Capitolo

9

L'età del Tasso e della Controriforma

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9 - § 2

Le prime liriche del Tasso


Le prime esperienze della vita di Torquato Tasso1 (1544-1595), la preparazione e l'educazione alla vita cortigiana, alle quali venne avviato dal padre cortigiano, e la morte della madre e del padre lasciano in Torquato tracce indelebili. La corte — di cui fece magnifico apprendistato presso Guidubaldo II Della Rovere — fu sempre per il Tasso il luogo di elezione in cui il fasto, lo splendore, il rituale avevano per lui il valore di sostanza, in cui lo scenario di lusso e la presenza di persone privilegiate creavano la vera grandezza morale e spirituale.
Nessuna delle predilezioni concrete e domestiche dell'Ariosto («In casa mia mi sa meglio una rapa […] / che all'altrui mensa tordo», «Questo mi basta», «Meglio fòra starmi in riposo o affaticarmi manco», «Né so a sparvier, né a can metter guinzaglio») è nel Tasso; il quale, lontano dagli eletti, si sente un angelo decaduto e non ha affetti reali da far crescere e coltivare, né città e famiglia sue ma soltanto, nei momenti di esilio dalla grande corte, le corti di cardinali, principi, personaggi illustri e famosi.
La corte come destino della sua personalità rappresenta l'impegno più vero del Tasso; l'alta cortigianeria vissuta in mezzo a signori, donne, cavalieri egli avvertì come una dote dovutagli dall'educazione e dal modo di sentire. Mai egli si avvide della ristrettezza, dell'isolamento di colui che vive in quei limitati confini, mai pensò che la corte si potesse rafforzare al contatto con altre categorie sociali, sempre disprezzò il ceto inteso al guadagno e la plebe ignorante, priva di quel «decoro naturale» che solo gli altolocati possedevano come virtù morale. La predilezione cortigiana è nelle più capillari radici della sua personalità, è ideologia etico-estetica individualistica. Questo eliso fu per lui la corte di Ferrara, solenne, rituale, cavalleresca, inconsapevole del disfacimento in cui precipitava.
Nel 1589 l'ambasciatore Orazio della Rena così scriveva dei nobili ferraresi al granduca di Toscana:

Hanno assai amore in tener vita cavalleresca, come principal professione […], cercan sempre tutte le strade di parer cavalieri, a che s'aiutano ancora col farsi dipinger tali, che ho osservato in molte indagini di private et mediocri persone aver visto dal ritratto, che se non mi fosse stato detto il nome harei pensato esser l'immagine di un Achille o di Hettore così fregiato d'oro son le dipinte armature del Dosso; sopra le loro insegne pongono i cimieri con l'imprese, et chi ha' avuto punto di carico in guerra, facilmente le farà veder tutte attorniate di trofei […]. Fan gran conto d'esser tenuti nobili, e cercano con grande ambizione d'accrescersi onori e titoli […]; si reputan a vergogna il trafficare et chi attende al guadagno, ancorché fosse fatto col mercatar il grosso, non è tanto gentilomo fra loro […]. I principali hanno famiglie formate di molti offiziali, con staffieri, e paggi vestiti a livrea, si mantengono molti seguaci […]; par che aborischino l'agricoltura […]. Son vani, e boriosi, et vorrebon sempre apparir più di quel che sono […]. Han carissimo di esser adulati, ancorché sia fatto evidentemente; […] fanno più stima della vita cavalleresca et del corteggiare, che degli studi et delle lettere di quello che attendano all'arti meccaniche; rarissimi si troveranno eccellenti nel suo mestiero, e nell'opere manuali sono inettissimi.

