Capitolo

14

Società e cultura nell'età napoleonica

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14 - § 5

Ugo Foscolo e la delusione del classicismo eroico


L'età della rivoluzione e l'età napoleonica sono i tempi storici e culturali di Ugo Foscolo1 (1778-1827) che dalla natìa Zante venne a Venezia e negli anni rivoluzionari fu letterario e giacobino. Povero, straniero, ribelle («mettea meraviglia, scrisse Mario Pieri, il vederlo aggirarsi per le vie e pei caffè, vestito di un logoro e rattoppato soprabito verde, ma pieno di ardire, vantando la sua povertade infino a chi non curavasi di saperla, e pur festeggiato da donne segnalate per nobiltà ed avvenenza, e da tutta la gente»), autore nel 1797 della tragedia Tieste ma già sperimentatore delle forme della tradizione (Frugoni, Bertola, Savioli, Parini, Varano) e aperto agli influssi della poesia sepolcrale straniera, del patetico bertoliano e gessneriano, del sentimentalismo di Rousseau, Foscolo a Venezia credette nella rivoluzione europea, nell'indipendenza italiana per opera dei francesi.
La sua fede in un mondo nuovo nasceva dalla discordante realtà in cui viveva: Parini poeta civile, Alfieri trageda della libertà eroica che urta contro i limiti storici e umani, Cesarotti ammiratore del grandioso della natura, Rousseau naturista, sentimentale e antiautoritario costituiscono gli stampi dai quali dovrebbe uscire una storia eroica, grande campo per l'azione del giovane individualista, dotato di acuta sensibilità e fortissimo temperamento.
Anche nell'amore portò il desiderio della perfezione e dell'assoluto. Incontrò Isabella Teotochi greca di Corfù, che nel 1795 annulla il matrimonio con Carlo Marin, bellissima, mondana, in cui neoclassicismo e razionalismo sono argini contro la passione, centro di una corte di amore galante, di una società lontana dal drammatico e, al più, sentimentale.
Quasi certamente è Isabella la «celeste Temira» del romanzo epistolare foscoliano Laura (primo nucleo dell'Ortis) che così ragiona al suo innamorato:

Non vi rapite la sacra amicizia, unico balsamo all'amarezze della vita. L'amore perfetto è una chimera: il desiderio fa beati alcuni momenti e l'amicizia conforta tutti i tempi, ed unisce tutte l'età. Và, mio ragazzo, te' un bacio: non mi giurare fedeltà ch'io né la credo né la voglio.

Isabella innamora Foscolo nel 1795, pochi mesi dopo lo elude definitivamente sposando Giuseppe Albrizzi e determinando la fuga del giovane sui colli Euganei. Qualche anno dopo Isabella scriverà a un amico: «Foscolo ha fatto in un sonetto il suo ritratto alla Alfieri. Scrive d'amore come un gatto a un orso». Dieci anni più tardi Foscolo è ripreso dall'amore per Isabella ma può opporsi alla scrittrice che ammira l'imitazione e il neoclassicismo di Canova.
Ormai Foscolo, autore dell'ode Bonaparte liberatore, dell'Ortis, delle odi A Luigia Pallavicini caduta da cavallo (1800) e All'amica risanata (1802), dei Sonetti (1803), dei Sepolcri (1806), era stato combattente a Cento, Novi, Genova, era stato in Francia con il generale Pino per la progettata invasione napoleonica dell'Inghilterra, si era innamorato di Isabella Roncioni a Firenze, di Antonietta Fagnani-Arese a Milano e di altre donne.
Letterato del Regno italico, professore di eloquenza a Pavia per un anno(1808), successore di Monti, si stabilisce a Firenze, conosce Quirina Mocenni Magiotti, la «donna gentile» amica per tutta la vita; scrive la tragedia Ricciarda (nel 1811 era stata rappresentata l'Aiace), riprende a lavorare alle Grazie. Dopo la caduta di Napoleone rifiuta il giuramento all'Austria e va in esilio prima a Zurigo (1816) e poi a Londra dove collabora a riviste inglesi, scrive i saggi su Dante, Petrarca, sulla lingua italiana. Dopo l'amore per la giovane Carolina Russel si ritira in un villaggio londinese dove trascorre gli ultimi mesi assistito dalla figlia Floriana.
Ideali e valori del sistema estetico-ideologico del classicismo continueranno a influire in senso etico e civile in Italia nell'Ottocento (soprattutto i valori di origine illuministica) ma tra Sette e Ottocento il classicismo entra in grave crisi. Gli scrittori — gruppi organizzati e singoli — si accorgono che per esprimere il loro rapporto con la realtà e la politica, i segni ideologici, semantici, estetici, offerti dalla tradizione classica sono strumenti vecchi e non più funzionali. Le strutture della società si erano venute modificando con il passaggio dalla società agrario-feudale a quella capitalistico-borghese, le idealità della funzione universale etico-estetica e pedagogica del classicismo (armonia tra uomo, società civile e cosmo; armonia poggiante su strutture gerarchiche sociali; armonia che ha come meta l'ideale, raggiungibile con l'ascesa dal mondo della necessità naturale al mondo della libertà spirituale; stile funzionale all'imitare il già detto e alieno dal diverso e dal nuovo) sono ormai venute meno e anche il presupposto dei giacobini — che la tradizione classica fosse chiamata a cooperare a un rinnovamento della nostra vita civile e sociale — si rivela un'illusione (soprattutto perché lo spirito dei capi giacobini era strettamente borghese).
Nel Foscolo dell'Ortis è rotto l'equilibrio del rapporto fra strutture sociali e strutture letterarie della cultura umanistica; i grandi ripari offerti da onesta cultura sono crollati; lo scrittore, sostanzialmente idealista nonostante la sua conclamata filosofia meccanicistica, ne ha coscienza: disillusione, perdita del mito e della consonanza con la realtà sono gli accenti fondamentali dell'Ortis in cui Foscolo esprime autobiograficamente lo squilibrio consistente nell'impossibilità di accogliere nelle proprie strutture logico-etico-estetiche il divenire e le contraddizioni della nuova realtà fatta di dissacrazione di idoli, di fratture di scale di valori consolidati dal senso comune culturale classico-moderato, cattolico, borghese.
Foscolo è esule. Ortis denuncia l'arretratezza delle strutture sociali, l'inadeguatezza delle classi dirigenti («… l'Italia ha preti e frati; non già sacerdoti […]. L'Italia ha de' titolati quanti ne vuoi; ma non ha propriamente patrizi […] abbiamo plebe; non già cittadini; o pochissimi») ma non ha idee concrete sul modo di trasformare la società: è contro le carneficine, le fazioni, Ia legge agraria e lamentando nell'esperienza francese «la tirannide de' Cinque, o de' Cinquecento, o di Un solo», vide in Francia soltanto «la obbrobriosa sciagura di avere svenato tante vittime umane alla Libertà», i troni eretti sui cadaveri, e si chiude nella bellezza rasserenatrice:

