Capitolo

9

L'età del Tasso e della Controriforma

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Torquato Tasso

(nota al capitolo 9, paragrafo 2)

La vita di TORQUATO TASSO fu dolorosa e raminga, pervasa da un costante senso di inquietudine esistenziale e ossessionata dal fantasma della follia.
Nato a Sorrento, ancora adolescente (1554) seguì in esilio il padre Bernardo — l'autore dell'Amadigi — e fu a Roma, Bergamo e Urbino, dove frequentò la corte di Guidubaldo II della Rovere, trovandovi l'ambiente ideale per una formazione letteraria e cortigiana congeniale al suo temperamento. Dopo un soggiorno a Venezia (a cui forse risale la composizione, presto interrotta, del Gierusalemme), studiò all'Università di Padova, interessandosi ai dibattiti su questioni di retorica ed estetica.
Partecipe delle esperienze culturali del Rinascimento e della Controriforma, Tasso cercò di armonizzare le esigenze delle due epoche e visse drammaticamente la crisi e le antinomie dei suoi tempi (la propensione all'edonismo, ad esempio, è insidiata in lui dal senso religioso, la vivacità fantastica trova un freno e un limite nell'esigenza di disciplina e di sottomissione a regole precostituite etc.).
Il periodo più sereno e artisticamente più fervido fu quello trascorso, fra il 1565 e il '75, alla corte estense al servizio prima del cardinale Luigi e poi del duca Alfonso II. Apprezzato per la vivacità dell'ingegno, amato dalle donne, perfettamente inserito nell'ambiente aristocratico e cortigiano, compose l'Aminta, la Gerusalemme liberata, molte Rime e iniziò il Galealto re di Norvegia, tragedia condotta a termine più tardi con il mutato titolo di Torrismondo.
Il successo coincise, però, con l'insorgere di una crisi profonda e dalle molteplici componenti, che inizialmente si manifestò sotto forma di insoddisfazione artistica e di inquietudine esistenziale. Timoroso che la Liberata non fosse sufficientemente ligia ai principi religiosi e ai canoni aristotelici, la sottopose a un collegio di revisori formato da L. Scalabrino, S. Gonzaga, F. Nobili, S. Antoniano e S. Speroni e i rilievi che gli furono mossi, uniti alle sue intime scontentezze, lo indussero a rivedere il poema.
Agitato da scrupoli religiosi (per ben due volte volle essere esaminato da inquisitori sull'ortodossia della sua fede), peregrinò a lungo per l'Italia. L'indifferenza con cui fu accolto al ritorno a Ferrara (1579), mentre si festeggiava il matrimonio di Alfonso con Margherita Gonzaga, e le sue escandescenze indussero il duca (che era certo preoccupato per lo scomposto agitarsi del poeta che minacciava di attirare l'attenzione dell'Inquisizione — e, di riflesso, le ambizioni annessionistiche di Roma — su una città che, come Ferrara, aveva tempo prima tollerato il culto calvinista) a rinchiuderlo nel carcere-ospedale di S. Anna.
Qui rimase per sette anni, in uno stato di estrema prostrazione e in preda a crisi psichiche che gli consentivano, comunque, momenti di lucidità mentale impiegati di solito nella composizione di opere (lettere, rime, la maggior parte dei Dialoghi, l'Apologia — con cui prese parte alle polemiche sorte sulla superiorità del Furioso o della Gerusalemme).
Liberato nel 1586, fu ben presto ripreso dall'inquietudine e rinnovò i vagabondaggi (Mantova, Napoli, Firenze, Roma) finché nel 1595 — l'anno della morte — si stabilì a Roma e trascorse gli ultimi giorni nel monastero di S. Onofrio sul Gianicolo.
Apprezzato nell'età del barocco come il poeta «moderno» da contrapporre agli «antichi», Tasso fu esaltato nel romanticismo quale incarnazione della tragica condizione dell'artista incompreso dalla società.

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