Capitolo 6·
Il Rinascimento
brodetto di capponi tutto l’anno», la terra produce «
i tartufoli, grandi come la campagna di Verona», i lastricati sono composti a mosaico di lasagne e maccheroni, i portelli sono «
grossissimi salami» e in cui meno si lavora e più si guadagna, rappresenta la proiezione dei desideri dei contadini ma anche l’antitesi dello stato di indigenza e sottonutrizione, del loro modo di mangiare che è ormai ben conosciuto come sono conosciuti i banchetti bi-triduani dei principi e dei signori:
- Non c’è duca, né signore, né conte,
- ognuno ci vive con la sua libertade […]
- quello che più ci dorme ci guadagna […]
- Là non ci parlar mai di lavorare
- che subito ti mettono in prigione […]
- viva i poltroni, per mare e per terra! […]
- Deh poveretti non stemo più a stentar!
- Vegnì in Cuccagna se volè trionfar.
altro» Rinascimento non può essere escluso dalla valutazione se si vuole un quadro e una sintesi veritieri di quell’età.
uomini bassi», dell’aspirazione a un rinnovamento della coscienza religiosa, della demistificazione della cultura idealistica e di classe, ci furono artisti i quali contestarono il sistema sociale e culturale o vivendo nel sistema ne ruppero o allentarono le maglie, ne degradarono la falsa sublimità, operarono con coscienza realistica contro le finzioni dell’armonia platonica, cortigiana, pastorale.
per sciochezza de la gente, et per astutia […] quest’arte in pregio venne»), dei preti trafficanti («
Jove che manda continuamente messi che fanno intendere che chi vole ire al suo regno, bisogna pagare; […] niente réfuta, né argento né oro, né case, né possessione»), degli ipocriti («
sotto un volto quieto, parole dolci e capo torto»), dello scarso senno dei ricchi («
dove è gran bene di fortuna, è poco ingegno»), dei Signori («
l’uno alta a far cader l’altro»), dei frati («
quand’altri magiormente per l’altrui morte piangono, loro magiormente, cantando, godeno»), dei medici («
mentre lo amalato vive, disputano del nome, et da poi che egli è morto, per la medicina»), della provvidenza divina («
Se Jove vale che in lui si creda, come in quello che a tutto il mondo provede, doverla, al mio parere, meglio disponere le cose mondane»), dei religiosi mistificatori («
Gran cosa è, che nel mondo inganni non si facciano, che il velo de la religione non gli copra!»).
gente belligera» perché «
in vita sono maculati de l’altrui sangue») sono esaltate come massime virtù umane «
la iustitia e la pietà» di cui gli esseri della natura («
in ciò che si vede è scritto dottrina singulare, de la quale chi ne è studioso, non ha bisogno d’altro mastro»), i veri «
maestri» dai quali «
habbia da imparare un homo», danno esempio.
Non guardare chi cum più belle parole dica il vero, ma chi, seguendo la sua opinione et il suo stile, migliore operatione produce». I sonetti del Pistoia correvano di bocca in bocca, anonimi o col nome dell’autore, perché il Pistoia estraeva dalla vita popolare i contenuti più vitali ed esprimeva le aspirazioni collettive, sicché ad un certo punto egli è la voce vera della maggior parte dei sudditi estensi e il poeta incarna i valori progressivi del tempo suo.
(«La virtù è stracciata e vilipesa» dice dei servi mal ricompensati; e «Agli ignoranti si dona l’impresa | del gubernare; e così la justizia | dà in man le bilance a chi mal pesa » dei favoriti di corte), assai vicina a quella delle Satire dell’Ariosto. C’è inoltre nel Pistoia un’energia umana e un fondo acre che lo spinge a descrivere la natura e le azioni dell’uomo e, se sono suoi, i sonetti contro Niccolò Ariasti costituiscono una prova di fermezza morale che ben si attaglia al ritrovato individualismo rinascimentale e alla interiore ricerca di giustizia e di verità. La vita travagliata che il poeta condusse ci è documentata da alcune lettere in cui scrive ai signori esponendo le sue necessità.