io delirando deliziosamente mi veggo innanzi le Ninfe ignude, saltanti, inghirlandate di rose, e invoco in lor compagnia le Muse e l'Amore; e fuor dei rivi che cascano sonanti e spumosi, vedo uscir sino al petto con le chiome stillanti sparse su le spalle rugiadose, e con gli occhi ridenti, le Najadi, amabili custodi delle fontane.

La donna non può essere che «divina fanciulla», la sua canzone deve essere una poesia di Saffo. Ortis non potrebbe vedere Roma senza «prostrarsi su le reliquie della nostra grandezza», a Montaperti si sente «abbrividire, e rizzare i capelli; io gridava dall'alto con voce minacciosa e spaventata» e fugge «precipitosamente guatando dietro». Alla patria italiana si rivolge retoricamente: «Ove sono dunque i tuoi figli? […] Ov'è l'antico terrore della tua gloria» e cerca astrattamente «la forza della concordia».
Isolato nella sua interiorità ora passionale ora sentimentale, nutrita di letture di Locke, Rousseau, Montesquieu, Ortis esprime gli affetti del cuore per la madre e per Teresa, le contraddizioni fra il sentimento e l'intelletto, il riflusso verso i paradigmi esotici del classicismo, la tensione etica verso la grandezza ideale di Parini e Alfieri, la protesta contro le ingiustizie della società, la dignità dell'uomo condannato dal destino ad essere estraneo al mondo, a correre verso la distruzione e a prepararsi al suicidio.
Ortis è ancora un individualista che guarda la realtà dal teatro interiore in cui la crisi lo ha gettato; in lui è la concezione di un Foscolo ancora aristocratico, timoroso degli eccessi della plebe e aspirante alla concordia civile che non c'era più. Con le sue nostalgie e teatralità Ortis non poteva neanche fare l'analisi oggettiva per trovare le direzioni del rinnovamento sociale: impotenza, disperazione, abdicazione lo spingono verso la morte.
Certamente l'Ortis con la testimonianza autobiografica, con il genere epistolare aperto alla sensibilità patetica e drammatica, alla passione politica e amorosa, all'amore per la gloria e per il passato, apriva un nuovo modo di espressione artistica che ben si confaceva a convogliare miti classici, illusioni, materialismo ma la modernità era relativa all'impossibilità di uscire dalla crisi della fine del mondo dei miti, della bellezza dell'eroismo e della morte, del vivere sereno all'ombra della tranquillità delle favole belle, dell'esistenza armoniosa.
Jacopo muore da disperato, da individualista al di qua della storia e della società: le persone comuni per lui vivono in una bassa atmosfera di stato sociale pietoso ma non tormentato, in una mistione affettiva che le salva, sono poveri buoni uomini non arsi dalle grandi passioni. Atteggiamento paternalistico di chi guarda le persone dal cielo eroico dei Timoleoni, dei Bruti, o meglio, dall'idea che egli si era fatta di quel cielo eroico.
Il crollo del classicismo porta all'irrazionale, alla coscienza del mondo come informe e disumano, trascina con sé nella rovina la poesia e la letteratura che per Foscolo erano i valori più alti della vita, plasmatori e ordinatori di una civiltà di concordia e di armonia: la funzione dell'intellettuale era quella di svilupparli come valori, superiori alla realtà che diviene, per informare di essi la realtà stessa, il cieco divenire delle forze della natura.
Il letterato è portatore di verità nella società che è un «aggregato di pochi, che comandano per mezzo della spada e delle opinioni, e di molti che la servono» (Lezioni) ma non deve prendere posizione in favore degli oppressi perché la divisione tra oppressi e oppressori è nella natura e il guasto di natura è per Foscolo — con altri esiti: nelle tombe rese eterne dalla poesia, nel rarefatto paradiso delle Grazie — irrimediabile come per Manzoni.
