Capitolo 16·
Il classicismo illuministico e Giacomo Leopardi
somma maggiore delle particolari felicità». Romagnosi fu un maestro della nuova cultura penale, amministrativa, economica e dei nuovi studiosi da Giuseppe Ferrari a Cattaneo.
insurgimento di popolo non fosse la prima cosa a cui pensare» e non credesse nel liberalismo di Carlo Alberto. Tutta la sua cultura, fondata sulla scienza, la ricerca storica, l’utilità sociale, muove dalle «cose» dell’illuminismo, dal «Caffè», è antiformalistica, tecnico-scientifica. Dal «Caffè» arriva il «Politecnico» (1839-44; 60-63) da lui fondato a Milano per indirizzare al «vero scientifico» e liberare i «
molti» dagli errori e superstizioni «
nell’agricoltura, nell’economia pubblica, nella religione, nella vita di ogni giorno». Su questa base razionalistica Cattaneo credeva nel progresso civile e sociale, dell’economia, dell’agricoltura, dell’industria, guidato dalla borghesia nemica delle tenebre, fervida di intraprese, creatrice di «
una congerie formidabile di forze materiali e morali»; «
La possidenza […] abbandona le odiose castella, e si trattiene nelle città, ove ingentilisce l’animo colle arti, colli studi, col socievole consorzio; e ne riporta utili opinioni fra le campagne, ove i suoi padri vivevano opprimendo e spaventando». Studioso acuto e informatissimo (Della carità legale, 1836) delle condizioni di vita delle classi subalterne in Europa e della loro continua pauperizzazione, lottando osserva la diminuzione delle mercedi per la concorrenza di forze sul mercato del lavoro e la «
diminuzione di valore dei salari dovuta all’aumento della ricchezza generale» (Derla) e spiega «
i più dolorosi disastri e le iniquità più odiose» con la legge del progresso borghese. Nel quadro dell’incivilimento progressivo lo Stato federale — governo di ragione e di scienza, di conciliazione economica, morale e diritto — si pone all’antitesi dello Stato centralizzato e burocratico, assoluto: storicamente Cattaneo fu critico radicale della monarchia piemontese e di quella italiana unitaria borghese. Cattaneo considerò l’opera della borghesia liberale in modo positivo, come promovitrice di progresso per la società intera e la sua modernità lo indusse, durante la Restaurazione, al recupero degli studi scientifici e tecnici, a contrapporsi alle correnti moderate del Risorgimento. Tuttavia le contraddizioni osservate del sistema borghese non sollecitarono in Cattaneo che correzioni, non alternative: questo è limite di una organicità non rivoluzionaria. Gli interessi nazionali per la letteratura portarono Cattaneo a essere favorevole ai primi romantici milanesi (nei cui programmi vide sia una continuazione di motivi illuministici sia la morte di un classicismo inutile) e decisamente avverso al romanticismo successivo. Illuminismo e classicismo furono per Cattaneo i nuclei culturali della sua posizione contro il romanticismo cattolicizzante. Tra gli interessi culturali vari ricordiamo quelli linguistici «
come espressione della nazionalità e come testimonianza delle vicende della storia dei popoli» (Timpanaro).
