Capitolo

8

Niccolò Machiavelli

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Niccolò Machiavelli

(nota al capitolo 8, paragrafo 1)

Di antica famiglia ormai decaduta e impoverita, NICCOLÒ MACHIAVELLI (1469-1527) si formò sugli scrittori della tradizione letteraria volgare, soprattutto i grandi trecentisti, e sui classici latini, rivissuti non in chiave formalistica ma come modelli di vita e comportamento politico.
Diffidente nei confronti della repubblica «piagnona» del «versuto» Savonarola (l'affermazione, contenuta nei Discorsi, che «d'uno tanto uomo se ne debbe parlare con riverenzia» è in parte correttiva ma non contraddittoria), segretario della seconda cancelleria dal 1498 al 1512, ritenne sempre di dover mettere la sua esperienza e abilità politica al servizio non di questo o quel regime, ma dello Stato: da tale convinzione derivarono sia la delusione per essere stato costretto a ritirarsi a vita privata dopo la caduta della repubblica (ma l'inattività degli anni di S. Casciano fu compensata dall'approfondimento della speculazione politica e dalla stesura delle sue opere maggiori), sia le ininterrotte e accorate richieste ai Medici di essere impiegato anche in incarichi di poco conto («mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso», lettera al Vettori del 10 dicembre 1513).
Machiavelli si sentiva nato per la politica e sempre mostrò predisposizione a trarre dall'osservazione della realtà effettuale (anche dalle occasioni più insignificanti, come la legazione nella «repubblica degli zoccoli» di Carpi) lo stimolo e lo spunto alla formulazione di leggi universali e metapolitiche.
Fra le opere minori abbiamo il Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze (scritto nel 1519 per sollecitazione di Leone X e in cui si sostiene la necessità della conservazione di un ordinamento repubblicano), il Dialogo intorno alla lingua (con la difesa del fiorentinismo parlato contro le tesi del Bembo) e la traduzione dell'Andria di Terenzio (l'interesse di Machiavelli per il teatro derivò non dalla superficiale adesione a un genere in voga nel Cinquecento ma, come dice il Russo, dalla «stessa forza mimetica e impeto dialogico del suo pensiero»).

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