uno mozo di tormento e otto misure di vino a ciò che chon li mei figlioli io sobstentar mi possi: perché sono qua senza guadagno, senza roba e forestiero». Nei sonetti il Pistoia rappresenta la vita della società italiana, il costume privato e pubblico, le vicende politiche durante l’invasione francese cogliendo in modo comico-mordace, satirico, caricaturale le contraddizioni della realtà.
cum la barba nera», «
peloso») e vino denso che sembra filatura, alla vita dei signori la propria estrema povertà («
scaldomi senza foco, | vivo di stento e d’aspettar guadagno», «
coi piè coperti da le scarpe rotte», col «
saio rotto dove il non è unto», la beretta sfondata che mantiene «
la chioma for del tetto» e i pantaloni che fanno vedere «
i ginocchi al balcon»), alla teologia la propria religiosità assai vicina a quella del Pulci, ai palazzi sontuosi la propria casa cadente piena di ragni, topi, formiche, funghi, salmastro («
par dal lupo una capra sbudelata, | un postribul di gatte o di carogna»), mantenuta in piedi dalle gambe dei cani «
ché mille volte l’hora a pisciar vengono, | e, pontandovi un piè, me la sostengono».
la borsa me impei di sangue humano», «
fui crudo, cupido e bestiale»), tesorieri ladri del pubblico danaro, simoniaci («
Non più clero; | da Roma vien la simonia e l’inchiostro»), sui soldati poltroni, sul mal francese che lo tormenta («
Il Petrarca cantò dolce d’amore, | et io canto d’amore amaramente!», «Madonna, alla franciosa son vestito», «
di novo eletto fra’ baron di Francia»), sui diversi mestieri che deve fare alla corte di Niccolò da Correggio (credenziere, portinaio, famiglio, sguattero, «
e notte e dì corrieri, | tornato, il piscio poi votar m’è fatto».
- (Enorme caso e rio,
- che la sedia apostolica si vende
- a quel che ha più denari e chi più spende!),
l’avvicinarsi della fine dell’Italia per la discesa di Carlo III («Italia, piangi, misera dolente
»), il Moro e Alessandro VI che hanno abbandonato l’Italia in mano di Luigi XII, i signori d’Italia («suoi fieri leon paion cagnoli
») etc. In essi il Pistoia esprime la coscienza civile e umana più aperta del tempo e offre una grande rappresentazione sociale animata da motivi moderni: «Non pensar già che facci deferentia
».
da me ad un che porti perle et ostro
bischizi», satire in rima, che furono affissi sulle porte del palazzo ducale, di chiese, agli incroci di strade contro gli eccessi di funzionari ducali e soprattutto contro Niccolò Ariosto, padre di Ludovico, a causa delle sue ruberie e del suo malcostume. Questi è chiamato
- lupo rapace, pubblico ladrone,
- insaziabile mostro, iniquo e strano,
- nemico di giustizia e di ragione!
- A chi offerisce più ti mostri umano,
«magnaferro», «arrabbiato lupo
». Di tali «bischizi
» rimangono ventitré sonetti animati da un violento e arguto sentimento popolare fiducioso nel trionfo della giustizia e della «ragione»
- (ti vai facendo grasso a poco a poco […]
- Tu mangi il legno, il marmore, il sabbione,
- il ferro […]
- A spese del Comun la possessione
- comprasti, e questa non è cosa oscura)
- Popol, non dormir più, levati su,
- prendi ormai l’arme contro questo can;
- […]
- E voi, plebei, suonate i tamburloni,
- sgridando per le strade: Al sporco, al lordo!;
- […]
- Sclamate oramai: mora il gran ladron,
- mora mora il ladron che ne disfà.
bruto ribaldone, inimico del ben vivere et bone persone», ladro e assetato di sangue) rappresentano una dura protesta contro gli strumenti del dominio estense. I versi anonimi contro lo Zampante sono un feroce canto di gioia e di esultanza popolare:
- Faciam festa in ogni lato,
- ch’el Zampante è sbudellato.
