Capitolo

15

Il Romanticismo e Alessandro Manzoni

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15 - § 6

Giuseppe Giusti. Niccolò Tommaseo e l'educazione del popolo


Visse sempre nella Toscana moderata e nell'ambiente strapaesano della Valdinievole, alieno dalla Toscana plebaiola di Livorno e avversario del democratico Guerrazzi, amico di Manzoni e di Capponi (nella cui casa morì) Giuseppe Giusti1 (1809-50) di Monsummano. Patriota, fiducioso in Pio IX, si avvicinò al neoguelfismo, nei moti del '47 e '48 fu coi moderati e venne nominato maggiore della guardia civica di Pescia, quindi fu deputato all'assemblea legislativa toscana. Al ritorno del Granduca sostenuto dalle armi austriache si ritirò dalla vita pubblica.
La vita privata di Giusti è senza sprazzi, appartata, timorosa di novità e progresso. I suoi «scherzi» satirici esprimono un riso amaro, privo di simpatia umana e di una qualsiasi fede, un riso senza sangue che lascia freddi. Sembra che la vena del Giusti sia cerebrale e generi convenzioni bizzarre, trovate, ingegnosità che colpiscono per la glacialità, la secchezza, le rime asciutte e dispettose: più che satira sembra esprimere rancura. Si avverte che il poeta è arenato nello scetticismo e che i suoi giochi satirici non lo liberano. Eppure i versi di Giusti furono popolarissimi ma per un motivo negativo. Quei versi secchi e nervosi costituivano un materiale di consumo idoneo a diversi usi ideologici e mirabili per la qualità: parevano stagionati e insostituibili. Vi si trovava di tutto: contro i principi austriacanti, il papa, i re, la politica, gli arricchiti, i giovani smidollati, le idee nuove, gli eroi, i demagoghi, i letterati, i birri, i ministeri, le utopie, la servitù, la nobiltà etc. Un elemento contraddiceva mirabilmente gli altri e ciascuno era perfettamente, icasticamente, descritto.
Giusti trovava il modo letterario insostituibile della nazione-popolo scontenta, velleitaria, pettegolante. Qualche volta la situazione artistica coglieva un aspetto di costume e venivano fuori Gingillino, Girella, Re travicello dietro i quali, a guardar bene, c'è la discendenza, innervosita, piena di acredine, da Parini o Sant'Ambrogio con il registro ironico-sentimentale. Detti epigrammatici, frizzi, trovate di Giusti correvano sulle bocche di tutti ma erano troppo legati alle occasioni particolari perché potessero avere durata ed il poeta, attento a schivare i toni alti, era popolare ma manierato. Si sentiva che il suo popolo poteva vernacolare in Valdinievole ma non tumultuare a Livorno. Il moderato e il letterato venivano fuori quando scriveva i Proverbi toscani, l'accademico del vernacolo nell'Epistolario infronzolito e lambiccato. Per gli umori e i gusti del poeta manca sempre qualcosa. Anche a ciascuna delle due scuole, classica e romantica, per le quali avrebbe desiderato, ovviamente, un compromesso:
  1. In due scuole vaneggia il popol dotto:
  2. la vecchia al vero il torbo occhio rifiuta,
  3. la nuova il letterato abito muta
  4. come il panciotto.
Sradicato da qualsiasi società italiana del suo tempo appare Niccolò Tommaseo2 (1802-74) di Sebenico non tanto per il suo errare per motivi politici (che egli sostenne con dignità e povertà) quanto per le sue antinomie d'impasto oscurantista, misoneista, ostili in ogni caso alla scienza e al metodo scientifico più moderato. Amico di Rosmini, Manzoni, dal 1827 al '32 visse a Firenze accanto a Vieusseux, fu esule a Parigi nel '34, in Corsica, quindi si stabili a Venezia dove nel '48, dopo essere stato imprigionato dall'Austria, partecipò con Manin al governo provvisorio. Caduta Venezia emigrò a Corfù, quindi a Torino (1854) e Firenze (1865). Pesante educazione clericale e sensualità tempestosa non sono ricordate come tare personali ma per gli irrisolti contrasti ideologici e culturali che creano nella sterminata produzione (polemica, poesia, romanzo, inni, preghiere, racconti, saggi, estetica, dizionari, commenti, opere filologiche, linguistiche, stilistiche, politiche, storiche, diari, recensioni, traduzioni etc.) in cui è impossibile trovare un solo motivo unificatore. Il romanticismo di questo ardente patriota neoguelfo repubblicano, mistico-sensuale, moralista astioso, linguaiolo pedantesco non è quello dei moderati ma si volge al medioevo retrivo. Il romanzo psicologico Fede e bellezza (1840) rinnova la tecnica narrativa nelle confessioni di due innamorati che si incontrano dopo avere avuto amare esperienze che avvertono con senso di colpa. In esso le analisi e i motivi sensuali hanno un carattere moderno che non si incontra in altra opera coeva. Tommaseo nel romanzo risentiva della Sand e di Sainte-Beuve ma il personalismo lirico impediva lo svolgimento narrativo.
Vero lirico è, invece, nelle Poesie (1872) ricche pur esse di novità per la visione panteistica, cosmica, per le analogie miranti a interpretare religiosamente le armonie recondite della realtà. Gli interessi linguistici lo fecero autore del Dizionario dei sinonimi (1803), del Dizionario della lingua italiana (1856 sgg.). Compose anche un Dizionario estetico (1840), commentò la Divina commedia. L'interesse romantico per la poesia popolare lo indusse a tradurre Canti popolari corsi, toscani, greci, illirici ma il suo è un populismo nostalgico dell'immobilità, retrivo come la sua pedagogia volta a salvare la purezza dello stato di ignoranza del popolo.
Ridolfi, moderato toscano, scrive nel 1835: «Guardatevi, nelle vostre scuole del popolo, dalle seduzioni della metafisica, guardatevi dallo spingere l'insegnamento tropp'oltre […]. Voi dovete educar le masse, e le masse debbono esser manifattrici». Vieusseux scriveva a Tommaseo: «Ma quanto ci vorrà ancora perché gli italiani si persuadano dell'urgenza di simili istituti (gli asili d'infanzia) per l'educazione morale delle masse che ci minacciano?». La base pedagogica dei moderati toscani nasceva dalla paura delle rivoluzioni e mirava a perpetuare la base contadina ai contadini. Tommaseo scriveva che la «provvida inuguaglianza» era voluta dalla «legge universale di tutto il creato» e nel 1846, dando dei consigli ai fondatori del periodico «Il povero», raccomandava di parlare al povero «de' doveri, delle noie della ricchezza e de' compensi della povertà». Aggiungeva che non era necessario «inasprire l'animo degli infelici contro chi possiede un pezzo di pane maggiore del loro, né parlar di que' diritti che allora meno son goduti quando più se ne ciancia». Altri consigli erano:

