Capitolo 16·
Il classicismo illuministico e Giacomo Leopardi
commerci usati», «
mondano conversar» del «
mondo sciocco»), dagli uomini che si nutrono di «
vote speranze» e «
ciance», che si chiudono nel calcolo dell’utile. Questo Leopardi si misura con il quotidiano pratico e utilitario portando nel confronto i’appassionamento per ciò che è animoso, essenziale, vero, nonché il disprezzo per la viltà e la mediocrità:
- Sempre i codardi, e l’alme
- ingenerose, abbiette
- ebbi in dispregio.
- A scherzo
- ho gli umani giudizi; e il vario volgo
- a’ bei pensieri infesto,
- e degno tuo disprezzator,
- calpesto;
- le sensazioni:
- maggior mi sento;
- gioia celeste che da te mi viene!;
- cresce quel gran diletto,
- cresce quel gran delirio, ond’io respiro;
e il vigore morale che provengono dall’amore.
il piacer maggiore» (l’amore) che nasce dalla tensione dell’essere nel suo compimento è annullato dalla morte per il rapporto dei moti della materia universale (nascita e morti perenni che sono le forme dello svolgimento della vita). Amore e morte sono due aspetti della vita cosmica e Leopardi esalta il sentimento di amore che, scatenandosi conte fulmine e facendo presentire un mondo tempestoso, induce il desiderio della morte. La morte che annulla il dolore della tensione è conforto di chi conosce il proprio vero bene e il poeta compiange sia la «
codarda gente» che ne ha paura sia i saggi e i superficiali che non comprendono il sentimento tragico che lega amore e morte. Anche questo canto che illumina i modi di essere e di sentire dell’uomo è una ripresa dei temi eroici della prima giovinezza, il mondo delle sensazioni e il motivo del piacere vi sono presenti quasi didascalicamente (come Il pensiero dominante è un esame poetico della potenza morale che possono acquistare le sensazioni degli uomini) ma potenziati nel grande valore che è assegnato all’uomo. Da compiangere è l’uomo né bisogna creargli illusioni di fronte alla morte («
vana speranza», «
conforto stolto») ma in questa sorte ingiusta all’uomo restano il coraggio virile e la protesta e Leopardi insegna che dalla conoscenza (che ha «
ogni saggio core») del legame e dell’essenza (base materiale) di amore-morte si può giungere a guardare il fato (di cui la morte è strumento) da accusatori, senza accettarne la decisione, contrastandola, affermando se stessi con la negazione di ciò che ingiustamente sovrasta (questo atteggiamento è ribadito nello stesso anno nel Dialogo di Tristano e di un amico: «
io non mi sottometto alla mia infelicità, né piego il capo al destino, o vengo seco a patti, come fanno gli altri uomini»). La protesta presenta un Leopardi quasi proteso verso l’azione (a cui poco è disposta «
l’umana prole» sapiente «
in pensiero invan»), che lotta contro i comportamenti, che chiama a raccolta i «
fervidi, felici», «
animosi ingegni» che credono nel sentimento, che sovrasta tutti nell’indicare le vie della consapevolezza. L’energia dell’uomo persuaso è anche in A se stesso (1833) che rigetta i disvalori della vita e, soprattutto, la natura, potere nascosto che «
a comun danno impera».
che per uccider partorisci e nutri») sono sottolineate la crudeltà e l’indifferenza:
- ai mali unico schermo
- la morte; e questa inevitabil segno,
- questa, immutata legge
- ponesti all’uman corso;
- […]
- Ma da natura
- altro negli atti suoi
- che nostro male o nostro ben si cura,
dato che la vita della natura è il mutare (vita-morte-vita) delle forme create dalla natura stessa.
- Come, ahi come, o natura, il cor ti soffre
- di strappar dalle braccia
- all’amico l’amico […]
- e l’uno estinto,
- l’altro in vita serbar?
