Capitolo

19

Società e cultura nell'età giolittiana

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19 - § 2

Benedetto Croce: l'estetica, la religione della libertà


All'Ottocento liberale borghese appartiene la formazione di Benedetto Croce1 (1866-1952), nato a Pescasseroli e napoletano d'elezione, ma lo sviluppo e l'incidenza della sua personalità trovano il loro terreno storico nell'età giolittiana e durante il fascismo.
Gli elementi più importanti anche della sua biografia sono: l'incontro con il marxista Antonio Labriola, la prima edizione dell'Estetica (1902) idealistica, la pubblicazione della rivista La critica (1903-43), la collaborazione con il filosofo Giovanni Gentile (1875-1944) di Castelvetrano, il neutralismo durante la prima guerra mondiale, la nomina a ministro della Pubblica Istruzione (1920-21) nel governo Giolitti, la sua iniziale simpatia per il fascismo «ponte di passaggio per la restaurazione di un più severo regime liberale, nel quadro di uno Stato più forte», l'adesione al Manifesto degli intellettuali antifascisti (1925), il voto contrario al concordato con la chiesa (1929), il voto favorevole alla monarchia (1946) e la nomina a presidente del Partito liberale.
Dopo i primi studi eruditi, che lasciarono un segno indelebile nel metodo dello studioso controllatissimo e vigilante, nella serietà e scrupolosità del ricercatore, Croce conobbe (1895-1900) il marxismo del Labriola di In memoria del «Manifesto» dei comunisti. Dal marxismo gli derivarono l'interesse per l'utile e l'economico, la concezione della politica come forza, ma nella successiva polemica antipositivistica, nella delineazione di una filosofia dello spirito — il suo sistema idealistico — il marxismo, svelatore delle ideologie e metodo scientifico per lo studio della realtà e della lotta di classe, diventa un «flatus vocis» libresco che il filosofo crede di potere assorbire rendendone taluni elementi funzionali all'innocua filosofia dello spirito. Croce fu maestro di superamenti idealistici ai giovani che nell'età giolittiana supereranno una posizione dopo l'altra. Infatti Croce creatore di una storia ideale, sdegnoso dell'attività politica, annullatore dell'attività scientifica (per il privilegio sempre dato alla cultura umanistica) considera come pseudofilosofia e pseudostoria il materialismo storico. Dichiara superato il marxismo, poi lo dichiara «morto».
La filosofia dello spirito è una dialettica dei quattro gradi (estetico, logico, economico, morale) dello spirito umano e tutto il sistema è funzionale alla battaglia politico-culturale di Croce — erede del pensiero liberale europeo — nella lotta per il trionfo e l'egemonia della dirigenza politica borghese in cui Croce riteneva si fosse trasfuso l'ideale della libertà.
Il periodo giolittiano, in cui Giolitti favorisce il trionfo dell'economia borghese e Croce quello della cultura borghese, è il momento centrale dell'egemonia crociana nella vita culturale: l'arte come momento fondamentale della vita dello spirito, la superiorità della poesia, la negazione della scienza (dei suoi problemi e della sua attività), l'antirealismo, l'antimaterialismo, la risoluzione dei conflitti pratici in quelli ideali costituirono il bagaglio degli intellettuali crociani resecati dalla realtà politica, sociale, scientifica ma molto esercitati nel distinguere poesia e non-poesia (e, qualche anno dopo, poesia ed elementi allotri) o a graduare la liricità, la cosmicità dell'arte.
Infatti Croce considera l'arte quale intuizione lirica o pura, contemplazione del sentimento, negandole il carattere di conoscenza intellettuale. Tale concezione, in cui l'arte — alogica — è una suprema distillazione estetica, sembra essere vicina a quella del decadentismo (poeta-profeta, staccato dalla realtà) sicché Croce venne correggendo la purezza lirica con la cosmicità (Il carattere di totalità dell'espressione artistica, 1917) o affiancando al concetto di poesia quello (La poesia, 1936) di letteratura, il terriccio storico e culturale da cui sboccia il fiore della poesia. Questo fiore era coltivato con la concezione classica della forma, di una forma che assorbe il contenuto, lo svuota di sentimento pratico, drammatico, emozionale, logico, politico e lo rende ineffabile ai degustatori.
