risultato, però, di una rivoluzione culturale o politica, è la conseguenza dell'affermazione della Signoria e degli uomini dotti che sono dentro il suo raggio sicché gli schemi classici e mitologici costituiscono la fonte e la riserva del volgare. Gli scrittori filtrano le loro opere attraverso il mondo greco-romano sicché il gusto umanistico penetra capillarmente con i temi, l'erudizione, le forme, distaccandosi dai sentimenti del popolo.
L'unità culturale era letteraria, essa era la scelta del classicismo che calamitando a sé le scelte espressive degli scrittori distaccava costoro dalle classi subalterne: alla realtà gli scrittori di quest'età sostituivano i miti letterari del diletto, dell'idillio, dell'arcadia, del sogno, della cortesia, in un'epoca in cui gli umanisti in volgare latineggiante neppure si accorgevano che l'Italia perdeva, con la conquista di Carlo VIII (1494), la libertà politica. II processo progressivo iniziato dai Comuni aveva termine con la rovina politica e con la chiusura dei letterati nelle loro torri d'avorio. La letteratura continua a svolgersi nei centri regionali in stretta correlazione con l'ambiente politico signorile e alla ricerca di una lingua avente elementi comuni e unitari tali da assorbire le particolarità locali.
Nel frammentario panorama geografico e politico dell'Italia del Quattrocento vediamo che a Firenze nel 1435 Cosimo dei Medici il Vecchio si impadronisce del potere e dà inizio a una dinastia che governerà fino al 1737. I Medici tolgono potere all'aristocrazia mercantile cresciuta sul primo terreno della borghesia comunale, si alleano alla parte meno potente di essa e cercano il consenso del popolo.
Lorenzo dei Medici1 (1449-1492) svolge una efficace azione di relazioni finanziarie e politiche riuscendo ad assommare in sé tutto il potere («annichilando e guastando», «tutta la autorità, degnità e reputazione de' pubblici magistrati soppresse e conculcò», «lui solo poteva e faceva tutto», «perniziosissimo e crudelissimo tiranno alla città nostra»: così scrive di lui nel 1492 Alamanno Rinuccini, antimediceo) e diventando nel 1486 mediatore dell'equilibrio politico italiano. Il prestigio culturale è per lui elemento politico e le sue scelte specifiche, la letteratura e la filosofia neoplatonica, diventano raffinati strumenti di coesione dei gruppi intellettuali fiorentini.
La letteratura come veste di interessi diversi e anche opposti, come elemento unitario di versatilità di gusti e tendenze diventa l'ideologia della corte e del signore. Lorenzo infatti si ispira a modelli letterari che mutano e che sono aristocratici e popolari, comprensivi di tutte le aspirazioni della popolazione. La letteratura fiorentina, inoltre, gli conferiva con la sua tradizione l'autorità di presentarla nella sua egemonia nella raccolta di rime di Dante e di altri poeti compilata nel 1476 e mandata a Federico d'Aragona con una lettera del Poliziano in difesa del volgare.
Il neoplatonismo del Ficino è una filosofia aristocratica e spirituale che corona l'ordine estetico con l'esaltazione dell'uomo in una sfera soprarazionale, di un uomo che aspira a morire alle cose della terra e a vivere soltanto nel mondo delle idee. Lorenzo lasciò tracce di neoplatonismo nelle Selve d'Amore, poema in ottave, nelle Rime, nell'Altercazione; reminiscenze classiche e boccaccesche del Ninfale fiesolano sono nell'Ambra, racconto in ottave sulle origini della villa medicea di Poggio a Caiano mentre nel Corinto in terzine, in cui il pastore invita Galatea all'amore, è una costante laurenziana, l'idillio voluttuoso, il lamento per la brevità della vita e l'invito a cogliere la bellezza:
  1. mi venne a mente
  2. che vana cosa è il giovenil fiorire […]
  3. Cogli la rosa, o ninfa, or ch'è il bel tempo.
I modi della letteratura borghese troviamo nella Caccia, nel Simposio (o I beoni), descrizione di popolani, preti, borghesi, che vanno a bere in un'osteria del ponte a Rifredi, nei canti carnascialeschi, nei Trionfi che accompagnavano con la musica i cortei di maschere nei giorni di carnevale, nelle canzoni a ballo.
