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PREMIO ANTONIO PIROMALLI
2019
PER TESI DI LAUREA MAGISTRALE O DOTTORATO DI RICERCA

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Giovanni Boccaccio

(nota al capitolo , paragrafo 1)

Scarse e non tutte sicure le notizie sulla vita di GIOVANNI BOCCACCIO, sia per mancanza di documenti sia perché lo stesso autore, soprattutto nelle opere giovanili, travestì allegoricamente la storia della sua origine e della sua giovinezza, tracciando le linee di una sorta di biografia fantastica e ideale.
Nato nel 1313 a Certaldo, fu avviato dal padre, mercante e agente della Compagnia dei Bardi, alla pratica della mercatura e verso il 1327 fu inviato a Napoli perché facesse esperienza presso una succursale della Compagnia.
A Napoli, però, Boccaccio fu attratto assai di più dagli studi letterari (a cui si dedicò con l'entusiasmo dell'autodidatta ma anche sotto la guida di maestri ed eruditi) e dalla vivace e mondana vita della corte di re Roberto d'Angiò nella quale fu presto introdotto.
È in questo ambiente che si colloca la romanzesca vicenda d'amore con Fiammetta, ricordata più volte da Boccaccio nelle sue opere e a proposito della quale si è a lungo discusso se debba identificarsi con Maria dei Conti d'Aquino, figlia naturale del re Roberto, oppure debba considerarsi una pura iconografia letteraria dietro la quale non ci sarebbe una persona ma piuttosto un tipo, un ideale di donna. L'ipotesi più probabile è che Fiammetta rappresenti, nella concretezza della sua immagine quale è delineata dal Boccaccio, la traduzione poetica di una vicenda d'amore realmente vissuta dall'autore a Napoli.
Durante il periodo napoletano Boccaccio iniziò la composizione delle Rime e scrisse la Caccia di Diana, Filocolo, il Filostrato e la Teseida, opere in cui la tendenza alla effusiva confessione autobiografica cerca di sistemarsi negli schemi imposti da una vigile coscienza artistica e retorica.
Nel 1340, in seguito al crollo della banca dei Bardi che aveva provocato il dissesto economico del padre, Boccaccio dovette abbandonare la spensierata vita napoletana e tornare a Firenze: qui compose opere (Ninfale d'Ameto, Amorosa visione, Elegia di madonna Fiammetta, Ninfale fiesolano) che rivelano un progressivo distacco dalla ardente esperienza sentimentale degli anni giovanili e la graduale conquista di quella maturazione spirituale e artistica che porterà al Decamerone.
Dopo le prime difficoltà economiche, la fama consolidata gli aprì la via di molti uffici (ambasciatore, camerlengo del Comune), mentre l'amicizia con il Petrarca, iniziata nel 1350, contribuì a dare un orientamento più preciso ai suoi studi umanistici e a persuaderlo a regolare la vita secondo principi più fermi e severi. In questi anni scrisse il Corbaccio e le opere erudite in latino e si aprì alla conoscenza della lingua greca, invitando Leonzio Pilato ad insegnare nello Studio fiorentino ed ospitandolo nella sua casa.
Nel 1373, due anni prima della morte, iniziò nella chiesa di S. Stefano di Badia una pubblica lettura della Commedia che non andò oltre il XVII canto dell'Inferno ma che testimonia, insieme con il Trattatello, la profonda ammirazione che Boccaccio nutrì sempre per la poesia di Dante.

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