Capitolo

7

Ludovico Ariosto


PREMIO ANTONIO PIROMALLI
2019
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Ludovico Ariosto

(nota al capitolo 7, paragrafo 3)

Nato a Reggio Emilia da Niccolò, capitano della cittadella per incarico degli Estensi, LUDOVICO ARIOSTO nel 1484 si trasferì con la famiglia a Ferrara, città che egli considerò sempre sua patria e dove trascorse la maggior parte della vita.
Insofferente degli studi giuridici che aveva iniziati per volere del padre, ottenne il consenso di seguire la sua vocazione letteraria e si dedicò agli studi umanistici sotto la guida di Gregorio Elladio da Spoleto. A questi anni risale la composizione dei primi Carmina che preannunziano, sia pure in maniera acerba, certe interiori strutture del capolavoro (naturalismo, sensualità espansiva, serenità psicologica).
Primo di dieci figli, alla morte del padre (1500), dovette occuparsi dell'amministrazione familiare e della tutela dei fratelli minori. Entrò, pertanto, al servizio del cardinale Ippolito d'Este, fratello del duca Alfonso, che lo utilizzò in missioni diplomatiche e incarichi divenuti con il tempo sempre più gravosi.
Nel 1513, all'elezione del nuovo pontefice Leone X, si recò a Roma nella speranza di ottenere una decorosa sistemazione presso quella corte, ma rimase deluso per cui poté sganciarsi da Ippolito soltanto nel 1517, quando il cardinale fu nominato vescovo di Buda e il poeta — che pure gli aveva dedicato il Furioso — si rifiutò di seguirlo. Rientrato a Ferrara nel 1525, ammirato e onorato in seguito al successo del Furioso, trascorse gli ultimi anni in una tenuta in contrada Mirasole, realizzando l'antico sogno di pace e affetti familiari insieme con il figlio naturale Virginio e con l'amata Alessandra Benucci — conosciuta a Firenze nel 1513 ma sposata solo nel '27, e segretamente, per non rinunciare ad alcuni benefici.
Quella dell'Ariosto, dunque, fu una vita per niente avventurosa, raccolta e aliena dai gesti spettacolari, per cui è stata avanzata l'ipotesi che la sua arte maggiore sia nata in un clima di evasione e di disimpegnato fantasticare; in realtà la sua esistenza, apparentemente mediocre, fu la scelta matura e meditata di un uomo che volle osservare il mondo con sguardo partecipe e sereno, e il suo capolavoro, il Furioso — che pure desume in gran parte la materia dalla tradizione classica e cavalleresca (al punto che il Rajna ne negò l'originalità) — è l'espressione più alta di questa concezione della vita e dell'adesione del poeta alla civiltà rinascimentale.

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