I motivi che sembrano popolari rientrano nella lirica di Lorenzo in quanto hanno per lui carattere subalterno, sono un repertorio di contenuti che talvolta riescono a fondersi perfettamente con il tono fondamentale, quello della lirica elegante, della quale costituiscono un controcanto. Così nella Nencia da Barberino in cui l'innamorato contadino Vallera ha coscienza della vivace parodia che viene recitando. Qui la realtà artistica è più rifinita che fissata come avviene spesso a Lorenzo che non si abbandona, è critico, rimane un po' inerte e prosaico, sovrappone la rispettiva forma classica a ogni diverso genere artistico (anche la forma di sacra rappresentazione, ad esempio, in S. Giovanni e S. Paolo).
Intellettuale abituato alla frequentazione di artisti come Verrocchio, Giuliano di Sangallo, Antonio Pollaiolo, Sandro Botticelli, Filippino Lippi, di poeti, musici, Lorenzo capì — in un'epoca in cui il divario tra la cultura e la folla va crescendo — il popolo letterariamente come artista e politicamente da Signore colto collegato con i grandi borghesi e prelati, i nobili, come elemento da tenere a freno e addomesticato.
Lirica cortigiana di poeta-filologo raffinatissimo è quella di Angelo Ambrogini detto il Poliziano2 (1454-1494), isolato da ogni impegno politico e civile, tipico rappresentante del letterato umanista in volgare dotato di estrema esperienza tecnica. Allievo del Landino, del Ficino, di Calcondila, dell'Argiropulo, cominciò a scrivere epigrammi greci e latini, a tradurre l'Iliade in esametri latini, entrò nella corte di Lorenzo come precettore di Piero dei Medici, insegnò eloquenza greca e latina nello Studio fiorentino dal 1480 fino alla morte. Grande filologo è Poliziano nei Miscellanea mentre le eleganze dei classici rivivono negli esametri delle Sylvae. Poeta è, però, Poliziano nelle opere volgari.
Nelle Stanze in ottave, scritte per celebrare Giuliano, fratello di Lorenzo e vincitore in una giostra nel 1475, canta l'innamoramento, per opera di Cupido, di Julo per una ninfa (Simonetta Cattaneo sposa di Marco Vespucci). Il poema rimase incompiuto al secondo libro perché nel 1478 Giuliano cadde vittima della congiura dei Pazzi ma il mondo idillico e del sogno giovanile d'amore, motivo centrale del Poliziano, aveva già avuto la sua rappresentazione. Il poeta non sviluppa motivi interiori ma compone squisiti intarsi letterari, disegna arabeschi preziosi tenendosi al di qua dello slancio lirico e della passione. Poesia umanistica la sua, ma animata da un tremore di sogno, da un incanto musicale, da una contemplazione di colori:
  1. Candida è ella, e candida la vesta,
  2. ma pur di rose e fior dipinta e d'erba;
  3. lo inanellato crin dell'aurea testa
  4. scende in la fronte […]
  5. Ell'era assisa sovra la verdura,
  6. allegra, e ghirlandetta avea contesta […]
  7. Poi formò voce tra perle e viole […]
  8. L'acqua da viva pomice zampilla,
  9. che con suo arco il bel monte sospende […]
  10. E muti pesci in frotta van notando
  11. dentro al vivente e tenero cristallo.
La lentezza del verso è in funzione della contemplazione di un mondo della natura visto figurativamente e in cui ogni evento sembra un miracolo, in cui tutto è staccato dalla realtà. Nella perfetta assimilazione dei classici e dei poeti in volgare non si avvertono le incrinature della lirica di Lorenzo perché Poliziano trova la perfetta misura dell'abbandono estatico.
Nell'Orfeo (1480), scritto in due giorni a Mantova per invito del cardinale Francesco Gonzaga e per una festa di corte, Poliziano compone la favola drammatica (prima prova di genere drammatico profano in volgare in Italia) di Euridice, che muore punta da un serpente mentre fugge Aristeo, e di Orfeo straziato dalle Baccanti per avere disprezzato le donne; l'idillio musicale domina sull'elemento drammatico. Poliziano fonde nella musica e nella grazia il gusto un po' acerbo degli elementi con un tono di equilibrio che gli deriva dall'imitazione dei classici. Taluni suoi motivi diventano tipici nella nostra lirica:
  1. la ninfa non si cura dello amante;
  2. la bella ninfa che di sasso ha il core,
  3. anzi di ferro, anzi l'ha di diamante»,

