Capitolo

13

L'Illuminismo: metodo scientifico e letteratura

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13 - § 5

La lirica


La scienza per gli illuministi fu, insieme con la ragione, promotrice di progresso civile. Questo concetto rivoluzionario dell'Illuminismo, ideologia della borghesia in ascesa, si trova a diversi livelli nella polemica dei letterati sul rapporto tra «spirito filosofico» e «belle lettere» nella quale incontriamo chi distingue scienza e poesia (e rifiuta l'uso di termini scientifici nei versi e nelle prose) e chi, affermando che la nuova cultura è anzitutto un nuovo modo di pensare, sostiene il rinnovamento del linguaggio poetico.
Uno dei metodi caratteristici dell'Illuminismo — il fornire conoscenza con i lumi — è la divulgazione didascalica di idee per mezzo di poemetti, alcuni dei quali si collegano (La coltivazione del riso di G. B. Spolverini, Il canapaio di Giuseppe Baruffaldi, Le fragole di G. B. Roberti, La coltivazione de' monti di Bartolomeo Lorenzi, Il baco da seta di Zaccaria Betti) alla didascalica georgica cinquecentesca di Rucellai e Alamanni.
Altri, invece, adottano le tematiche della scienza, della filosofia, dell'economia (di Carlo Gastone della Torre l'Origine delle idee sulla filosofia di Locke, Il sistema dei cieli sull'astronomia copernicana e newtoniana, di Giuseppe Colpani Il commercio, La filosofia, Le comete, L'Emilia o l'educazione delle donne, di Francesco Algarotti Sopra il commercio, di Lorenzo Mascheroni l'Invito a Lesbia Cidonia).
L'adozione avviene con diversi esiti (dissonanti i temi con la forma di canzonetta nel Colpani che fu il poeta del «Caffè», frigidamente neoclassici nel Mascheroni che descrive i musei e l'orto botanico della riformata università di Pavia) e non sempre felici perché la cultura degli scrittori raramente era nuova e il pubblico al quale si rivolgevano (dame, cavalieri, letterati, maggiorenti) era tradizionale.
I poeti lirici perseguirono, invece, temi tradizionali e coltivarono l'imitazione di Orazio esercitandosi nella forma dell'ode; gli gnomici (Tommaso Crudeli, Aurelio Bertola, Giambattista Casti, Luigi Fiacchi, Lorenzo Pignotti, Giancarlo Passeroni) trattarono la favola, e negli uni e negli altri sono motivi che trovano la loro unità in Parini al quale come a vero maestro si rivolgeva Passeroni: «È debole il mio stil, volgare e piano; […] | s'io son alfier, voi siete capitano».
Attraverso le letterature straniere entrarono anche in Italia l'idillio patetico di Gessner, il romanzo psicologico e umoristico di Sterne, quello sentimentale di Richardson, il biblismo di Klopstock e, soprattutto, la poesia sepolcrale attraverso Harvey (Meditazioni sopra i sepolcri, 1751), Young (Pensieri notturni, 1744). Tradotti, rielaborati, questi poeti e scrittori introducevano nuovi gusti e contribuivano a modificare con l'ironia e, soprattutto, col sentimentalismo malinconico la nostra letteratura preparandola al romanticismo.
La lirica erotica del Settecento è rappresentata da diverse raccolte stampate con indicazione di falsi luoghi e date approssimative. Un gruppo di componimenti del Bertola giovane deriva dal Tempio di Cnido di Montesquieu, altri autori adoperano eroticamente la materia mitologica o la vita galante. Giambattista Casti (1724-1803) di Acquapendente, abate, poeta di corte lorenese, fu anche alle corti di Vienna e Pietroburgo, a Costantinopoli, Parigi e scrisse per intrattenimento. Domenico Batacchi (1748-1802) di Pisa, impiegato al dazio di Livorno, accusato di giacobinismo, scrisse Novelle in versi e La rete di Vulcano. I maggiori poeti erotici del secolo sono i dialettali Giorgio Baffo (1694-1768) veneziano, amico di Casanova e Domenico Tempio (1750-1821) di Catania.
Questi fu pienamente illuminista, democratico e alla fine del secolo si oppose alla corrente costituzionalista aristocratica capeggiata dai principi di Castelnuovo e di Belmonte. Geniale poeta, è assai lontano dall'ispirazione arcadica, bucolica o anacreontica di Meli (che egli sovrasta per fantasia e tecnica) ma attinge il suo geniale umore satirico-grottesco dal naturalismo. Il problema sessuale è per lui problema sociale (si vedano le sue grandi canzoni sulle monache tormentate dal desiderio) come l'eros è in Tempio mezzo per denudare l'ipocrisia e l'egoismo. È l'antitesi di Meli, cantore di pastori idillici e dame incipriate. Illuminista rivoluzionario, interpreta un popolo intelligente, gergale, affamato, e anticipa di molti decenni il realismo ottocentesco (come nell'episodio, nella Caristia, di Nela pezzente, sposata con finzione, contagiata da un aristocratico e ridotta, «animato scheritru / consuntu di purpami», alla fame e alla miseria).

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