bastione alpino […] duro come il macigno, senza retorica e senza poesia» lo definisce un altro autentico maestro di letteratura, (Carlo Dionisotti) e nel suo insegnamento mirò, scrisse egli stesso, a «
preparare gli allievi all’insegnamento istorico del latino, del greco e dell’italiano». Nel problema della lingua fu nettamente avverso al fiorentinismo di Manzoni perché per Ascoli lingua è cultura, abitudine al rigore del ragionamento scientifico e la proposta di Manzoni conteneva il pericolo del formalismo ed era stata ormai oltrepassata dal superamento che la lingua aveva fatto dei dialetti. Dissensi scientifici non mancarono tra Ascoli e Cattaneo ma dal 1867 in poi Ascoli si venne avvicinando al milanese (nella commemorazione che Ascoli fece nel 1869 vede Cattaneo come colui che «rinnovando e ravvivando, tra noi, ogni disciplina economica, letteraria, istorica, fisica, speculativa e industriale, in sé raccolse tanta somma di civile efficacia, che, giunta l’ora della riscossa politica, li parve a tutti il natural moderatore del paese risorto»). Ascoli si rivolge, dopo il 1870, agli studi di dialettologia italiana per
l’esigenza di unire ancor più intimamente la disciplina da lui professata alla vita culturale della nazione, di creare una scuola, saldamente organizzata sul modello tedesco, la quale esplorasse in modo sistematico la varia e complessa fisionomia linguistico-etnografica dell’Italia e ne illustrasse la formazione storica
uno dei capolavori in senso assoluto della letteratura italiana: della letteratura dico, — così ancora il Dionisotti — e non prudentemente della critica o pubblicistica o trattatistica o simili malinconie») all’Archivio glottologico; Ascoli è contro il fiorentinismo di Manzoni e si collega alla tradizione classicista-illuminista di Monti-Perticari della Proposta e di Cattaneo: la lingua doveva riflettere la cultura nazionale moderna a tutti i livelli escludendo la «
tersità» del «
popolanesimo» dell’«
ajuola fiorentina». Ormai Firenze indicava angustia, la lingua vi era nata ma l’unità linguistica nazionale doveva derivare da una diffusione culturale policentrica. Per Ascoli, infine, la linguistica era una scienza naturale, vicina all’antropologia e all’etnografia in quanto collegata con la nazione entità collettiva. In tale naturalismo si riconosce l’influenza (antidealistica, antimetafisica) che sul goriziano esercitò Carlo Cattaneo.
- Carlo Cattaneo. Considerato precursore del positivismo, CARLO CATTANEO dimostrò, nella molteplicità degli studi e degli interessi, il vigore sintetico e la concretezza rigorosa della sua mente che lo portò a elaborare una cultura eminentemente pratica, intesa come strumento di civiltà. Discepolo e collaboratore di Romagnosi, insegnò grammatica latina in un ginnasio milanese (fino al 1835) e redasse quasi da solo la rivista «Il Politecnico» (in cui, disse più tardi, «albergava il suo spirito»).
Dopo il fallimento della rivoluzione del 1848, si ritirò in esilio a Castagnola presso Lugano, dove rimase fino al 1860 (dal 1852 fu insegnante di filosofia presso il liceo cantonale di Lugano) e dove ritornò più volte anche in seguito. Osteggiato dai moderati, fu a Napoli per convincere Garibaldi ad accettare la linea federalista e nel 1867 fu eletto alla Camera; negli ultimi anni, però, deluso, povero e malato, venne sempre più estraniandosi dalla vita pubblica e dedicandosi agli studi.
Tra le sue opere, scritte in una prosa concreta e precisa, ricordiamo le Ricerche economiche sulle interdizioni imposte dalla legge civile agli israeliti (1837), le Notizie naturali e civili sulla Lombardia (1844), L’insurrezione di Milano nel 1848 (1849), le Memorie d’economia pubblica (1860). - Graziadio Isaia Ascoli. Dopo la morte prematura del padre che era proprietario di una filanda e di una cartiera, GRAZIADIO ISAIA ASCOLI dovette occuparsi di queste attività manifatturiere e commerciali. Inizialmente favorevole a una politica di liberalizzazione nell’ambito dell’impero asburgico, dopo la reazione del 1849 si orientò verso la soluzione risorgimentale di un’Italia unita e liberale.
Cresciuto nel multilingue ambiente goriziano, si formò, prevalentemente da autodidatta, sui testi di Humboldt, Bopp, Vico, Cattaneo e Tommaseo. Nel 1852 compì un viaggio in varie città italiane per stabilire contatti con studiosi di linguistica e poco più tardi redasse quasi da solo la rivista «Studi orientali e linguistici» (di cui uscirono tre fascicoli).
Dopo la costituzione del Regno d’Italia ottenne la cattedra di grammatica comparata e lingue orientali nell’Accademia scientifico-letteraria di Milano (tenuta fino al 1902) e in questa città fissò la sua dimora. Nel 1889 fu nominato senatore.
↩