- Si pensò già il gran ladrone
- ingrassarse a nostre spese;
- ma non pate la ragione
- a la fin cotante offese […]
- Rare volte un vitio dura
- lungo tempo in alto stato […]
- Hor che gli ha troncà la zampa,
- dì ch’el rubi mo, s’el sa? […].
d’un certo suo parente cardinale — che non gli fece mai né ben né male» (il Bibbiena), visse alla corte di Roma, a Verona e a Firenze. Pare che sia stato ucciso per essersi rifiutato di avvelenare il cardinale Salviati. «
Sempre il tenne fortuna in forza altrui» ma egli seppe mantenere la propria indipendenza ed esprimere nelle Rime e nei Capitoli la protesta morale contro gli intrighi curiali, ricollegandosi alla cultura realistica toscana del Pulci, del Burchiello, del Pistoia e dando origine a un genere che da lui si chiamò bernesco.
divini | servi di Amor». Il suo antipetrarchismo capovolge i canoni del decoro e della convenienza in funzione di polemica morale contro gli ecclesiastici corrotti
- (Credete voi però, Sardanapali,
- potervi fare or femmine or mariti,
- e la chiesa or spelonca ed or taverna?),
- (Ogni stanza è cantina,
- camera, sala, tinello e spedale […]
- ahi preti scelerati e traditori!),
- (copron la terra d’erbitte e di fiori,
- fanno ridere il cielo e gli elementi,
- voglion ch’ognun s’impegni e s’innamori )
«
pallide viole, | e liquidi cristalli e fere snelle».
poetini», degli elegiaci che «
tanto macilenti e mesti | son nel sembiante». Feroce fu nella polemica contro Girolamo Ruscelli:
- Trovategli la culla,
- la pappa, il bombo, la ciccia e il confetto;
- fasciatel ben, e mettetelo a letto!
- Chi lése qua, considera ben tutto
- a che muodo se muor miseramente,
- co’ è stào costrì che è in st’arca presente,
- Allegretto Gandin, tragando un rutto
e in Maffio Venier (1550-1586), patrizio ingegnoso e dissipato che ottenne il vescovado di Corfù e fu detto, perciò, «esempio di castimonia e di qualità virtuose
» che oltrepassò nei suoi versi il momento giocoso e toccò il realismo. I suoi versi furono confusi con l’anonima produzione pornografica. Nella Strazzosa cantò l’amore nel sottoscala con una ragazza bellissima e coperta di stracci (che sarà tema secentesco):
- in brazzo al mio ben
- passo le notte de dolcezza piene;
- se ben la pioza e ‘l vento
- ne vien tal volta dentro
- a raffrescar l’amor su per le rene.
flagello dei principi» dichiarò di scrivere sotto «
lo stimolo del disagio» e questo non può essere titolo di demerito; spiega anzi la scrittura d’istinto, il realismo, l’esuberanza e la potenza fantastica che tutti gli riconoscono, unite al desiderio di appurare tutti gli aspetti della vita.
- Quantae stant coelo stellae, foiamina sylvis,
- tantae sunt normae fratrum, tantique capuzzi.
- Si per iter vado terrarum, cerno capuzzos,
- si per iter pelagi, non mancum cerno capuzzos.
- Guardo per armatos campos, ibi cerno capuzzos;
così grande è la «fratorum cumulatio
» che sulla terra non ci saranno più soldati:
- non qui martellet ferrum, qui terra covertet,
- non qui per terras cridet: Oh spazza caminum,
- non qui scarparum tiret cum dente coramum […]
- non qui sit sguatarus, sitque ostus, sitque fachinus.
perversa, ingrata e invida natura de la Corte», contro le finzioni, la sudditanza dell’intellettuale cortigiano la cui vita si svolge in modo ben diverso da quello descritto dal Castiglione.
