Capitolo

5

L'età dell'umanesimo

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5 - § 4

La corte estense e il Boiardo


Radici duecentesche aveva a Ferrara la signoria degli Este la quale nel Quattrocento domina il territorio appoggiandosi alle famiglie aristocratiche. Esiste anche una nuova borghesia rurale e mercantile che concorre alle cariche dell'amministrazione, entra nella corte e nell'università, dalle campagne porta un fresco sentimento di conquista e di costruzione. Essa vuole rompere il particolarismo della vecchia aristocrazia urbana, incapace di atteggiamenti dinamici a causa della pacifica acquiescenza alla politica ducale ma quasi tutti i maggiori magistrati del comune nel Quattrocento appartengono all'aristocrazia e sono odiatissimi dal popolo per l'esosità fiscale e le prepotenze: da Niccolò Ariosto, chiamato dal popolo «magnaferro», agli Strozzi etc., il popolo su di essi riversa ingiurie e maledizioni.
Quell'aristocrazia imperiale o papale, ferrarese o forestiera, rappresenta il collegamento o le relazioni estensi con le fonti da cui la loro autorità deriva, con le altre corti italiane. La borghesia assorbe ormai invece le vaste attività commerciali del ducato e si presenta come classe nuova in una corona di fatti nuovi, ma nella propria espansione è controllata dalla politica della Signoria e non porta a termine la sua funzione; partita di slancio alla conquista di una realtà politico-economica e dei posti di direzione trova l'ostacolo politico negli Estensi e si ripiega su se stessa.
La formazione della nuova borghesia avviene nella prima metà del Quattrocento e il primo dei grandi arricchiti col commercio, il più ricco uomo di Ferrara del tempo suo, è Bartolomeo Pendaglia che nel 1452 è creato cavaliere dall'imperatore Federico III; ma numerose altre famiglie di borghesi operosi e abili si vengono costituendo nella seconda metà del secolo con il commercio a causa delle accresciute relazioni e dei traffici più intensi di merci e della più intensa circolazione delle persone. Esse si costruiscono palazzi adorni di giardini con fontane, pozzi sculturati e adornano i palazzi con quadri, tele.
Al tempo di Ercole I in Ferrara è tutto un fervore di costruzione di palazzi per aristocratici e borghesi, di chiese, conventi e monasteri. Specialmente i borghesi, «a gran furia», come Bernardino Taruffo, si costruiscono case e ad essi si uniscono dottori dello Studio come Battista Guarini («poeta legente») e consiglieri di giustizia del duca come Giovanni Dal Pozzo.
L'Addizione erculea diventa la parte nuova di Ferrara in cui le famiglie arricchite hanno l'immagine dello splendore dei tempi e della raffinatezza e un architetto insigne — Biagio Rossetti — dà alla città una impronta stilistica inconfondibile. Inutilmente, però, la borghesia urta contro l'organizzazione padronale della città e del territorio: la particolarità politica della dinastia estense tronca lo sviluppo dei grandi ricchi la cui classe non può maturare il lievito antifeudale che essa porta con sé.
Lo svecchiamento presso la corte era relativo perché limitato al solo aspetto estetico, mentre permaneva la struttura politica feudale. Sostanzialmente la casa d'Este e la nobiltà feudale si oppongono alla borghesia che si lascia assorbire, privata di slancio e di vitalità. I suoi vari gruppi si inquadreranno nelle ramificazioni di vita cortigiana o cavalleresca, e nei bei palazzi che continuano a sorgere si conclude in una ritirata il ricco e multiforme ritmo di vita unitaria che forze organiche concorrenti avevano suscitato.
Alla nuova aristocrazia rurale di sentimenti feudal-conservatori appartiene Matteo Maria Boiardo1 (1440-1494) nato a Scandiano, che visse presso la corte estense di Ferrara quale «compagno» di Ercole I. Persona di fiducia e familiare degli Estensi, nel 1473 fu tra coloro che accompagnarono da Napoli a Ferrara Eleonora d'Aragona sposa di Ercole, e due anni prima aveva accompagnato Borso a Roma. Governatore di Modena, passò a governare Reggio dove rimase fino alla morte.