Incapace a oltrepassare questo vacuo mondo che muore tra bagliori di feste, luminarie, rappresentazioni di egloghe, favole pastorali, tornei, il Tasso sente più vivo che mai, nella cornice fastosa della mirabile città-teatro dei nobili, l'ideale eroico suscitato dalla potenza spagnola e francese, dalla magnificenza che si riflette negli abbigliamenti, nelle feste, nella distinzione. L'ideologia eroico-sentimentale suscita nel Tasso, in armonia con la propria natura non pratica ma sognatrice, l'immaginazione di amori straordinari, imprese eccezionali.
Quando inimicizie, intrighi, sospetti, diffidenze lo allontanano dalla corte egli acquista la psicologia della vittima, conseguente alla mancanza di contatto con la realtà, all'egocentrismo, alle strutture interiori fragili. Ma contrasti e crolli sono del suo tempo, le componenti sono della sua età: magnificenza di vita povera nella sostanza, religiosità rigoristica e compunzione.
Gli assoluti etici e le mortificazioni investono il Tasso in modo esasperato, congiunto alla propria condizione di intellettuale di grandezza che sente analoga a quella della corte e talora trascurata (per non essere stato ricevuto dal duca Alfonso II, in occasione delle nozze di questi con Margherita Gonzaga, lancia un coltello contro il servo del duca). L'abbattimento del Tasso nel sentire i dolori, le sventure, i lutti, le infelicità è caratteristica di quel sentimento della precarietà e della limitatezza della vita umana che circola nell'età postrinascimentale.
La vita è «duro agone», fragile struttura esposta ai colpi della fortuna: «contra ho fortuna e 'l mondo e 'l proprio errore». Nel rimpianto dell'impossibile felicità lo stato d'animo del poeta è quello elegiaco, unito al sentimento patetico della natura, alla trepidazione per un incognito che gli suscita sempre la presenza femminile. Bisogna, tuttavia, nel giudicare il Tasso e la sua instabilità, eliminare le punte estreme della sua sensibilità la quale, avendo alle spalle la crisi del Rinascimento, solo gradualmente inclina al morboso e allo sfaldamento.
Gli ultimi anni del Tasso sono quelli del tramonto della società civile italiana, della decadenza politica ed economica, della volontà di azione delle principali forze creatrici. Il poeta è cresciuto nell'età della crisi rinascimentale ed ha cercato di legarsi ai superstiti valori con una lotta tormentosa, continuamente influenzata dal rigorismo religioso. La sua storia di personaggio tragico non è solamente individuale ma la conseguenza del suo urtare contro una realtà aspra e superiore alle sue forze.
Nel 1562 pubblica il Rinaldo, romanzo cavalleresco in dodici canti in ottave che concilia, secondo la proposta del Giraldi Cinzio, l'unità e la varietà: l'unità è nell'eroe unico le cui azioni sono seguite con un filo ininterrotto, esordi e moralità sono eliminati. L'eroe è Rinaldo che innamoratosi di Clarice, sorella d'Ivone re di Guascogna, atterra guerrieri e giganti, combatte mostri, rompe incantesimi. Floriana, regina della Media, gli fa dimenticare per un certo tempo Clarice ma alla fine un sogno lo richiama al suo sentimento e dopo varie peripezie può celebrare le nozze.
Il poema è l'esaltazione delle virtù cavalleresche, del desiderio di gloria, delle avventure generose. Negli amori di Rinaldo e Floriana sono quasi le prove del futuro cantore di Rinaldo e Armida nella Liberata, le descrizioni di battaglie e di armi sono animate da leggerezza; in Florindo innamorato, un pastorello compagno di Rinaldo, è il tema dell'amore segreto e non corrisposto, uno dei grandi motivi elegiaci del poeta.
Questo motivo è centrale nell'Aminta, favola pastorale rappresentata nel 1573 in una festa di corte nell'isola di Belvedere sul Po. Il pastore Aminta, innamorato della ninfa Silvia, è uno dei vinti di amore del Tasso e si precipita da una rupe perché non corrisposto nell'amore, pur avendo salvato la vita a Silvia assalita da un satiro. La notizia, non vera, della morte di Aminta intenerisce il cuore di Silvia che sposa il pastore.
Motivi idillici antichi e moderni (Teocrito, Mosco, Virgilio, Ovidio, Petrarca, Poliziano, Sannazzaro, Ariosto) sono alessandrinamente intessuti nel Tasso e tuttavia sono sollevati dalla tecnica e dal sentimento del poeta nella sfera dell'arte.
La stilizzazione suprema riesce a fondere la frammentarietà dell'ispirazione letteraria, a dare vita di grazia alle allusioni cortigiane. Al di là di essa, però, il Tasso infonde un sentimento di voluttuosa melanconia in cui riflette il vagheggiamento della mitica età dell'oro e della gente prima che visse «nel mondo ancora semplice ed infante» quando l'Onore non aveva velato «la fonte de i diletti, / negando l'onde a l'amorosa sete» né posto «a i detti il fren», «a i passi l'arte». Il desiderio d'amore nella favola non è rappresentato in Aminta ma in Dafne che lo sospira in età matura come nostalgia.
L'amore celebrato liberamente da Lorenzo e dal Poliziano ormai è impossibile nella realtà dove ormai è «furto quel che fu don», esso può esistere soltanto in un'atmosfera di sogno nella sua purezza. La realtà è sempre insidia, corrosione e quando la favola è giunta al lieto fine si dice che non si sa se le pene di Aminta possono essere raddolcite «pienamente / d'alcun dolce presente». Nel sogno e nel mito, in un altro mondo, esso è serena voluttà da godere «ché non ha tregua / con gli anni umana vita, e si dilegua».
Il Tasso trasferisce nell'Aminta la sua autobiografia sentimentale voluttuosa ed elegiaca, la trepidazione per la caducità della bellezza e nell'invito al godimento è un'ombra di colpa, di «furto». Egli nella favola idealizzava anche la vita e la cultura cortigiana con il loro artificio di convenzionalità e mondanità. L'opera era una serie di scene immobilmente perfette, stilizzate come si conveniva a un pubblico colto e raffinato, l'elemento drammatico era soverchiato da quello lirico, il più adatto a esprimere un'atmosfera incantata e dolente.
Il Tasso componeva l'Aminta mentre scriveva la Gerusalemme liberata. Le Rime, circa duemila, precedono e seguono, si svolgono per tutto l'arco della vita del poeta. Vari sono i metri (sonetti, canzoni, madrigali, ottave) e gli argomenti (amore, cortesia, religione, encomio), i risultati artistici sicché accanto a quelle di tono alto che cantano le sventure e le precarietà autobiografiche non mancano quelle occasionali, galanti o mondane nate per esigenze sociali.
Tutti i motivi ritornano nelle rime, dall'ispirazione idillica e voluttuosa della canzone A la montagna di Ferrara e di quella per le nozze di Marfisa d'Este a quella autobiografica al duca di Urbino, ad Alfonso II, alle principesse estensi (O figlie di Renata). Nelle rime d'amore domina la forma, quasi musica quando il poeta effonde se stesso nell'esprimere l'animazione della natura o nella solenne contemplazione di notturni e ascoltazione di silenzi magici:
  1. Tacciono i boschi e i fiumi,
  2. e 'l mar senza onda giace,
  3. ne le spelonche i venti han tregua e pace,
  4. e ne la notte bruna
  5. alto silenzio fa la bianca luna:
  6. e noi tegnamo ascose
  7. le dolcezze amorose:
  8. Amor non parli o spiri,
  9. sien muti i baci e muti i miei sospiri;

  10. [...]
  11. Ecco mormorar l'onde
  12. e tremolar le fronde
  13. a l'aura mattutina e gli arboscelli,
  14. e sovra i verdi rami i vaghi augelli
  15. cantar soavemente
  16. e rider l'oriente.

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