Capitolo 14·
Società e cultura nell’età napoleonica
I motivi giacobini, ad esempio, versati in un modello neoclassico risentono del travestimento anche se le forme antiche servono a esaltare le nuove lotte, i nuovi compiti, non certamente — ha scritto Marx — a rimettere in circolazione fantasmi.
Nuovi contenuti e affetti, cioè, sono rivestiti di forme di bellezza antica. In quanto forma il neoclassicismo è uno stile interscambiabile, può essere temperamento del realismo, smorzatura di toni, giusto mezzo, filtro delle malinconie ultramontane, nonché veste di contenuti illuministici, sensistici, rivoluzionari, analogia di purismo linguistico.
Fin dal 1813 Monti, nemico del municipalismo chiuso, aveva cominciato a irridere sul «Poligrafo» taluni errori del vocabolario della Crusca che era risorta nel 1808, con decreto di Napoleone, come parte dell’Accademia fiorentina. Nella preparazione del vocabolario la Crusca, accademia indipendente dal 1811, aveva negato la collaborazione al milanese Istituto di scienze lettere ed arti di cui era gran parte Monti. Questi passa in rassegna nella Proposta esempi e definizioni della Crusca e di Cesari con osservazioni, dialoghi lucianeschi, apologhi, facezie, ironie, con stile brillante, pungente, contrapponendo al toscanesimo la lingua nazionale «
mondata degli arcaismi e de’ vani fronzoli, arricchita e pronta a sempre più arricchirsi dei termini scientifici e delle buone novità messe innanzi da scrittori anche non toscani, docile strumento al pensiero vivo ed operoso».
Nella polemica contro il «
valentuomo» Cesari, che vede nei trecentisti solo «oro purissimo», Monti considera che le lingue seguendo «
le vicende dei popoli e l’avanzamento delle cognizioni, col mutar de’ costumi e col crescer delle idee mutano e crescono anch’esse le loro fogge di dire» e che «
non pe’ morti, ma pe’ vivi si ha da scrivere». Se sul «
sacro capo» degli antichi riposa la riconoscenza degli uomini saggi, gli antichi, tuttavia, si inchinerebbero davanti alle «
cognizioni progressive» dei moderni, alla ricchezza della lingua derivante dal «
grande raffinamento dello spirito sì nelle arti della civiltà e del ben vivere, come in quella della ragione e dell’immaginazione». Cesari è definito il «Noè dell’italiana letteratura» il quale grida alla correzione altrui e intende salvare nell’arca solamente se stesso e la sua «piccola famiglia».
La vita delle popolazioni del Reame è descritta con passione da Colletta nella loro soggezione alle giurisdizioni baronali, nelle disgrazie telluriche (soprattutto il terremoto del 1783 in Calabria), nelle vendette contro i repubblicani compiute da Ferdinando IV nel 1799: «non vi ha città o regno tanto ricco d’ingegni che non avesse dovuto impoverirne per morti tanti e tali» scrive Colletta commentando le morti di Cirillo, Pagano, Ciaia, Russo, Baffi, Logoteta, la Sanfelice, la Pimentel e altre centinaia mentre il cardinale Ruffo diventava luogotenente del Regno, i briganti Fra Diavolo, Mammone erano nominati colonnelli e arricchiti «di pensioni e terre». Nella storia di Colletta manca, però un’idea direttiva e il maggior rilievo è dato alle scene tragiche della fine di Gioacchino Murat e dell’impiccagione dell’ammiraglio Caracciolo.
- Carlo Botta. Studioso di classici e illuministi, entusiasta delle idee della rivoluzione francese, CARLO BOTTA fu incarcerato sotto il regno di Vittorio Amedeo II e riparò in Francia per sfuggire alle persecuzioni.
Tornato in Italia con le armate napoleoniche, fu membro del governo provvisorio del Piemonte e, dopo l’annessione alla Francia (1803), si stabilì a Parigi (in Francia rimase quasi ininterrottamente fino alla morte); deputato nel Corpo legislativo, perdette fiducia in Napoleone.
Fu fautore di una lingua non contaminata da espressioni straniere (la cura linguistica è per lui espressione di amore di patria) e una sua opera, la Storia d’Italia dal 1789 al 1814, fu premiata dalla Crusca nel concorso cui Leopardi partecipò con le Operette morali. - Pietro Colletta. Ufficiale del genio e traduttore di classici, fautore di una monarchia costituzionale e ostile alle soluzioni rivoluzionarie, PIETRO COLLETTA fu arrestato e incarcerato dalla reazione borbonica nel 1799.
Sotto Murat ottenne cariche militari e amministrative che poté conservare dopo il ritorno di Ferdinando IV; partecipò ai moti del 1820 stroncando l’insurrezione separatista di Sicilia e fu relegato dagli Austriaci in Moravia.
Dal punto di vista stilistico, la sua Storia del Reame di Napoli è caratterizzata da una attenta cura nella scelta delle parole e dal tentativo di richiamarsi al modello tacitiano.
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