Capitolo 17·
Crisi e delusioni post-risorgimentali
status quo». Le classi nazional-borghesi, che vedono riconosciuta la loro egemonia padronal-agraria sullo sterminato contadiname dell’Italia quasi totalmente rurale, favoriscono la penetrazione, l’assestamento, la politica regia piemontese che ad Aspromonte e Mentana elimina anche il volontariato garibaldino. Tale politica, già funzionale al moderatismo della borghesia, diventa rapidamente conservatrice in funzione del capitalismo agrario che penetra nelle campagne distruggendo le strutture contadine preborghesi e la cultura delle classi subalterne.
indipendenza e unità» per «
deviare l’attenzione dal nocciolo alla buccia» (Gramsci), per evitare che la partecipazione del popolo alla lotta per il Risorgimento diventi lotta sociale per la riforma agraria, vero obiettivo e vero interesse nazionale delle classi popolari, dello sterminato esercito di contadini senza terra.
si aggrappavano alle falde del granduca per non farlo scappare» (Gramsci). Con la loro operazione trasformistica, segno dell’egemonia politica esercitata in modo particolare, i moderati disgregarono e modificarono il poco omogeneo e molto timido partito d’azione, privo di un programma di direzione politica, incapace di attuare le rivendicazioni popolari (riforma agraria) che gli avrebbero dato una fisionomia politica.
Invece il partito d’azione, chiuso nella sua retorica unità politico-culturale incentrata su una tradizione formalistica (che non toccava i ceti rurali) non vide neanche il problema del rapporto tra città e campagna in funzione risorgimentale e i suoi uomini migliori, cominciando da Mazzini, si lasciarono influenzare dall’egemonia trasformistica politica dei moderati: sacra e santa missione risorgimentale e terra agli agrari vecchi e nuovi. In questa «
putrefazione» (così De Sanctis là chiamò) postromantica, politico-pedagogica, la cultura perde le motivazioni concrete e vive in letargo.
Questa letteratura rende dolci e patetici i motivi della patria, della fede, dell’amore e incentra le sue ragioni d’arte sulla gentilezza del cuore e della natura, svigorisce ad uso di un pubblico prevalentemente femminile la figura del poeta che diventa un personaggio eccezionale per la sua sensibilità e superiore alla realtà pratica ed economica.
Nasce il mito della poesia come idealità vaga, ma con localizzazione in un salotto confortato da accordi di pianoforte e da dipinti di innamorati languidi e avvinti come l’edera. Questa poetica borghese tardoromantica è un aspetto assai importante di un costume sonnacchioso, fiacco e autonobilitantesi nel suo sentimentalismo.
la passion dei ritorni addoppia — col domestico suon la cornamusa») scendono nelle paludi pontine. La storia con Aleardi, incapace di uscire dal linguaggio floreale e andare verso il concreto, diventa arabesco ed è romanticizzata.
Per byronismo scrisse poemi come Rodolfo (1853), Armando (1868), fuori tempo e fuori luogo. La sostanza artistica di Prati, velleitaria ed enfatica, accompagna degnamente la svolta politica moderata del suo pubblico. Desistenza dall’operare, affidamento alla natura eterna e sapiente ritiro nella letteratura sono i motivi ideologici degli ultimi scritti, Psiche (1876), Iside (1878).
rifiuta indegni | ceppi di te che alto fato aspiri») perpetuandosi nell’ideologia etica fogazzariana postromantica di «
..ecco il poeta, | ecco l’altezza ed ecco la virtù!»: ideologia di una verità del cuore, scriveva Fogazzaro a Gino Capponi, «che valga a sollevare lo spirito sopra le tristi realtà ond’è ferito ogni giorno».
- Aleardo Aleardi. GAETANO MARIA ALEARDI (che assunse per ragioni estetizzanti il nome di Aleardo), discendente di nobile famiglia e laureatosi in giurisprudenza a Padova, per le sue idee liberali dovette patire persecuzioni e carcere (nel 1852 fu imprigionato a Mantova, nel ’59 in Boemia).
Dopo l’Unità fu deputato, professore all’Accademia di Brera e all’Istituto di Belle Arti di Firenze, senatore nel 1873. I motivi arcadico-romantici largamente profusi nelle sue opere (il patetico, il sentimentalismo, il gusto scenografico, le rievocazioni storico-paesistiche, le immagini vaghe e rarefatte etc.) gli assicurarono per un certo periodo notevole successo ed esercitarono influenza su autori successivi; oggi, invece, si tende generalmente a cogliere i limiti della sua poesia.
Fra le opere abbiamo Il monte Circello, Le antiche città italiane marinare e commercianti, i Canti patrii. - Giovanni Prati. Assiduo frequentatore — insieme con Aleardi — del padovano «Caffè» Pedrocchi e brillante conversatore nei salotti mondano-letterari (divenne il beniamino di quello milanese della contessa Maffei), GIOVANNI PRATI si trasferì nel 1841, dopo una burrascosa e chiacchierata esperienza coniugale, a Milano dove acquistò rapidamente grandissima fama.
Salutato dal Correnti come nuovo «pontifex» della poesia italiana (più cauto, anche se elogiativo, era il giudizio di Manzoni che coglieva nell’opera di Prati «fieno e fiori»), dotato di vena facile e versatile ma incapace di profondità, svolse un’intensa attività letteraria a favole di casa Savoia e ne fu ricompensato con onori e incarichi.
Nel 1860 rifiutò la cattedra di eloquenza all’Università di Bologna — che sarà assegnata a Carducci —, ma accettò la nomina di storiografo della corte sabauda e più tardi, a Roma, fu nominato senatore (1876) e direttore dell’Istituto Superiore di Magistero.
I giudizi sulla sua produzione artistica divennero col passare degli anni sempre più negativi, ma si tende anche a vedere in lui la presenza di motivi che preludono verismo e al decadentismo.