naturale» che è elemento base del suo realismo e della sua antiletterarietà («
Tenetevi al naturale e non cercate mai di contraffare. Non dico solamente della lingua e del modo di parlare, ma anche del resto»):
se uno di voi uomini, nutriti di intingoletti, fosse venuto alle mani con una delle nostre femmine, essa con la sua potenza vi avrebbe messo di sotto e vi avrebbe fatto rimaner mosci come piante di zucca, quando ci è andata su la brina. Perché esse sono nutrite di cose naturali […]. Parliamo ora di questi ragazzi e giovinotti, che si fanno tagliare le brache sulle natiche O canchero! […]. E perciò voi, brigata, cacciatevi uno dietro all’altro a mantenere diritto il naturale. [traduzione da un prologo della Moscheta del 1528]
diverso», non cortigiano, non cosmopolita, non teso verso la letteratura come livello sublime di stile, ma collegato con la cultura borghese-popolana toscana, col mondo contadino (in Folengo e Ruzzante), con gli interessi comici e romanzeschi di un largo pubblico, è vivo per il rapporto tra vita e cultura che rappresenta, per le sue eresie e aperture. Nella decadenza politica dell’Italia mantiene il vigore della tradizione popolare e getta i ponti verso una cultura scientifica, verso la scienza della natura che cercherà di ricomporre l’unità tradita dalle forze sociali e politiche signorili e dai letterati staccati dal popolo. Non tutti gli scrittori indicati parteciparono con eguale consapevolezza ed impegno alla resistenza contro il crollo politico e culturale perché taluni di essi non poterono compiere le esperienze di vita necessarie e altri subirono il peso di condizionamenti politici e religiosi ma mediante la loro opposizione altri che seguiranno potranno sentirsi liberi anche se «
in soggezione» o «
in ceppi».
- Antonio Cammelli. Scarse e non sempre sicure sono le notizie sulla vita di ANTONIO CAMMELLI detto il Pistoia: lasciata la Toscana poco prima del 1480, peregrinò di corte in corte alla ricerca di una sistemazione (fu a Correggio, a Ferrara, a Mantova, forse a Roma e Milano), ma rimase sempre in condizioni precarie. Per due volte, nel 1485 e nel ’99, ottenne dal duca d’Este il capitanato di una porta di Reggio, ma per motivi non chiari gli incarichi gli furono subito revocati.
La maggior parte dei suoi componimenti è stata portata alla luce solo fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, grazie soprattutto alle ricerche di Rodolfo Renier ed Erasmo Pércopo. - Francesco Berni. Dopo un soggiorno fiorentino in cui si dedicò allo studio dei classici latini e dei trecentisti, FRANCESCO BERNI si trasferì nel 1517 a Roma, dove sperava di trovare sistemazione come segretario o cortigiano.
L’elezione a pontefice dell’austero Adriano VI, contro cui aveva lanciato violente invettive, lo costrinse a lasciare la città, dove poté rientrare solo dopo essersi assicurata la protezione di Giovan Matteo Giberti, vescovo di Verona. Viaggiò in varie città e si trattenne per qualche tempo a Verona, ma nel 1532, insofferente dei severi costumi imposti dal Giberti, lo lasciò per passare prima al servizio del cardinale Ippolito dei Medici, poi nella corte di Alessandro signore di Firenze. Travolto dagli odi e dalle lotte intestine fra i Medici, morì avvelenato nel 1535.
Considerato iniziatore di un nuovo genere letterario — detto «bernesco» —, che ebbe larga fortuna ma di solito si risolse in vuota esercitazione convenzionale, Berni scrisse in uno stile di forte evidenza descrittiva e con intonazione ora burlesca ora polemica: ricordiamo capitoli in terzine, sonetti, due farse rusticane (la Catrina e il Mogliazzo), il Rifacimento in lingua toscana dell’Orlando Innamorato.
↩ - Anton Francesco Grazzini. Temperamento estroso e risentito, speziale e letterato, ANTON FRANCESCO GRAZZINI fu nel 1540 fra i fondatori dell’Accademia degli Umidi e cercò di opporsi alla trasformazione di essa in Accademia fiorentina, voluta dal granduca Cosimo.
Insofferente alla nuova disciplina, fu espulso dal sodalizio nel 1547 e poté rientrarvi solo venti anni dopo, per interessamento di Leonardo Salviati. Legato all’ambiente culturale fiorentino e ammiratore di Boccaccio, il Lasca — che fu anche fra i fondatori dell’Accademia della Crusca — scrisse con gusto realistico e vivacità di estro.
Tra le opere ricordiamo, oltre alle rime, una raccolta di novelle (le Cene) e sette commedie, in cui la prolissità e l’intreccio spesso faticoso sono ravvivati dalla felicità rappresentativa di tipi e ambienti e dalla freschezza del linguaggio.
↩ - Pietro Aretino. Nato da umile famiglia, PIETRO ARETINO seppe, con la vivacità dell’ingegno e la spregiudicatezza del comportamento, affermarsi come uno degli scrittori più in vista e temuti del tempo. Le pasquinate composte durante il soggiorno romano lo resero famoso, ma gli procurarono anche inimicizie e violenze fisiche, costringendolo infine a lasciare la città.