L'attività umanistica di Boiardo — che fu nipote del poeta latino Tito Vespasiano Strozzi — fu intensa come volgarizzatore di Erodoto, Senofonte, Luciano, Apuleio, Cornelio; compose dieci egloghe latine, i Carmina de laudibus Estensium (in cui gli Estensi diventano personaggi mitologici ed Ercole I è paragonato ad Eracle). Cortigiani sono anche i Tarocchi (versi da scrivere sulle carte da gioco) e cinque di altre dieci egloghe in volgare sono dedicate a celebrare la guerra di Ercole contro i Veneziani. Tra le opere minori la più importante è il Canzoniere (intitolato Amorum libri) in tre libri, per Antonia Caprara, che spicca tra i canzonieri del Quattrocento. Sono in esso i prolegomeni lirici della varietà del sentimento d'amore cantato nel poema.
Lontano da intellettualismi il Boiardo canta l'amore con fervore giovanile, come sentimento che rende bella la vita e a cui si accompagna lo splendore della natura (chi da giovane non ama «vivo è sanza core», allo sguardo della donna «il mar se acqueta e il ciel se raserena»). La gioia dell'amore è vivo entusiasmo per la presenza femminile: («Datime a piena mano e rose e zigli, | spargeti intorno a me viole e fiori»), la lontananza dell'amata è dolore: («al veder nostro il giorno non ha sole, | la notte non ha stelle sanza lei»).
Nell'Orlando innamorato (poema in ottave in tre parti, l'ultima delle quali è rimasta incompiuta per la morte del poeta) il Boiardo riprende, in un vasto e congegnato disegno architettonico, la materia cavalleresca che era ben conosciuta e congeniale alla corte estense. La scelta non è casuale ma ha motivazioni storiche e individuali.
Boiardo scrive in una corte che aveva un patrimonio feudale e una tradizione culturale francese, in cui gli ideali erano cavallereschi e il processo borghese, come abbiamo visto, era stato intercettato dalle strutture aristocratiche. Il poeta perciò si rivolge a signori e dame formatisi in quell'eredità, in un luogo di incontro della nobiltà settentrionale e in cui gli stessi Estensi ambivano atteggiarsi a personaggi della storia cavalleresca. Egli stesso con la sua ammirazione per l'energia, la lealtà, idealizzava il sentimento della cavalleria eroica e cortese anche se con la consapevolezza che questi valori appartenevano ormai al passato.
Amore e valore cavalleresco sono i motivi del poema in cui tutti i cavalieri si innamorano di Angelica e per la quale, rifugiatasi nel castello di Albraccà, sorge una guerra che si conclude con il duello fra Orlando e Agricane e la morte di costui. Nella seconda parte l'azione si svolge in Francia e Orlando e Rinaldo vengono a duello per Angelica finché questa è affidata da re Carlo al vecchio duca Namo. A questo punto il poema si interrompe:
  1. Mentre che io canto, o Iddio redentore,
  2. vedo la Italia tutta a fiamma e a foco
  3. per questi Galli, che con gran valore
  4. vengon per disertar non so che loco;
  5. però vi lascio in questo vano amore…
Il Boiardo ha viva simpatia per i suoi cavalieri, cristiani o pagani, prodi e generosi e accomunati da questi sentimenti, per la trovata di Angelica e Rinaldo che bevono vicendevolmente alla fonte dell'odio e a quella dell'amore, per le passioni dei protagonisti.
In questo mondo di generosità e di valore Angelica domina con la sua bellezza: «Ella sembrava matutina stella | e giglio d'oro e rosa di verzieri». Il linguaggio è pittoresco e si innalza liricamente verso il meraviglioso («La coda ha verde e d'or e di vermiglio, | ed ambe l'ale ad occhio di pavone»), ben diverso da quello del Pulci cosi denso di boati d'improperi, di tonfi, di ruzzoloni, di parole basso-fiorentine fittamente accorpate («ciuffalmosto, spulezzo, ciuffare, gorgozzule, micci, buffetti» etc.).
Il linguaggio boiardesco nobilita e idealizza la realtà, ha la sua omologia negli affreschi dei grandi pittori ferraresi del Quattrocento anche se l'ibridismo emiliano — che si verifica nei testi non toscani dell'epoca — presenta delle asprezze. I presupposti di quel linguaggio sono l'ambiente della corte, i palazzi con gli aristocratici cortili e giardini, la «bella baronia» che sta ad ascoltare avventure e amori di un mondo idealizzato che non era mai esistito e le cui strutture rovinavano definitivamente in quegli anni:
  1. Così nel tempo che virtù fioriva
  2. negli antichi signori e cavalieri,
  3. con noi stava allegrezza e cortesia […]
  4. Ed io cantando torno a la memoria
  5. delle prodezze de' tempi passati....

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