di religione il popolo ha sempre bisogno […] Quegli esempi e quelle dottrine che possono irritare gli animi, inebriarli di folli speranze, chi li presenta al popolo è nemico, è traditore di lui […] Parliamo al popolo delle leggi che lo stringono alla società: non disputiamo della giustizia loro, che queste non sono dispute da tenersi col popolo […] deponiamo la boria scientifica; prendiamo più che si possa il linguaggio del popolo, ch'è il più poetico, il più filosofico, il più gentile di tutti….

Sul tema dell'educazione del popolo nell'età del romanticismo Cesare Cantù scriveva: «Giovanetti, non vergognatevi d'attendere al mestiere dei vostri di casa. Meglio un buon ciabattino che un cattivo dottore […] Un ubbriaco più beve più ha sete. Così avviene dei nostri desideri […] Chi ha poco panno, porti la veste corta […] Che amarezze, che dolori di capo toccano ai ricchi!». Anche Giovanni Prati tocca il populismo reazionario dei poveri felici e dei ricchi insonni (1843):
  1. Chi possiede tesori il sonno perde;
  2. chi possiede intelletto il cor consuma […]
  3. Se questi ricchi che ci dan le glebe
  4. qualche volta con noi miti non sono,
  5. noi dolorosa ma non trista plebe
  6. rispondiamo con l'opra e col perdono […]
  7. Lavoriam, lavoriam; l'ora che avanza
  8. di lavor sia tessuta e di speranza.
L'abate Pietro Paolo Parzanese assorbe la lezione di Tommaseo tanto da versificarne la prosa:
  1. Fatichiamo! Ci tradisce
  2. chi ci chiama alla rapina,
  3. chi c'infimma e invelenisce
  4. al tumulto e alla rovina,
  5. promettendo un'altra età
  6. senza stenti e povertà.
  7. Dio ci fece quel che siamo;
  8. fatichiamo, fatichiamo.

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