Amico di Giovanni dalle Bande Nere, dopo la morte di questi visse a Venezia, sotto la protezione della Repubblica, in una splendida casa sul Canal grande. Temuto e conteso dai grandi dell’epoca (papi, re, imperatori) che talora adulava e spesso ricattava, vezzeggiato da donne e letterati, fu libellista di professione e si servì della penna come di un’arma e strumento di guadagno. È indubbio, però, che il giudizio morale sull’uomo avido e cinico ha spesso turbato il giudizio estetico sullo scrittore non privo di ingegno e di fresca originalità realistica.
La sua produzione — che interessa anche la storia del costume — è vastissima e comprende le Lettere, i Ragionamenti (antidealistico trattato sull’educazione della perfetta prostituta, costruito come una serie di novelle che rivelano esperienza dei costumi contemporanei e capacità di tradurre la vita in spettacoli), cinque commedie (che, pur nell’insufficienza dell’approfondimento psicologico e dell’architettura narrativa, sono tra le più briose e interessanti dell’epoca), una tragedia (Orazia), dialoghi, versi e scritti di argomento sacro (dai quali l’Aretino sperò addirittura la porpora cardinalizia).
↩ - Giambattista Gelli. Calzaiuolo e autodidatta, GIAMBATTISTA GELLI si interessò di filosofia e letteratura, inserendosi con vivacità nel quadro della cultura fiorentina del Cinquecento; lettore di Dante e Petrarca, frequentò le riunioni degli Orti Oricellari e fu membro dell’Accademia fiorentina.
Il suo abito di moralista si ritrova nei Ragionamenti di Giusto bottaio (in cui si immagina che un vecchio artigiano abbia colloqui con la sua anima e giunga alla conclusione che per ottenere la felicità occorre sottomettere i sensi alla ragione) e nella Circe (dialogo tra Circe, Ulisse e i compagni trasformati in bestie i quali rifiutano tutti, tranne un filosofo, di tornare allo stato umano, adombrando così la condizione bestiale della maggior parte degli uomini e il rifiuto a servirsi della ragione).
Abbiamo, inoltre, due commedie (la Sporta e l’Errore, che risentono del teatro plautino, ma hanno i loro momenti migliori nella rappresentazione di figure colte dal vero) e il Ragionamento sopra la lingua (in cui si sostiene, in posizione antibembesca, l’uso della lingua viva, libera dagli schemi della tradizione letteraria).
↩ - Antonfrancesco Doni. Di temperamento inquieto e bizzarro, ANTONFRANCESCO DONI ebbe una vita errabonda e scapigliata: nel 1540, abbandonati il convento e la città natale, iniziò lunghe peregrinazioni in varie città alla ricerca di una stabile sistemazione, e solo negli ultimi anni si ritirò a Monselice.
Personalità dagli interessi multiformi, socio di varie Accademie (a Piacenza, Firenze, Venezia), polemista feroce (il Terremoto è un violento attacco contro l’Aretino), musico e editore (fondò tipografie a Firenze, Venezia e Ancona), Doni fu un fecondissimo poligrafo che espresse il suo anticonformismo e l’irrequietezza del suo carattere in uno stile vivace e nei più svariati generi letterari.
Tra le opere (contraddistinte da una sostanziale mancanza di organicità che deriva non solo dalla fretta con cui scriveva ma anche dal mancato approfondimento delle idee) ricordiamo la Zucca (raccolta di novelle, aneddoti, motti di spirito), i Marmi (in cui immagina di essere trasformato in uccello e ascoltare i discorsi di quanti sostano sulle scalinate di marmo del duomo di Firenze) e i Mondi (in cui sono fissate le linee di una città ideale retta con sistema comunistico).
↩ - Teofilo Folengo. Per quanto sfrondata di particolari fantasiosi e arricchita di elementi sicuri, la biografia di TEOFILO FOLENGO presenta ancora lati oscuri: entrato giovanissimo nell’ordine benedettino, ne uscì per motivi non chiari nel 1524, mettendosi al servizio degli Orsini e viaggiando in varie città.