Il trionfo della Restaurazione alimentò il pessimismo di Foscolo che nei Discorsi sulla servitù d'Italia (1815) rinnega la rousseauiane illusioni sulla bontà naturale dell'uomo, afferma che l'uomo è guerriero, usurpatore, che la lotta è la legge della società.
Ormai la Rivoluzione francese, il giacobinismo sono ripudiati e in un progetto politico costituzionale per l'Italia scrisse che «alla plebe non bisogna dare fuorché piena libertà di lavoro, altari, e severissimi giudici». Mentre Foscolo giacobino considerava lo scrittore parte del popolo e la democrazia eliminatrice della disuguaglianza, nell'orazione Dell'origine e dell'ufficio della letteratura gli intellettuali formano gruppo a sé, mediatori tra dominatori e popolo, nel periodo napoleonico Foscolo li colloca come una casta demiurgica.
Era l'esito moderato, e a tratti arretrato, di un pessimismo troppo severo, astratto, non costruttivamente politico perché distaccato dalla realtà storica: esso scendeva dal sublime eroico e idealistico come quello di Manzoni discende dal metafisico supremo ordine provvidenziale. In questo esito sboccava anche la crisi di Foscolo intellettuale poeta giacobino, plutarchiano, libertario eticamente impegnato e disilluso che dai sentimenti generosi di democrazia approdava alla concezione dell'uomo nemico dell'uomo, il cui amor proprio ha profonde radici nella natura.
Miti dolenti che giungono talvolta alla serenità sono nei Sonetti: il tema dell'esilio, le apparizioni delle divinità e degli eroi, gli affetti familiari, l'avversa fortuna. Nell'impossibilità di vivere la vita come gli altri il carattere antiborghese del romantico tende a superare le strutture quotidiane nel rimpianto e nel mito.
La donna è sempre in un'atmosfera superiore, dispensatrice di serenità, al di là della passione in cui si torce l'innamorato:
  1. Stanco mi appoggio or al troncon d'un pino,
  2. ed or prostrato ove strepitan l'onde,
  3. con le speranze mie parlo e deliro;

  4. [...]
  5. Amor tra l'ombre inferne
  6. seguirammi immortale, onnipotente;
l'esule, l'espropriato della lingua latina, il «figlio infelice e disperato amante» che in alcuni sonetti ricompone l'atmosfera di pace e serenità — nel passato o nella morte — del mondo mitico.
Dal presente è nel mito la fuga nelle Odi in cui la bellezza femminile è divinizzata, resa eterna dalla religiosità della poesia. La fedeltà alla tradizione umanistica è qui ripresa in due sue nervature importanti: la capacità della poesia classica di assolvere a una missione pubblica, il raggiungimento di una saggezza ideale che è rinuncia allo «spirto guerrier», paradiso della autonomia della forma, presente sempre (come riconquista estetica dell'armonia) anche nei momenti di impegno.
Questa rinuncia non è solamente l'impotenza storica di Ortis e del protagonista dolente e alfieriano dei SonettiA chi altamente oprar non è concesso | fama tentino almen libere carte») ma è il riflusso interiore dell'impossibilità per il «liber'uomo» di creare valori, del divieto di ribellarsi o di intervenire in modo etico-politico nella realtà, è sopportazione degli orrori del sistema vigente, fuga dalla società di nemici (Ortis: «ciascun individuo è nemico nato della Società, perché la Società è necessaria nemica degli individui»), dalla comunità di mediocri (la società economica borghese moderna, antieroica e areligiosa) che ha soffocato lo sviluppo delle lettere e del costume letterario.
La fuga è conseguente alla scoperta dell'inattualità dell'arte nel mondo moderno ed è tentativo di salvezza individuale. Ma la salvezza è privata, non scende in campo nella crisi della cultura e della società, l'intellettuale è resecato dalla prassi, i grandi archetipi (eroismo, arte come civiltà e bellezza) del classicismo non erano in contatto né in dialettica con il mondo moderno guastato e corrotto, il passato diventa diseroico e simile al nulla.

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