  4. e digli come il tempo ne distrugge,
  5. né l'età persa mai si rinnovella;
  6. digli che sappi usar sua forma bella,
  7. ché sempre mai non son rose e viole
al pari di alcune notazioni figurative: «di neve e rose ha il volto, e d'or la testa, tutta soletta, e sotto bianca vesta» .
La varietà artistica di Poliziano risponde al grande raggio della cultura fiorentina voluto da Lorenzo e che contribuisce alla «colonizzazione» linguistica e umanistica che la Toscana compie in quegli anni da Milano a Napoli. Oltre la dolente malinconia per la bellezza fugace, c'è nel Poliziano dei «rispetti», delle «canzoni a ballo» un'arguzia scherzosa che si atteggia in modo popolare:
  1. Quando questi occhi chiusi mi vedrai […]
  2. se l'error tuo conoscerai,
  3. d'avermi ucciso ne sarai pentita;

  4. Questa fanciulla è tanto lieta e frugola
  5. che a starli a lato tutto mi sminuzolo;

  6. Fresca è la rosa da mattina, e a sera
  7. ell'ha perduto sua bellezza altera;

  8. La notte è lunga a chi non può dormire,
  9. ma ancora è breve a chi contento giace.
Anche in questi modi popolareschi l'equilibrio dell'artista è sovrano: è arte nata da un incivilimento umanistico cortigiano che rifugge dal reale e si rifugia nel mondo del sogno.
Ben altri erano i sentimenti del popolo contadino e artigiano. Certamente Lorenzo espandeva anche verso il popolo la sua politica culturale e consentiva che nei canti carnascialeschi (con carri e trionfi carichi di ornamenti e fantasie) si convogliasse l'istinto di liberazione in una sorta di priapea popolare a larga diffusione. L'invito a godere la vita proveniva dallo stesso Lorenzo del Trionfo di Bacco e Arianna che fu geniale veicolo politico delle forme di licenza consentita, ideologia dell'amore dei sensi giustificato dalla solenne sapienza umanistica del «di doman non c'è certezza» e della «bella giovinezza / che si fugge tuttavia!». Organizzatore della cultura e consapevole della funzione guida che la cultura toscana aveva, Lorenzo offre stampi diversi alle diverse esigenze. Nei canti carnascialeschi hanno voce erotica artigiani, calzolai, correggiai, pollai, maestre di far cacio, balie, contadini, stampatori di drappi etc.
(le balie:
  1. Quand'è' sente il maldocchio,
  2. sin a Poppi ce n'andiamo:
  3. una donna sul ginocchio
  4. se lo pone e fàllo sano;
le monache:
  1. e sentiànci ardere 'l core
  2. d'altro caldo che di sole […]
  3. Maladisco il padre mio
  4. che così tener mi vuole!
la mandorla:
  1. e ciascun se ne diletta
  2. quando ell'è piccola e stretta,
  3. tenerella senza pelo;
gli spazzacamini:
  1. Se madonna comanda
  2. che si spazzi per tutto, al fin da ogni banda,
  3. pel molle e per l'asciutto,
  4. tanto è soave frutto
  5. nostro spazzar camin;
le pinzochere, i lanzi, le età dell'uomo:
  1. non perdete il tempo invano:
  2. ogni gloria è poi finita,
  3. quando morti e spenti siàno).
Una finzione critica retrospettiva è quella dell'età aurea fiorentina; Lorenzo ha, invece, acuta la consapevolezza dei duri limiti della vita civile e politica per le traversie del suo governo (sacco di Volterra, congiura dei Pazzi, assassinio di Giuliano, ostilità del papato).
Coscienza critica della realtà del tempo ebbe il fiorentino Luigi Pulci3 (1432-1484) che visse alla corte di Lorenzo e negli ultimi anni fu al seguito di Roberto Sanseverino. La sua vena è borghese e popolare, si collega con la letteratura realistica toscana dal Duecento in poi e al Burchiello. «Quinto elemento» della corte laurenziana, si sentì estraneo al Ficino e alla sua spirituale filosofia, alle discussioni sull'origine e natura dell'anima e satireggiò i ficiniani
  1. (Costor, che fan sì gran disputazione
  2. dell'anima, ond'ell'entri o ond'ell'esca,
  3. o come il nocciuol si stia nella pesca,
  4. hanno studiato in su n'un gran mellone)
che si preparavano, con le parole, un dolcissimo paradiso «e buon vin dulci e letti sprimacciati».
Con ironia burlesca borghese attaccò Ficino, Pico della Mirandola, Matteo Franco poeta di corte e mentre Poliziano accentuava la pietà religiosa il Pulci dissacratore della tradizione, beffardo, era in fama di eretico. La protasi del Morgante è, del resto, una parodia dell'inizio del Vangelo di Giovanni («In principio era il Verbo appresso a Dio, era Iddio il Verbo e il Verbo Lui») come poteva farla un poeta che nulla traeva dalla cultura teologale ma era tutto immerso nei profondi strati dialettali e gergali della cultura popolare. Questa sua tendenza realistica lo portava allo scetticismo religioso e, in arte, alla deformazione grottesca. Sulla linea dei «cantari» popolari, del Burchiello, del Pistoia, il Pulci fu comico e satirico, furbesco, proclive a estrarre comicamente le contraddizioni implicite negli aspetti e nei discorsi seri.
