Capitolo

12

L'Arcadia

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12 - § 4

La letteratura dialettale


Non certamente popolare è la letteratura dialettale in versi di Giovanni Meli1 (1740-1815) palermitano il quale rientra in pieno nell'Arcadia ritardata. Frequentatore della «conversazione galante» nella casa del suo protettore Antonio Lucchesi Falli, fu diviso tra la composizione in dialetto e la medicina, tra l'abito di chierico (senza avere mai pronunciato voti) e lo scettico entusiasmo verso le ideologie illuministiche.
Egli non solo trasportò i metri arcadici nel campo del dialetto ma applicò il dialetto alla letteratura. Dall'Arcadia gli derivano la galanteria da salotto e la pastorelleria idillico-mitologica e si suol dire che da Rousseau il mito del ritorno alla natura (che per Meli era la campagna di Cinisi, un feudo benedettino dove ebbe una condotta medica) e dell'innocenza primitiva dell'uomo di campagna contrapposto al cittadino.
Ma il contadino buono e devoto nel Settecento in cui si ha lo sviluppo della città è contrapposto (invece di quello stupido e balordo della tradizione) alla corruzione cittadina. L'operazione del Meli di vestire l'Arcadia in dialetto è puramente letteraria. Il suo dialetto è annacquato e nobilitato a uso dei lettori colti, negli idilli della Buccolica i suoi Dameta, Nicia, sono freddi, retorici, non hanno anima dialettale («sulu, è reu cui pò guardari | duru e immobili sta scena»), non riescono a tradurre in dialetto «lu muggitu di li tori», «caduti d'acqui», «sterili junchi», sono sempre soporificamente accompagnati da Febo, dalle Muse, da Anacreonte.
Grande e immeritata fortuna come il Meli ebbe il veneziano Anton Maria Lamberti (1757-1832) che del Meli tradusse in veneziano qualche composizione. La celeberrima Biondina in gondoleta, scritta per la bellissima Marina Querini Benzon e musicata da Simone Mayr volgarizza la musicalità e la sensualità arcadica: «perché, oh Dio, che belle cosse | che g'ho dito e che g'ho fato!»
La milanese accademia dei Trasformati restaurata nel 1743 e alla quale appartenne Parini difendeva le tradizioni della scuola letteraria lombarda e un genere di poesia popolare di tendenza morale e satirico-civile, espressa in forme giocose e dialettali. La cultura regionale lombarda, lontana da quelle che il Parini chiama «lasciviuzze toscane», il linguaggio toscano bernesco e rustico rappresentano i legami più evidenti con i Trasformati, con la società milanese e lombarda.
Carlo Antonio Tanzi (1710-62) fu segretario perpetuo dell'accademia e uno dei «dotti e savi uomini» (insieme con Domenico Balestrieri), scrisse il Parini, i quali seguendo nel dialetto le orme del Maggi hanno mirato ad ammaestrare e a «correggere i costumi dalla loro patria».
Balestrieri (1716-90) fu uno dei maggiori cultori del dialetto milanese e il Porta lo considerò suo maestro. Quando egli morì il Parini lo pianse in versi milanesi.

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