- … or fango
- ed ossa sei […]
- Così riduce il fato
- qual sembianza tra noi parve più viva
- immagine del ciel
- Oggi […]
- beltà grandeggia […]
- Diman, per lieve forza,
- sozzo a vedere, abominoso, abbietto
- divieti quel che fu dianzi
- quasi angelico aspetto
— e sull’interrogativo tragico: se l’uomo è anche forma spirituale perché i più alti pensieri diventano nulla per il mutare della materia? Nel largo ventaglio di toni per mezzo dei quali Leopardi si confronta con gli altri non manca il tono satirico della Palinodia al marchese Gino Capponi (1835) in cui il poeta finge di accettare («Errai, candido Gino
») le critiche degli spiritualisti ottimisti al suo pensiero pessimistico.
tappeti e coltri, seggiole, canapè, sgabelli e mense, — letti, ed ogni altro arnese, adorneranno…»), nuove scienze inutili (la statistica). Mai poiché dolore e infelicità dei viventi sono ineliminabili Leopardi scopre le auto-illusioni degli pseudo progressisti i quali tentano di sfuggire alla realtà che è una sola: fragilità dell’uomo «
a perir fatto | irreparabilmente» per opera di «
una forza | osti!, distruggitrice»;
la natura che
- distruggendo e fermando si trastulla;
- e l’affatica e stanca,
- essa indefatigata; insin ch’ei giace
- alfin dall’empia madre oppresso e spento.
legge universal» non può essere emendato dalle illusioni della «
nonadecima età» e il poeta sorride del consiglio datogli da un maestro di poesia e correttore di tutte le menti e amico di Gino (il Tommaseo), di seguire le scienze economiche e di affidarsi alle nuove speranze:
- Sonava il nome
- della speranza al mio profano orecchio
- quasi comica voce.
- … alla notte
- che l’altre etadi oscura,
- segno poser gli nei la sepoltura.
secol superbo e sciocco» che ha abbandonato il pensiero rinascimentale — illuministico e che si vanta di avere sostituito la ragione con le tenebre medievali:
- volti addietro i passi,
- del ritornar ti vanti,
- e procedere il chiami;
- sol per cui risorgemmo
- della barbarie in parte, e per cui solo
- si cresce in civiltà;
- il tergo
- vigliaccamente rivolgesti al lume
- che il fè palese
d’eternità».
… de’ mortali | madre è di parto e di voler matrigna»
e invita tutti a riunirsi «
contro l’empia natura» distruggitrice di ogni opera umana:
- Non ha natura al seme
- dell’uomo più stima o cura
- che alla formica.
frali stirpi» umane possano essere immortali ma la luce della ragione può sanare le menti inferme, riunire gli uomini in una solidarietà democratica che ponga termine alle guerre, crei «
verace saper» unito a «
giustizia e pietade e il coraggio di opporsi alla insuperabile nemica.
qualche cosa di assolutamente orribile» nel fisico che, però, scompariva quando, conoscendolo, si potevano apprezzare «
la finezza dell’educazione classica» e la «
cordialità del suo fare») ma costituiscono, invece, gli attributi che Leopardi assegnava oggettivamente alla condizione degli uomini e sono ribaditi nei Paraliponemi alla Batracomiomachia intorno ai quali egli lavorava in quell’anno. Nei Paralipomeni (poemetto in otto canti in ottave in cui descrive i moti del ’21 e deride i legittimisti, gli austriaci che li proteggono, i falsi eroi patrioti) il punto di arrivo ideologico di Leopardi è ribadito con la lucida rivalutazione del materialismo del Settecento, con l’avversione a ogni assolutismo, con la polemica contro i moderati cattolici i quali arretrano di fronte «
alle conseguenze pessimistiche dell’analisi del rapporto uomo-natura intrapresa dal materialismo settecentesco» (Timpanaro):
- l’età nostra arretrossi appena avvista
- di ciò che più le spiace e che più monta,
- esser quella in sostanza amara e trista
(arretrò appena si avvide che l’illuminismo forniva una verità amara e pessimistica, il materialismo, ma non forniva la felicità).