Occorre contrastare fortemente su questo punto la critica che vide nel comico e nel burlesco un gioco fine a se stesso e non gli strumenti per penetrare nelle mistificazioni e nell'ordine costituito. Il Pulci nasce culturalmente nel mondo popolano, vive quando questo mondo è stato narcotizzato dall'umanesimo letterario che con Lorenzo e Poliziano delle canzoni a ballo e di altri versi ne hanno mimato moderatamente il linguaggio e gli atteggiamenti, vive presso la corte laurenziana ma il suo cuore è con la vecchia Firenze borghese-popolana. Poeta fuori tempo e non umanista, anzi plebeo, agli antipodi dell'importante Ficino e dell'ape d'oro musicale Poliziano, Pulci prolunga la cultura realistica anticipando motivi che saranno del Rabelais e del genere picaresco.
La sua scelta è quella perdente in Italia e vincente in Europa. Il Morgante, poema in ottave, pubblicato nel 1482 in ventitré canti e in ventotto l'anno seguente, segue i cantàri (Orlando e Spagna in rima) ma nel raccontare di Orlando che incontra il gigante Morgante armato di un battaglio di campana, di Morgante che incontra Margutte, mezzo gigante furbo e fraudolento, porta innovazioni alla materia tradizionale per capacità inventiva e non soltanto, come si ripete, per sfogare i propri umori.
Idealmente Pulci si rivolgeva al pubblico che nella fiorentina piazza di S. Martino ascoltava i racconti cavallereschi di Rinaldo e di Gano di Maganza, al pubblico che nel contado ascoltava il Buovo d'Antona, l'Aspromonte, i Reali di Francia, il Guerino meschino, preoccupandosi più che dell'organicità delle parti del rilievo che estro, novità, bizzarria devono avere per un uditorio popolare. Inventa la cronaca di Turpino, fa citazioni fantastiche — ben diverse da quelle sicure degli umanisti —, crea il contrasto fra tradizione epica e immagine comica, introduce un personaggio originale, il diavolo Astarotte che entra nel cavallo di Rinaldo, insegna al cavaliere quali sono i paesi e gli abitanti degli antipodi, discute della prescienza e della giustizia di Dio.
Il mondo del Pulci non è quello della cancelleria né quello dell'umanesimo ma è il mondo plebeo e picaresco, in cui l'intrigo è il movente dell'azione. Il gusto linguistico del poeta è quello del fiorentino popolare e gergale, della parola grossa e calda, del doppio senso; i legami del Pulci sono oltre che con il gusto realistico con l'umanesimo eterodosso, con una nuova fede fatta di magia e di spiritismo che è una «prima forma di immanenza». Per la sua eresia fu negata al Pulci la sepoltura cristiana.
Contro il potere signorile con le armi del moralismo e della predicazione religiosa si scagliò Girolamo Savonarola4 (1452-1498) ferrarese e domenicano il quale a Firenze attaccò la classe dirigente cittadina. Dopo la morte di Lorenzo e la cacciata di Piero fu protagonista della vita della città sostenendo le libertà repubblicane e la Francia (la discesa di Carlo VIII è indicata come una punizione di Dio) e inimicandosi la borghesia fiorentina e Alessandro VI che nel 1497, per le sue accuse contro la corruzione della chiesa, lo scomunicò. Nel 1498 fu arso sul rogo.
Nella sua opera religiosa per un verso Savonarola accetta la tradizione aristotelico-tomistica del suo ordine ed è contro la cultura umanistica, per un altro verso dà voce, riprendendo motivi gioachimiti, al desiderio di rigenerazione morale e religiosa. Nel suo predicare profetico

(vedevo una spada che era sopra la Italia e vibrava; e vedevo li angeli che venivono e avevano la croce rossa da una mano e dall'altra molte stole bianche. […] Fate penitenza mentre che la spada non è fuori della guaina e mentre che ella non è insanguinata)

spicca la polemica contro la corruzione e i tempi nuovi. Ma per essere moderna manca alla predicazione savonaroliana la riscoperta dei valori cristiani attraverso la nuova cultura umanistica e il suo metodo critico.

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