Nel 1534, dopo un quadriennio di penitenza trascorso in un romitorio presso Sorrento, fu riammesso nell’ordine e negli ultimi anni visse in monasteri della Sicilia e del Veneto. Personalità complessa e tormentata, non aliena da contraddizioni, Folengo è stato sottoposto a interpretazioni divergenti che lo hanno presentato come incarnazione dello spirito beffardo e spregiudicato del Rinascimento o, al contrario, come antesignano della controriforma.
Autore di opere in latino (Janus, Varium poema) e in volgare (scritti agiografici, l’Orlandino, il Chaos di Triperuno — storia allegorica a sfondo autobiografico, mista anche di latino e maccheronico), Folengo deve la sua fama alle opere scritte in quel maccheronico che è in lui creazione nuova, pienamente congeniale al suo mondo poetico.
↩ - Ruzzante. Scarse sono le notizie sulla vita di Angelo Beolco, detto il RUZZANTE, che non fu certamente quel genialoide sregolato e ignorante di cui favoleggiarono i biografi romantici. Figlio naturale di un medico e amministratore dei beni dei fratelli, ebbe incarichi amministrativi dal suo protettore Alvise Cornaro e visse a lungo nelle campagne di Padova a contatto con il mondo contadino.
Con i suoi amici fondò una delle prime compagnie stabili in cui gli attori si specializzavano nella rappresentazione di tipi fissi, e questo ha indotto qualcuno a considerare Ruzzante precursore della Commedia dell’arte (ma a differenziarli bastano la semplicità degli intrecci, la diversità dei caratteri e la concretezza realistica del teatro ruzzantiano).
La produzione letteraria del Beolco è solitamente distinta in due fasi: quella rusticana che comprende le commedie in dialetto pavano e risente dell’influenza dei popolareschi «mariazi» (contrasti fra innamorati e fra marito e moglie) e, a partire dal 1530, la fase classicheggiante in cui si collocano commedie di stampo letterario e di frequente derivazione plautina quali la Vaccària, la Piovana e l’Anconitana. - Matteo Bandello. Dopo aver studiato a Milano e a Pavia, MATTEO BANDELLO entrò nell’ordine domenicano e viaggiò a lungo insieme con lo zio Vincenzo, priore del convento di S. Maria delle Grazie; dopo la morte di questi, fu in relazione con i Bentivoglio, gli Sforza, i Gonzaga e i Fregoso; uscito dall’ordine, dopo altre peregrinazioni si trasferì in Francia dove godé della protezione di Francesco I.
Autore di un canzoniere e altre opere minori, Bandello — che nelle sue Novelle rinunciò alla cornice di tipo boccaccesco — è stato a lungo considerato un fedele cronista della vita del Rinascimento, attento più all’aspetto documentario che a quello artistico.
Oggi, però, si è dimostrato che dietro i suoi racconti vi è una ricchissima tradizione novellistica e che il suo realismo non consiste nella semplice verità cronachistica.
↩ - Benvenuto Cellini. Dimenticato in tempi di accademismo e manierismo linguistico e apprezzato per l’esuberanza del temperamento e la libertà espressiva dai critici romantici, BENVENUTO CELLINI fu orafo, cesellatore, scultore, avventuriero e scrittore.
Di carattere litigioso e insofferente, nel 1523 fu costretto, in seguito a una rissa, a lasciare la natia Firenze e a trasferirsi a Roma, dove rimase fino al 1540. Partecipò alla difesa della città in occasione del sacco del 1527 e fu implicato in risse, omicidi e in un’accusa di furto per cui fu rinchiuso in Castel S. Angelo. Dopo la liberazione, si recò alla corte di Francesco I di Francia che lo accolse generosamente e gli commissionò numerosi lavori.
Tornato a Firenze, fu dapprima protetto dal duca Cosimo, ma poi fu messo da parte e trascorse gli ultimi anni nell’amarezza e nella composizione di opere letterarie. La Vita — che trova forza drammatica nella viva partecipazione alle vicende e nel motivo rinascimentale del contrasto fra fortuna e virtù — è tutta pervasa dall’esaltazione sincera e convinta che l’autore fa della sua personalità e della sua eccellenza d’artista.
Fra le opere minori abbiamo le Rime, il Trattato dell’oreficeria e il Trattato della scultura.
↩
