Capitolo 14·
Società e cultura nell’età napoleonica
- Vincenzo Monti. La personalità di VINCENZO MONTI è interessante non solo per i risultati artistici conseguiti, ma anche (e, forse, soprattutto) perché meglio di altre riflette le varie componenti letterarie e le diverse reazioni politiche della società di fronte ai grandi mutamenti storici del suo tempo.
La disponibilità a celebrare — senza porsi eccessivi problemi di coerenza politica — l’ideologia della classe al potere (De Sanctis lo definì segretario dell’opinione dominante»), la concezione della poesia intesa come fastoso e mitico ornamento della realtà arida e meschina, la scarsa profondità dell’impegno morale («poeta dell’orecchio e dell’immaginazione, del cuore in nessun modo», disse Leopardi), l’eclettismo e la tendenza a produrre «poesia sulla poesia» (Croce) spiegano gli atteggiamenti assunti dalla critica nei confronti di Monti (dalla riserva di ordine morale e civile dell’età risorgimentale alla rivalutazione carducciana, agli approfondimenti estetici o storicizzanti del Novecento).
Fra le opere del ventennio romano abbiamo La prosopopea di Pericle (ispirata al ritrovamento di un busto di Pericle e celebrante l’età di Pio VI), la Bellezza dell’Universo (in cui mira a una conciliazione tra tradizione biblica e gusto classico), gli sciolti Al principe Sigismondo Chigi e i Pensieri d’amore (che trasfigurano in senso wertheriano la sua esperienza d’amore con Carlotta Stewart), l’ode Al signore di Montgolfier (celebrazione del primo volo in pallone aerostatico e del progresso scientifico, sempre miticamente trasfigurati) etc.
Talora, come nella Musogonia e nella Feroniade (scritta per celebrare la bonifica delle paludi pontine intrapresa da Pio VI), il mito fu sentito da Monti come evasione fantastica e rifugio in un mondo di serenità e bellezza, e, secondo alcuni, sarebbero questi i momenti migliori della sua poesia.
Trasferitosi a Milano e ottenuta nel 1802 la cattedra di eloquenza a Pavia e nel 1804 la nomina a «poeta del governo italiano», esercitò, pur fra le polemiche, un autentico magistero letterario (tra gli altri fu ammirato dal giovane Manzoni) e strinse relazioni con letterati italiani e stranieri. - Ippolito Pindemonte. Discendente di nobile famiglia, di carattere mite e garbato, alieno dalle polemiche, IPPOLITO PINDEMONTE godé della stima di letterati (fra cui Monti, Bettinelli, Foscolo — che gli dedicò i Sepolcri —) e fu brillante e ricercato frequentatore di salotti mondano-letterari (come quello di Isabella Teotochi Albrizzi, che di lui scrisse un ritratto elogiativo).
Dopo aver studiato a Modena, alternò lunghi e tranquilli soggiorni a Verona, dedicandosi alla vita mondana e all’attività letteraria, a viaggi per l’Italia e l’Europa (1788-90).
Mantenne un atteggiamento distaccato di fronte ai grandi eventi politici dei suoi tempi. Di sensibilità tenera e meditativa, rifuggì nelle sue opere dalla tensione drammatica, ma nella vecchiaia si vantò di aver preannunziato i modi del romanticismo.
