Capitolo 3·
Dante Alighieri
paciaro» a Firenze il fratello del re di Francia, Carlo di Valois il quale il 1° novembre 1301 entrava in città consentendo ai Neri di impadronirsi della città. Dante, che per difendere l’autonomia del comune era stato contrario alla domanda di un aiuto d’armati a Bonifacio VIII e di un aiuto di danari a Carlo II d’Angiò, il 27 gennaio 1302 fu condannato in contumacia dal podestà Cante dei Gabrielli da Gubbio a pagare cinquemila fiorini, ad essere esiliato fuori di Toscana per due anni, alla esclusione dai pubblici uffici, come reo, «
pubblica fama referente», di frode e baratteria.
ad essere morto di fuoco» se fosse venuto in potere del Comune. Dante si venne a trovare esule dalla città e unito ai guelfi di parte bianca che cercavano di rientrare in Firenze. L’8 giugno 1302 nella Chiesa di S. Godenzo nel Mugello fu tra i fuorusciti che, sostenuti dagli Ubaldini ghibellini, firmarono un patto di guerra contro i Neri di Firenze. Fallito questo tentativo, un altro guidato da Scarpetta Ordelaffi di Forlì (1303) , un’altra congiura a Lastra vicino Firenze (1304), Dante si stacca dai compagni e inizia la vita dell’esilio solitario cercando di ottenere uffici, segretariati, missioni presso i signori delle corti. Lo troviamo a Verona presso Bartolomeo della Scala, nel 1306 in Lunigiana presso i Malaspina, nel Casentino, a Lucca.
di quei che un muro ed una fossa serra»), gli interessi corporativi durante il formarsi della borghesia cittadina, i settarismi di partito e la caduta di ideali e di costumi del tempo passato; in secondo luogo la concezione del potere politico della Chiesa del tempo suo come intervento illecito nelle questioni terrene, parziale e contrario all’unità (perciò i pontefici che aiutano i Neri intervengono faziosamente nelle questioni di Firenze, perciò Dante si schiera con i Bianchi fino a che costoro sono meno faziosi: se ne distacca durante l’esilio quando essi diventano, nell’attuazione dei propositi di rientrare a Firenze, una «
compagnia malvagia e scempia»).
in veste di pastor lupi rapaci», cupidi «
in avanzar gli orsatti»).
(Lume non è, se non vien dal sereno- che non si turba mai; anzi è tenèbra
- od ombra de la carne o suo veleno)
- Par. XIX; 64-66;
il cittadino riflette non poche esigenze della borghesia, del popolo minuto e di quello grasso uniti nel Comune contro i magnati, i feudatari e contro il potere temporale della Chiesa e le sue ingerenze nelle questioni fiorentine.
borsa», di «
amore e cortesia» delle dinastie feudali è ancora vicino e Dante ideologo della città comunale per il superamento dell’anarchia feudale, della guerra delle classi, degli illeciti interventi ecclesiastici, ha radici in un passato le cui sovrastrutture erano presenti: Dante non precorre, quindi, l’Umanesimo per nessun aspetto, né per espressioni di sentimenti popolari diversi da quelli del suo tempo, ma rispecchia la situazione storico-sociale di Firenze comunale fra Due e Trecento e i propri legami con una borghesia non ancora capitalisticamente egemone (come sarà alla fine del Trecento) che si esprime, piuttosto, in forme cortesi e feudali, una borghesia cittadina diversa nel tono morale e culturale da quella limitatamente mercantilistica.
- Dante Alighieri. La formazione culturale degli anni giovanili, l’esperienza amorosa con Beatrice, la fervida partecipazione alla vita politica del Comune fiorentino e l’esperienza dell’esilio con il conseguente allargamento degli interessi umani e culturali costituiscono le tappe fondamentali della vita di DANTE ALIGHIERI.
Apprezzato dai contemporanei soprattutto per la vastità della sua dottrina teologica e scientifica (su questo aspetto e sulla difficoltà interpretativa dei versi insistono i commenti trecenteschi alla Commedia), svalutato nel Quattrocento per la pregiudiziale linguistica (l’uso del volgare invece del latino) e per l’impossibilità degli umanisti di riconoscersi nell’ideale di uomo e di poeta incarnato dal fiorentino, Dante non fu inserito nel programma di restaurazione letteraria del volgare intrapreso dal Bembo.
Né, d’altra parte, le edizioni a stampa delle opere, l’interesse del Trissino per il De vulgari eloquentia e l’ammirazione di certi settori dell’ambiente culturale fiorentino valsero ad attenuare le riserve cinquecentesche che si ritrovano, esasperate, nel Seicento (quando si propose addirittura di relegare Dante nell’«hospitale degli incurabili»).
Il razionalismo arcadico e illuministico insistette sull’accusa di «oscurità» e «durezza» fino a pervenire alla severa stroncatura del Bettinelli, mentre già agli inizi del Settecento Vico gettava le basi di una nuova interpretazione della personalità e della poesia di Dante che si affermerà in atmosfera romantica.
Nell’Ottocento abbiamo, tra l’altro, l’interpretazione ghibellino-progressista di Foscolo, l’ammirazione per la figura di Dante esule e patriota, le pagine del De Sanctis (sulla negatività dell’allegoria e del «mondo intenzionale», sulla grandiosità poetica dei personaggi drammatici e plasticamente delineati dall’Inferno, sulle diversità tonali delle tre cantiche etc.).
Agli interessi filologici ed eruditi della critica positivistica seguì la reazione dell’estetica idealistica di Croce che nel 1921 si volse all’analisi della «poesia» di Dante distinta dalla «struttura» e propose una lettura frammentaria della Commedia.
L’esigenza di riassorbire i valori culturali e strutturali nella poesia (Getto parla di «poesia della teologia»), la rivalutazione del Paradiso e il rifiuto del mito romantico di Dante poeta di età eroiche e primitive, gli studi filologici miranti ad assicurare un testo criticamente sicuro delle opere dantesche, l’interpretazione figurale di Auerbach e l’analisi dei rapporti tra Dante e la cultura del suo tempo costituiscono alcuni dei momenti e degli aspetti più significativi degli studi danteschi di questi ultimi decenni.