Perciò Croce sterilizza la poesia di Leopardi privandola delle idee materialiste e riducendola a idillio, denuncia le novità di Pascoli e D'Annunzio vedendole come estetismo e sensualità, combatte il futurismo che rompe gli strumenti espressivi della cultura borghese, è contrario alle avanguardie decadenti europee squilibratrici della sostanza etica e della forma classica della nostra tradizione ottocentesca. Il gusto di Croce (legato a quello della borghesia liberale meridionale nella quale era cresciuto) esaltava il poeta dei sentimenti umani e della forma tradizionale (Carducci), l'arte del realismo sereno in equilibrio con momenti di espressione lirica, creazioni aderenti d ideali tradizionali, congeniali alle generazioni postunitarie. Tale gusto estraniava ciò che era contemporaneo, europeo: anche Baudelaire e Pirandello restavano fuori dei «templa serena» abitati da Ariosto, Goethe, Carducci.
Una tendenza umanistica moderata guida anche la critica letteraria di Croce che smorza la poetica dei romantici, il sentimento di De Sanctis. La formazione liberale moderata di Croce emerge fin dai primi tempi del fascismo quando il filosofo considera il fascismo come un fascio di forze giovani e baldanzose capaci di arginare il socialismo: un beneficio così grande era per lui «la cura a cui il fascismo ha sottoposto l'Italia, che mi do pensiero piuttosto che la convalescente non si levi troppo presto di letto, a rischio di qualche grave ricaduta» (1° febbraio 1924). Croce non si curava della natura di classe del fascismo né della sua sostanza vera, di reazione di massa, né credeva che il fascismo avrebbe soppresso il vecchio Stato liberale sicché ancora dopo il «delitto Matteotti» Croce pensava (10 luglio 1924) all'assorbimento del fascismo da parte del vecchio regime liberale e al riconoscimento dei meriti del fascismo («Ha risposto a seri bisogni e ha fatto molto di buono […] Si avanzò col consenso e fra gli applausi della nazione»)
Solo quando il fascismo abolì tutte le libertà anche al ceto e alla cultura borghese (1925) Croce diventò antifascista, vide la storia come storia della libertà, esaltò l'Italia prefascista e il trasformismo giolittiano (Storia d'Italia dal 1871 al 1915, 1928; Storia d'Europa nel secolo decimonono, 1932).
La sua «religione della libertà» fu il prestigioso valore ideale che Croce contrappose alla dittatura e che ebbe grande eco fra gli intellettuali che Croce aveva contribuito a rendere incontaminati e sradicati dalla realtà. Alla sua formula mistica Croce riceveva un consenso che riteniamo sproporzionato perché la «religione della libertà» era il massimo di astrazione nei confronti del massimo di concretezza reazionaria del fascismo, non era minimamente verificabile in termini di attività politica, riusciva — invece — a indebolire le opposizioni, non serviva ad individuare le forze vive di aggregazione democratica. Altri uomini compirono le scelte vere antifasciste, non rivolte al passato della vecchia Italia liberale e monarchica ma al futuro.
Anche dopo la seconda guerra mondiale Croce cercò di rifarsi ai miti delle istituzioni liberali prefasciste e di recuperare le forze moderate in funzione antimarxista e antipopolare. In un quadro complessivo dell'attività di Croce occorre, però, tenere presente che il suo antipositivismo fu una delle vie del rinnovamento culturale italiano e che la stessa «religione della libertà» costituì non solo un mito astratto ma anche una stazione meditativa, un varco verso la libertà concreta per coloro che non potevano conoscere altre vie.

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