Capitolo 19·
Società e cultura nell’età giolittiana
Ci sentiamo come smarriti, anzi perduti in un cieco, immenso labirinto, circondato tutt’intorno da un mistero impenetrabile […] Nessuno più riesce a stabilirsi un punto di vista fermo e incrollabile […] A me la coscienza moderna dà l’immagine d’un sogno angoscioso attraversato da rapide larve or tristi or minacciose, d’una battaglia notturna, d’una mischia disperata.
In una pagina epistolare familiare esprime la consapevolezza della crisi scrivendo che quando si osserva la vita come «un’enorme pupazzata, senza nesso, senza spiegazione mai
» si rimane «un viandante senza casa, un uccello senza nido
», si sopravvive («Un concetto positivo e scientifico della vita, mi fa vivere come gli altri vermi
»). Non c’è in Pirandello l’individualismo eroico di Michelstaedter nutrito di cultura mitteleuropea ma si presenta già da ora fino alla morte (dalla quale intende bandire il cerimoniale delle convenzioni:
- Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. Bruciatemi. E il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me)
senza latino» fu detto Pirandello), pluralità e relatività del punto di vista, impossibilità di consistere nell’unità e nell’idealità («
Ogni unità è nelle relazioni degli elementi tra di loro; il che significa che, variando anche minimamente le relazioni, varia per forza l’unità»), vittoria della necessità sociale istituzionale sugli sforzi dell’individuo («
Vuoi ribellarti? non puoi.»), illusorietà e inconsistenza delle certezze (le realtà sociali), assurdità della vita e impossibilità di modificarla etc.Prima di tutto non siamo liberi di fare quello che vorremmo […] tu sei prigioniero di quello che hai fatto, della forma che quel fatto ti ha dato
nel mio cervello si fa un vuoto nero, orribile, raccapricciante, come il misterioso fondo del mare popolato da mostruosi pensieri che guizzano, passando minacciosi», scrive in una lettera) Pirandello partecipa delle avanguardie europee che rifiutano l’ottimismo e negano le convenzioni.
Anche la classe sociale è negata come forma che spegne la vita, lo stesso socialismo è un inganno che non può non mistificare la vita perché con l’illusione del progresso allontana l’uomo dalla conoscenza della condizione esistenziale del divenire e del non potere comunicare. Lo scrittore andò sempre alla ricerca sperimentale di nuovi modi di espressione dissolvitori del naturalismo ma anche dei modi comuni di pensare sicché spesso parve cerebrale e paradossale.
sentimento del contrario». Croce cerca la liberazione estetica nell’armonia lirica, Pirandello tende a rappresentare la problematica delle opposizioni, delle contraddizioni, a calare il momento critico della riflessione nell’arte perché non trionfi il falso squilibrio dei sentimenti ma scoppino l’illogicità, la tragicità.
pura bellezza» di D’Annunzio, la «
bella morte» di Fogazzaro, le «
anime belle» vengono spazzate via da Pirandello che nel denudare le illusioni vi porta la riflessione sul modo in cui funziona il congegno degli inganni. Croce dell’Estetica, Croce filosofo (che per Michelstaedter aveva la «
sciagurata abilità di eliminare sempre da ogni questione quella che appunto è la questione») è per Pirandello incapace di «
abbracciare tutto il complesso fenomeno artistico», la riflessione come potenza creatrice, come «
specchio di acqua diaccia» in cui si tuffa «
la fiaccola del sentimento […] e il friggere dell’acqua è il riso che suscita l’umorista»: l’opera d’arte non può nascere che «dal contrasto tra il caldo del sentimento e il freddo. della riflessione».
L’ordine? La coerenza? Ma se noi abbiamo dentro quattro, cinque anime in lotta fra loro…?»). Arte, quindi, non come estetica ma come espressione di tragico riso, di umanità dolorosa, di coscienza grottesca, di amarezza che rivela il fondo della nostra vera vita.
io», il contrasto tra il flusso vitale e il tentativo di fissarlo in forme stabili e determinate.
forza», datore del beneficio di non illudersi di raggiungere il riscatto attraverso la rivoluzione sociale. Il tiranno fascista è, per Pirandello, in quanto non dà libertà (sempre fissa) antitetico al tiranno sociale (che dà illusione): nessuna libertà è per l’uomo. Era la conseguenza dell’esasperazione dell’assoluto esistenziale come condanna per l’uomo senza possibilità di riscatto.
miti», La nuova colonia, Lazzaro, I giganti della montagna. Le grandi espressioni tragiche, grottesche di Pirandello sono espresse in una lingua omologa, antiformalista, non toscana, non austera, tesa a fissare le contraddizioni attraverso le interiezioni che sembrano fare la mimica dei gesti, delle smorfie ma anche sottolineare il lacerante sentimento di pena che lo scrittore prova per le certezze deluse dei suoi personaggi.
grottesco» fondato sul contrasto tra apparenza e realtà e che è rappresentato da Luigi Chiarelli (1884-1947) di Trani, autore di La maschera e il volto (1916; celebre commedia in cui un uomo accusatosi di avere ucciso la moglie che lo ha tradito è assolto per l’arringa veemente dell’amante della donna; la moglie ritorna a casa quando si celebrano i funerali di altra donna identificata per lei; ma il marito è perseguitato dal magistrato come simulatore di reato e deve espatriare con la moglie) e da Pier Maria Rosso di San Secondo (1887-1956) di Caltanissetta, autore di Marionette, che passione (1918), Lazzarina tra i coltelli (1923), Una cosa di carne (1924).
- Luigi Pirandello. Laureatosi a Bonn con una tesi in filologia romanza sul dialetto di Girgenti (1891), LUIGI PIRANDELLO si stabilì a Roma, dove strinse amicizia con Capuana — che gli consigliò di tralasciare la produzione in versi e dedicarsi alla prosa — e collaborò alla «Nuova Antologia» e al «Marzocco» (su cui condusse una polemica antidannunziana).
Il suo esordio artistico avvenne con alcune raccolte di liriche (Mal giocondo, 1889; Pasqua di Gea, 1891 etc.; l’ultima raccolta è Fuori di chiave del 1912) che in genere sono state trascurate dalla critica, ma in cui oggi si colgono «i primi essenziali lineamenti della sua disposizione amara alla vita» (De Castris).
Ostile agli scrittori «di parole» e fautore di uno stile antiaccademico, esemplato sui ravvolgimenti del pensiero e non sui suggerimenti della retorica, Pirandello espresse nella sua vasta produzione letteraria la lucida presa di coscienza della crisi storica ed esistenziale dei valori, ma anche la sua profonda pietà per la condizione umana così acutamente analizzata.
Sottoposto a valutazioni critiche contrastanti e spesso condizionate da vari pregiudizi interpretativi, Pirandello è oggi considerato in genere un autore fra i più importanti e significativi del Novecento italiano ed europeo.
La critica è divisa anche nel sostenere la superiorità artistica dei drammi (raccolti in un corpus unitario dal titolo Maschere nude) o delle novelle, ma è innegabile che il teatro costituisce lo sbocco naturale della ricerca e della vocazione letteraria di Pirandello che già nelle novelle rivela modi tipici di gusto teatrale.
