Capitolo

19

Società e cultura nell'età giolittiana

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19 - § 6

Carlo Michelstaedter e la coscienza della crisi dell'individuo e della società borghesi


Non appartenne alla rivista La voce né ebbe frequentazione coi primi vociani, pur studiando a Firenze, il goriziano di famiglia ebraica Carlo Michelstaedter1 (1887-1910). Iniziò gli studi a Vienna, li continuò a Firenze dove ebbe come amici Vladimiro Arangio Ruiz, Gaetano Chiavacci, Giannetto Bastianelli.
Con maggiore rigore logico ed esistenziale di qualsiasi altro intellettuale del suo tempo Michelstaedter ebbe coscienza della crisi storica e criticò in modo totale la società borghese nei suoi massimi sistemi, positivismo e idealismo. L'uomo del quale egli parla è quello della società del capitalismo la quale si crea i suoi meccanismi di sviluppo generando alienazione nei ruoli individuali, sociali, nelle istituzioni e nelle scienze miranti a integrare e subordinare l'individuo.
La persuasione e la rettorica (1913, postumo) è l'opera in cui il goriziano demistifica la realtà e la legge dei bisogni a cui l'esistere e la società costringono. Ogni bene è relativo alla persona falsa, alla necessità di illudersi che essa sia il vero bene. Ma le illusioni non danno il possesso, illuminano la nebbia delle relazioni superficiali, un «sordo e continuo dolore» indistinto torce l'uomo che per vincerlo applica a se stesso gli «empiastri» delle illusioni. Per timore della morte gli uomini si adattano a quella che chiamano vita e in tale vita chi è debole è tanto più vile, cede alle relazioni facili e superficiali, s'afferma solo in relazione alle cose, al momento.
Obbedienti alla «rettorica» gli uomini si stancano sulla via della «persuasione» e non sanno resistere alla solitudine, si creano un'anima immortale che li accompagna «dalle braccia della balia, dai primi passi […] fino al letto di morte». Se non è l'anima è lo spirito, la ragione, il pensiero con cui gli uomini credono di partecipare di quell'assoluto che non possiedono. Per la «rettorica» — inadeguata affermazione dell'individualità — nulla dicono quando parlano perché si adulano a vicenda nel tentativo di avvalorarsi, di confermarsi la persona. Essi fingono la comunicazione, la Storia in cui tutti sono presenti, il Progresso a cui recano il contributo di «sapere».
Michelstaedter denuda i miti del sapere, della scienza, della religione nulla lasciando agli uomini perché nulla essi hanno. Chi non è capace di nobilitarsi con la tradizione, di costruire sulle fatiscenti rovine per mascherare la mancanza di valore individuale? Chi non è capace di catalogare ciò che già fu, di colorarlo per mezzo di polverine, con abilità tecnica e sufficienza? Quanto più gli uomini obbediscono alla società legando ad essa sé, la famiglia, i figli, ricevendo in cambio il diritto di proprietà, tanto più si rendono schiavi del futuro altrui, di tutti gli altri.
L'occhio dello scrittore è fermo sulla società borghese che violenta con l'onnipotenza dell'organizzazione: accettata la cambiale della società gli uomini vi si attaccano «con dita rattrappite e con saldezza di principi», si sentono parte della potenza (come il rappresentante che dice «noi» della ditta, il fattorino di banca che parla dei «nostri milioni»). Si affidano all'organizzazione: il vagone invece del cavallo, il transatlantico invece della vela, le macchine invece delle mani («Sono subentrate le masse di tristi e stupidi operai delle fabbriche che non sanno che un gesto, che sono quasi l'ultima leva delle loro macchine»).
Gli uomini sociali sono sotto tutela, non hanno voce, camminano per sentieri preparati da altri, obbediscono all'«ottimismo sociale», alle norme dei mestieri tramandati, del diritto, della morale, della storia, chiedendo soltanto di vivere in quanto ritengono di essere persone vive. Essi «galleggiano alla superficie dell'acqua per l'equilibrio delle forze secolari». Da Aristotele a Benedetto Croce è continuata la trama della «rettorica», delle scuole ingannatrici.
Per salvarsi l'uomo deve sentirsi solo, non cedere ai travestimenti del dio della viltà, deve guardare in faccia il dolore, dire sempre di no perché «la vita è tutta una dura cosa»: vivere tutto il dolore della propria insufficienza vuol dire guardare la realtà, fuggire i timori, raggiungere la stabilità, la «persuasione».
La negazione dell'organizzazione sociale e la potente affermazione dell'individuo indicano la necessità di una più profonda comunione degli uomini con altri rapporti; di una rivoluzione assoluta che cancelli quella borghese, schiva delle convenzioni, dell'utile, dei vantaggi pratici in cambio della perdita di valore. Né naturismo, quindi, né anarchismo. Anche nel Dialogo della salute (1910) questo giovane suicidatosi a ventitré anni afferma la tragicità della vita e la necessità di vedere effettivamente il rapporto tra la verità esistenziale e le convinzioni del sapere costituito. Nelle Poesie vigoreggia l'eroismo della persona vera che esiste solo nella lotta contro i facili richiami alla vita consueta:
  1. Senia, il porto è la furia del mare,
  2. è la furia del nembo più forte,
  3. quando libera ride la morte
  4. a chi libero la sfidò;

  5. No, la morte non è abbandono […]
  6. ma è il coraggio della morte
  7. onde la luce sorgerà.
  8. Il coraggio di sopportare
  9. tutto il peso del dolore,
  10. il coraggio di navigare
  11. verso il nostro libero mare,
  12. il coraggio di non sostare
  13. nella cura dell'avvenire,
  14. il coraggio di non languire
  15. per godere le cose care.
Nel nostro Novecento non si trova un oppositore delle mistificazioni quale Michelstaedter, che pochi giorni prima di morire contrastava la «rettorica» ricordando Leopardi di «erta la fronte e renitente al fato» e dedicando il Dialogo della salute al cugino Emilio e «a quanti giovani ancora non abbiano messo il loro Dio nella loro carriera».

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